Roma, 23 mar – Mattino del 23 marzo 1919. Sede dell’Alleanza industriale e commerciale, piazza San Sepolcro 9, Milano«Salutato da un lungo, unanime applauso, prende la parola Benito Mussolini».

23 marzo: le tre dichiarazioni

Il direttore de Il Popolo d’Italia nell’inaugurare l’adunata nazionale degli interventisti italiani legge tre dichiarazioni.

Prima dichiarazione: «L’adunata del 23 marzo rivolge il suo primo saluto e il suo memore e reverente pensiero ai figli d’Italia che sono caduti per la grandezza della Patria e per la libertà del mondo. Noi non vogliamo separare i morti, né frugare loro nelle tasche per vedere quale tessera portassero: lasciamo questa immonda bisogna ai socialisti ufficiali. Noi comprenderemo in un unico pensiero di amore tutti i morti, dal generale all’ultimo fante, dall’intelligentissimo a coloro che erano incolti ed ignoranti «La guerra ha dato ciò che noi chiedevamo: ha dato i suoi vantaggi negativi e positivi: negativi in quanto ha impedito alle case degli Hohenzollern, degli Absburgo e degli altri di dominare il mondo, e questo è un risultato che sta davanti agli occhi di tutti e basta a giustificare la guerra. Ha dato anche i suoi risultati positivi poiché in nessuna nazione vittoriosa si vede il trionfo della reazione. In tutte si marcia verso la più grande democrazia politica ed economica».

Seconda dichiarazione: «L’adunata del 23 marzo dichiara di opporsi all’imperialismo degli altri popoli a danno dell’Italia e all’eventuale imperialismo italiano a danno di altri popoli; accetta il postulato supremo della Società delle Nazioni che presuppone l’integrazione di ognuna di esse, integrazione che per quanto riguarda l’Italia deve realizzarsi sulle Alpi e sull’Adriatico colla rivendicazione e annessione di Fiume e della Dalmazia». «L’imperialismo è il fondamento della vita per ogni popolo che tende ad espandersi economicamente e spiritualmente. Quello che distingue gli imperialismi sono i mezzi. Ora i mezzi che potremo scegliere e sceglieremo non saranno mai mezzi di penetrazione barbarica, come quelli adottati dai tedeschi».

Terza dichiarazione: «L’adunata del 23 marzo impegna i fascisti a sabotare con tutti i mezzi le candidature dei neutralisti di tutti i partiti».

Interventisti e sindacalisti rivoluzionari

Dopo di lui prendono la parola Marinetti e il capitano Mario Carli. Dopo di che vengono messe ai voti le tre dichiarazioni illustrate dal Figlio del fabbro, che sono approvate all’unanimità.

Il convegno ha visto la partecipazione di un centinaio di persone provenienti da svariate esperienze politiche e combattentistiche. De Felice ci ricorda le due principali anime colà converse: gli interventisti rivoluzionari e gli ex combattenti. Tra i primi, spiccano i socialisti, i sindacalisti, gli anarchici dei Fasci di azione rivoluzionaria. Su tutti però svettano i sindacalisti rivoluzionari, che, con De Ambris, contribuiscono in maniera ragguardevole alla stesura del programma sansepolcrista. Tra i secondi, la parte del leone la fanno gli Arditi.

Da Dalmine a Milano

Appena tre giorni prima, Benito Mussolini aveva tenuto il celebre discorso alle maestranze degli stabilimenti metallurgici “Franchi e Gregorini” di Dalmine, che, dal 15 marzo, attuavano uno sciopero di protesta senza interrompere la produzione.

Questa sua arringa può essere considerata l’essenza, sulla quale, da lì a settantadue ore, si sarebbero fondati i Fasci di combattimento: «Voi vi siete messi sul terreno della classe, ma non avete dimenticato la nazione. Avete parlato di popolo italiano, non soltanto della vostra categoria di metallurgici. Per gli interessi immediati della vostra categoria, voi potevate fare lo sciopero vecchio stile, lo sciopero negativo e distruttivo, ma pensando agli interessi del popolo, voi avete inaugurato lo sciopero creativo, che non interrompe la produzione. Non potevate negare la nazione, dopo che per essa anche voi avete lottato, dopo che per essa 500 mila uomini nostri sono morti. La nazione che ha fatto questo sacrificio non si nega, poiché essa è una gloriosa, una vittoriosa realtà. Non siete voi i poveri, gli umili e i reietti, secondo la vecchia retorica del socialismo letterario; voi siete i produttori, ed è in questa vostra rivendicata qualità che voi rivendicate il diritto di trattare da pari cogli industriali. Voi insegnate a certi industriali, a quelli specialmente che ignorano tutto ciò che in questi ultimi quattro anni è avvenuto nel mondo, che la figura del vecchio industriale esoso e vampiro deve sostituirsi con quella del capitano della sua industria da cui può chiedere il necessario per sé, non già per imporre la miseria per gli altri creatori della ricchezza».

