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Roma, 22 feb – “La Shoah spiegata a modo mio“. Aveva costretto uno dei suoi alunni, un bambino di origine africana, a voltare le spalle ai compagni e osservare la finestra per tutta la durata della lezione. “Avete visto quanto è brutto?” aveva poi chiesto il maestro rivolgendosi al resto della scolaresca. Il maestro Mauro Bocci, 42enne di Foligno, avrebbe poi ripetuto lo stesso gesto con la sorella del bambino, presente nell’istituto ma in un’altra classe. La notizia aveva subito fatto il giro dell’istituto ed era approdata sui media nazionali. Ora il professore, chiuso tra i ceppi della gogna mediatica, cerca di giustificarsi così sulle pagine del Corriere: “Chiedo scusa a tutti, non sono un razzista, sono un papà anche io. Era un esperimento didattico, non lo rifarei più… Volevo far capire agli alunni l’aberrazione del razzismo… Tutti [gli alunni] si sono subito indignati, hanno detto in blocco che non era giusto continuare, l’obiettivo l’avevo raggiunto”.



“Metodo scientifico”

Ma che tipo di esperimento? Presto detto: il gesto voleva essere propedeutico alla spiegazione del significato di Olocausto.  “Si tratta di un metodo inverso: si fa vedere ciò che è sbagliato allo scopo di ingenerare indignazione rispetto a quel fenomeno. Volevo far capire agli alunni l’aberrazione del razzismo. E la loro reazione c’è stata e tutti hanno detto che emarginare una persona è del tutto sbagliato“. Forse il bimbo oggetto dell’esperimento non era così felice di farne parte ma tant’é, qualcuno si deve pur sacrificare per il progresso scientifico, avrà pensato Bocci, che riferisce al Corriere di aver chiesto prima agli alunni se disponibili a fare un esperimento. “Nella reazione hanno dimostrato di comprendere e reagire”, spiega. Fonti del Miur hanno reso noto che Mauro Bocci “sarà sospeso dal servizio in via cautelare” dal ministero dell’Istruzione, in seguito alla richiesta del ministro Marco Bussetti di intervenire immediatamente, “a tutela della serenità degli alunni”. “La scuola – ha sottolineato – è luogo di inclusione ed è di tutti”.

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Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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