Roma, 7 lug – La Tunisia non è un porto sicuro. Parola di… Ong. Nell’ordinanza con cui il Gip di Agrigento Alessandra Vella ha disposto la liberazione della comandante della Sea Watch 3, Carola Rackete, spiccano alcuni passaggi controversi circa la ferma decisione della comandante di attraccare a Lampedusa evitando deliberatamente i porti tunisini e maltesi.

La Tunisia non è la Libia

Quanto ai porti libici, infatti, esistono – e vengono citate dal Gip – specifiche raccomandazioni del Commissario per i Diritti umani del Consiglio di Europa (Dunja Mijatovic, ndr) e una pronuncia giurisprudenziale (sentenza del Gup di Trapani del 23 maggio 2019) che qualificano i suddetti porti come non sicuri.

Le considerazioni sulla Tunisia, invece, appaiono destituite di qualsiasi fondamento. È stata infatti la stessa comandante della nave a valutare come non sicuri i porti tunisini, sulla base di “informazioni di Amnesty International” e della notizia “di un mercantile con a bordo rifugiati che stavano da 14 giorni davanti al Porto della Tunisia senza poter entrare”. Non è chiaro quale valore abbiano le informazioni di Amnesty International, mentre è abbastanza chiaro il caso cui fa riferimento la comandante.

Si tratta del salvataggio di 75 clandestini ad opera del Maridive 601, avvenuto il 31 maggio scorso, su cui sarà bene fare alcune precisazioni:

a) nessuno di quegli immigrati aveva mostrato la volontà di chiedere asilo in Tunisia;
b) lo sbarco, subordinato all’accettazione del rimpatrio volontario da parte dei migranti, è infine avvenuto il 18 giugno;
c) curiosità: il capitano della nave aveva parlato di 32 minori non accompagnati, ma a seguito di una verifica con le autorità del Bangladesh si sono rivelati essere soltanto 3.

Più avanti si legge di nuovo: “Secondo le valutazioni del Comandante della nave, quindi, la Tunisia non poteva considerarsi un luogo che fornisse le garanzie fondamentali ai naufraghi”. A dire che la Tunisia non è un porto sicuro sono dunque solo le Ong, e al Gip di Agrigento evidentemente va bene così.

Cosa si intende per “porto sicuro”?

Nelle Linee guida sul trattamento delle persone soccorse in mare [Risoluzione MSC.167(78), adottata nel maggio 2004 dal Comitato Marittimo per la sicurezza insieme agli emendamenti SAR e SOLAS] sono contenute le seguenti disposizioni:

  • il governo responsabile per la regione SAR in cui sono stati recuperati i sopravvissuti è responsabile di fornire un luogo sicuro o di assicurare che tale luogo venga fornito (par. 2.5);
  • un luogo sicuro è una località dove le operazioni di soccorso si considerano concluse, e dove:
    • la sicurezza dei sopravvissuti o la loro vita non è più minacciata;
    • le necessità umane primarie (come cibo, alloggio e cure mediche) possono essere soddisfatte;
    • può essere organizzato il trasporto dei sopravvissuti nella destinazione vicina o finale (par. 6.12);
  • lo sbarco di richiedenti asilo e rifugiati recuperati in mare, in territori nei quali la loro vita e la loro libertà sarebbero minacciate, dovrebbe essere evitato (par. 6.17).

Alla luce di queste indicazioni, perché mai la Tunisia non dovrebbe costituire un Place of Safety? Soprattutto, chi ha stabilito che non lo sia?

Tutte le fake news sulla Tunisia “porto non sicuro”

Nelle scorse settimane e fino a pochi giorni fa sono circolate, soprattutto sui social, ma anche su media autorevoli, diverse fake news piuttosto evidenti, tutte accomunate da un fatto: non esiste una fonte che sia uno a supporto di tutte queste asserzioni. Vediamole con ordine.

