Milano, 9 giu – Il welfare? Una parola straniera che, infatti, vale solo per gli stranieri. E’ così, almeno a Milano, città amministrata dalla sinistra e dall’ultrasinistra che fa capo al sindaco Sala, dove le politiche sociali sono pensate e attuate su misura per gli immigrati con un’evidente penalizzazione dei cittadini italiani.

L’imbarazzante squilibrio riguarda innanzitutto la questione abitativa. Nel 2018 il Comune ha assegnato in deroga 341 case popolari, 209 delle quali consegnate a immigrati. Su dieci alloggi fuori graduatoria, dunque, circa sei sono finite a stranieri; si tratta prevalentemente di extracomunitari nordafricani, sudamericani e asiatici. Sono famiglie cui è stato applicato uno sfratto o persone senza fissa dimora che non hanno i requisiti per partecipare ai bandi regolari, quindi fanno richiesta al Comune che assegna direttamente le abitazioni a seguito delle valutazioni di una Commissione consultiva.

Prima gli stranieri?


Evidentemente alla popolazione straniera, che a Milano rappresenta il 19% del totale, vanta maggiori e migliori titoli, così da usufruire di tali deroghe per il 60% delle disponibilità, con buona pace degli italiani che, pur vivendo in numero sempre maggiore nel disagio e nell’emergenza, si devono accontentare degli avanzi.

Il problema riguarda la casa, ma non solo. Parliamo anche delle politiche di assistenza familiare, come la cosiddetta “Bebè card” di cui beneficiano all’80% madri straniere; parliamo delle misure di sostegno al reddito che riguardano per il 76% dell’intervento principale le famiglie di immigrati con minori a carico; ma parliamo anche delle borse lavoro che al 50% vanno a cittadini extracomunitari. Che dire poi dell’esenzione dal pagamento della mensa scolastica? Nessuna “sorpresa” nemmeno lì: per il 72% ne beneficia chi non è italiano.

E’ il “modello Milano”, quello per cui i signori Ahmed, Lumumba, Hu o Alvarez verranno sempre prima dei poveri Brambilla, Colombo o Esposito.

Fabio Pasini

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