I Fasci di combattimento

Nel pomeriggio, alla ripresa dei lavori, Mussolini interviene nuovamente presentando il suo programma: l’ago della bussola che dovrà indicare la via da seguire ai costituendi Fasci di combattimento.

Attacca, asserendo che il bolscevismo non lo spaventerebbe se riuscisse a garantire la grandezza di un popolo, però: «E’ dimostrato irrefutabilmente che il bolscevismo ha rovinato la vita economica della Russia». E ancora: «Noi dichiariamo guerra al socialismo, non perché socialista, ma perché è stato contrario alla nazione». Dopo aver accusato il Partito Socialista di essere reazionario e conservatore, afferma che non sarà tale partito a sviluppare una politica di rinnovamento e di ricostruzione, ma i nascenti Fasci di combattimento, cioè una minoranza attiva che vuole scindere il Partito socialista dal proletariato. Ma, «se la borghesia crede di trovare in noi dei parafulmini, s’inganna. Noi dobbiamo andare incontro al lavoro. Già al tempo dell’armistizio io scrissi che bisognava andare incontro al lavoro per chi ritornava dalle trincee, perché sarebbe odioso e bolscevico negare il riconoscimento dei diritti di chi ha fatto la guerra. Bisogna perciò accettare i postulati delle classi lavoratrici: vogliono le otto ore? Domani i minatori e gli operai che lavorano di notte imporranno le sei ore? Le pensioni per l’invalidità e la vecchiaia? Il controllo sulle industrie? Noi appoggeremo queste richieste, anche perché vogliamo abituare le classi operaie alla capacità direttiva delle aziende, anche per convincere gli operai che non è facile mandare avanti un’industria e un commercio».

Poi, passa ad affrontare il tema della democrazia economica, affermando che i fascisti si mettono «sul terreno del sindacalismo nazionale e contro l’ingerenza dello Stato, quando questo vorrebbe assassinare il processo di creazione della ricchezza. Combatteremo il retrogradismo tecnico e spirituale. Ci sono industriali che non si rinnovano dal punto di vista tecnico e dal punto di vista morale. Se essi non troveranno la virtù di trasformarsi, saranno travolti, ma noi dobbiamo dire alla classe operaia che altro è demolire, altro è costruire, che la distruzione può essere opera di un’ora, mentre la creazione è opera di anni o di secoli. Democrazia economica, questa è la nostra divisa».

Per quanto riguarda la democrazia politica, Mussolini proclama la morte del regime e candida il suo movimento ad occuparne il posto. Chiede l’abolizione del Senato e pretende «il suffragio universale, per uomini e donne; lo scrutinio di lista a base regionale; la rappresentanza proporzionale. Dalle nuove elezioni uscirà un’assemblea nazionale alla quale noi chiediamo, che decida sulla forma di governo dello Stato italiano. Essa dirà: repubblica o monarchia, e noi che siamo stati sempre tendenzialmente repubblicani, diciamo fin da questo momento: repubblica! Noi non andremo a rimuovere i protocolli e a frugare negli archivi, non faremo il processo retrospettivo e storico alla monarchia. L’attuale rappresentanza politica non ci può bastare; vogliamo una rappresentanza diretta dei singoli interessi, poiché io, come cittadino, posso votare secondo le mie idee, come professionista devo poter votare secondo le mie qualità professionali. Si potrebbe dire contro questo programma che si ritorna verso le corporazioni. Non importa. Si tratta di costituire dei Consigli di categorie che integrino la rappresentanza sinceramente politica».

Dopo di che si scaglia contro ogni forma di dittatura. «Noi siamo decisamente contro tutte le forme di dittatura, da quella della sciabola a quella del tricorno, da quella del denaro a quella del numero; noi conosciamo soltanto la dittatura della volontà e dell’intelligenza.»

Circa tre settimane dopo, il 13 aprile, pubblica su “Il Popolo d’Italia” alcune proposte, attorno alle quali «i Fasci di Combattimento possono raccogliere il consenso della nazione», tra cui: la giornata lavorativa di otto ore per tutti, l’età pensionabile a 55 anni, la riforma elettorale, con scrutinio di lista a base regionale e rappresentanza proporzionale e un’imposta progressiva straordinaria sul capitale per «fronteggiare i bisogni del dopo-guerra, specialmente per ciò che riguarda le provvidenze a favore dei mutilati, invalidi combattenti, famiglie di caduti».

Eriprando della Torre di Valsassina

Commenti

commenti

3 Commenti

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here