In un articolo pubblicato su Linkiesta ad opera di Stela Xhunga si legge che la Tunisia non può rappresentare un porto sicuro giacché non avrebbe firmato la Convenzione di Ginevra. Una bugia clamorosa, che tuttavia ha fatto il giro dei social. In realtà la Tunisia non solo ha firmato la suddetta Convenzione il 24 ottobre 1957, ma nel 1968 ha firmato anche il Protocollo sullo status dei rifugiati, nel 1969 la Convenzione sullo status degli apolidi e la Convenzione dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA) che regola gli aspetti specifici dei problemi dei rifugiati in Africa, nel 2000 la Convenzione sulla riduzione dell’apolidia. Ha votato persino il Global Compact. Infine, la stessa Costituzione tunisina del 2014 all’art. 26 recita: “Il diritto all’asilo è garantito secondo la legge; è vietato estradare persone che beneficiano di asilo politico”. La balla conclamata di Stela Xhunga è stata ripresa successivamente da Luisella Costamagna, in un articolo pubblicato sul suo blog per Il Fatto Quotidiano.

linkiesta tunisia porto sicuro

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Passiamo al Foglio, che per affermare che la Tunisia non può essere considerata un porto sicuro si serve di una fonte attendibile e certificata: ancora una volta le stesse Ong! L’autore dell’articolo fa inoltre riferimento ad una vicenda risalente al luglio dello scorso anno, ossia il caso della Sarost 5, la nave che attraccò al porto di Zarzis dopo ben 22 giorni di attesa, suscitando notevoli clamori. Un caso senza dubbio particolare, visto che pare che i migranti si fossero rifiutati di scendere in Tunisia, pretendendo di chiedere asilo in Europa e addirittura minacciando di gettarsi in mare. In quell’occasione Giorgia Orlandi per Euronews aveva raccolto le dichiarazioni del portavoce Unhcr Charlie Yaxley: “Questo (la Tunisia, ndr) è un posto sicuro per lo sbarco. Non si può avere una situazione in cui la disponibilità di fare domanda d’asilo viene rifiutata perché si cercano offerte migliori in altri Paesi”. A fargli eco l’inviato speciale dell’Unhcr per il Mediterraneo centrale, che parlò di ‘irresponsabilità’ di alcuni operatori che incoraggiavano i migranti all’approdo in un Paese europeo. Come se non bastasse, nell’articolo del Foglio si legge che, a partire da quell’evento, le navi delle Ong evitano di far rotta verso la Tunisia “per evitare altre attese estenuanti”. Riflessione: dato che ultimamente anche da noi le navi delle ONG hanno sofferto queste attese, perché non evitare di far rotta anche verso l’Italia? Ma non finisce mica qui. L’autore dell’articolo scrive che “il governo di Tunisi semplicemente non vuole accogliere i migranti che partono dalla Libia”. Affermazione destituita di fondamento e completamente smentita dall’ultimo rapporto dell’Unhcr sulla Tunisia, datato al 31 maggio 2019, in cui è detto a chiare lettere: “Unhcr commends the open door policy of the Tunisian Government for persons fleeing neighbouring Libya due to fear of violence and persecution”.

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Le Ong sono la fonte attendibile, certificata e giuridicamente vincolante anche per Il Post, mentre l’on. Magi di +Africa – pardon, +Europa –, uno dei ‘fantastici cinque’ saliti a bordo della Sea Watch, in un’intervista a vita.it ci tiene a spiegare che “Tunisi è stata scartata perché non è, stando alla legge italiana e al diritto internazionale, considerabile porto sicuro, lì gli immigrati non possono chiedere protezione internazionale”.  Non ci è dato sapere da chi Magi abbia attinto queste (dis)informazioni. Sarà stata una Ong?

A questo punto, varrà la pena di dimostrare che le ONG, forti delle loro esperienze, sanno certamente il fatto loro in materia di diritto internazionale e della navigazione. A darne chiara testimonianza è l’Ong Mediterranea Saving Humans, che sul proprio profilo Facebook chiarisce così ad un utente il motivo per cui la Tunisia non rappresenterebbe un porto sicuro:

mediterranea tunisia porto sicuro

C’è altro da aggiungere?

Giuseppe Scialabba

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1 commento

  1. Bisogna prima intendersi sul significato del termine: “porto sicuro”. Per le “oenneggi’ ” è un paese popolato da fessi disponibili a mantenere nel lusso e usando quotidianamente i “guanti della festa”, negracci molesti & puzzolenti vita natural durante. Da ciò, pure personaggi che siano cerebralmente “normodotati”, vale a dire: l’ “aura mediocritas” , capiscono perfettamente che l’ unico porto veramente “sicuro”, non può essere che il “paese di Pulcinella”. (Il “paperopolese” “sindaco” de magistris docet).

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