Milano, 23 mag – Alla fine ha confessato. Aliza Hrustic, il padre del bambino di due anni brutalmente assassinato in un appartamento di via Ricciarelli in zona San Siro a Milano e arrestato ieri, è crollato e ha riferito agli inquirenti di avere agito “in un momento di rabbia”, dopo aver fumato hashish, e ha picchiato il suo bimbo “fino a ucciderlo”. La confessione è avvenuta in presenza degli investigatori della squadra Mobile di Milano e al pm Giovanna Cavalleri.

Violenza efferata

Hrustic ora dovrà rispondere delle accuse di omicidio volontario aggravato: sul corpo del piccolo sono stati rivenuti segni di violenza efferata. E pensare che era stato proprio l’uomo a chiamare i soccorsi, verso le 5 di ieri mattina, sostenendo che il piccolo era in preda a una crisi respiratoria. Ad attendere l’ambulanza c’era però solo la madre, Selvja Z., una donna croata di 23 anni incinta del quinto figlio. Le indagini si erano quindi concentrate subito sul padre, anch’egli di origini croate, che aveva fatto perdere le proprie tracce.

In fuga con le bambine


Hrustic era stato raggiunto dalle forze dell’ordine alle 11,30 nella zona del Giambellino, dove era fuggito portandosi dietro le due figlie più piccole, ora affidate ai servizi sociali. La moglie, accompagnata in commissariato, aveva immediatamente puntato il dito contro il marito. Il capo della Mobile, Lorenzo Bucossi, ha così dichiarato: “Non è stato in grado di spiegare precisamente cosa gli è venuto in mente in quel momento. Non sappiamo se il bambino stesse piangendo, ha solo raccontato che non riusciva a dormire e che aveva assunto hashish. Si è alzato e, in preda a un accesso di rabbia incomprensibile, lo ha picchiato a morte”. E aggiunge: “Visto l’orrore di quello che c’è stato non ci sarà nessuna conferenza stampa“. Bardo Seic, prozio dell’omicida, ha spiegato ai microfoni di Repubblica che “Aliza è un tipo irascibile e violento”, ed era stato isolato dalla famiglia che non gli parlava “da due anni, da quando mi ha aggredito senza motivo colpendomi alla testa con la fibbia della cintura. Ho ancora la cicatrice”, aggiunge. I vicini parlano di lui come una persona “molto violenta e spesso sotto l’effetto di droghe, in particolare fumo, che passava le giornate in un bar”.  L’uomo aveva un precedente nel 2016 per riciclaggio e le fotografie trovate sul suo profilo Facebook non ritraevano di certo un cittadino modello: sfoggiava droga, armi, soldi, il tutto alla luce del sole.

Cristina Gauri

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