Tiziana CantoneRoma, 15 set – All’indomani del suicidio di Tiziana Cantone sul banco degli imputati ci sono due categorie. Gli uomini (tanto per non generalizzare, ne abbiamo già parlato qui) e i social media. O più generalmente “il popolo del web”, termine che personalmente ritengo un abominio ma è tanto caro ai giornalisti mainstream. Qualcuno s’è addirittura spinto indicando quali sono le pagine Facebook che avrebbero spinto Tiziana all’insano gesto, indicando nomi e cognomi degli admin. Ora, intendiamoci: esistono pagine Facebook che hanno la potenzialità di creare veri e propri tormentoni giovanili (Escile, Andiamo a comandare, Ti ammazzo ucciso e amenità varie) ed esistono collegati a queste pagine gruppi più o meno nascosti dove i fan si ritrovano per discutere e lanciare le nuove mode. Ma il loro ruolo (che esiste, sia ben chiaro) è minoritario nella gestione e nell’esplosione di fenomeni di costume.

Lo stesso “Andiamo a comandare” ne è un esempio: nato in una di queste pagine Facebook come “tormentone” allegato a qualche immagine è arrivato al successo nazionale solo tramite una canzone prodotta da Fedez, cantante “nazionalpopolare” e giudice di X Factor. Non propriamente un fenomeno underground. La stessa cosa per il video di Tiziana Cantone. La sua viralità è cominciata con l’arrivo del video in una di queste pagine stile Mad Magazine (o come direbbe qualcuno meno attempato: 4Chan)? Sì, probabile. Ma la sua esplosione non è stata causata dal “popolo del web” ma dai media ufficiali. Quelli bravi e responsabili.

Elisa D’Ospina, giornalista de Il Fatto Quotidiano, aveva scritto un articolo dove il video veniva indicato come possibile azione di “marketing di una futura pornostar”. Ora la stessa twitta addolorata “La storia di #TizianaCantone è l’esempio di quanto in fondo siamo schiavi del giudizio altrui e mai realmente liberi”.

Radio Deejay, terza radio più ascoltata a livello nazionale, aveva fatto diventare parte del video un jingle per “Deejay Chiama Italia”. E se la cava con un post di scuse talmente generiche da non dire assolutamente niente.

FanPage, il cui direttore da 24 ore non riesce a twittare altro che accuse verso la metà del genere umano di cui fa parte, aveva dedicato più articoli al fenomeno con descrizioni morbose del video, video pixellati e titoli inquietanti come “Napoli, dopo il video hard su Whatsapp è “caccia” ai due amanti focosi”

In un momento dove l’informazione “tradizionale” rincorre i fenomeni web e concede loro una vetrina nazionale per non bucare nessuna news e recuperare ogni singolo click dove inizia la colpa del “popolo del web” e dove quella dei media ufficiali?

Stefano Casagrande

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