4 novembreRoma, 6 nov – Sono passati due giorni dalle celebrazioni di questo primo 4 novembre che capita nel centenario della Grande Guerra, tempo sufficiente per fare un bilancio di quanto si è visto, ed in alcuni casi si continua a vedere, in questa giornata così significativa per la storia d’Italia.

Cominciamo subito con una questione semantica, che però non è solo limitata alla semantica: il 4 novembre viene definita la giornata delle Forze Armate e festa dell’Unità Nazionale. Se è fuori di dubbio che sia la festa delle FFAA ci chiediamo che fine abbia fatto il ricordo storico della vittoria nel primo conflitto mondiale. Perché è vero che avendo vinto la Prima Guerra Mondiale l’Italia raggiunse i suoi confini naturali (non tutti, da cui la “vittoria mutilata”) e quindi l’unità, tanto che viene (andrebbe) vista come l’ultima delle guerre d’Indipendenza del Risorgimento, ma ci sembra un artificio retorico per evitare di ricordare la Vittoria di quella guerra come vuole la dottrina pacifista e politicamente corretta imperante.

4 novembre
Il sindaco di Messina alla manifestazione per il 4 novembre

I segnali che ci portano a questa conclusione sono molti: da nord a sud nella giornata di mercoledì abbiamo assistito a diverse manifestazioni non in linea con quello che dovrebbe essere lo spirito di questa commemorazione. A Bolzano, ad esempio, è stato impedito a dei semplici cittadini di deporre fiori sul locale monumento ai caduti da parte del personale che ne ha in gestione la custodia; a Messina, per il terzo anno consecutivo, il Sindaco Renato Accorinti si è presentato alla manifestazione esibendo la bandiera della pace con scritto “L’Italia ripudia la guerra” seguito da alcuni suoi accoliti sempre muniti di tale vessillo.

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L’epigrafe di David Tobini imbrattata a Roma

Riteniamo che tali manifestazioni di dissenso siano del tutto di cattivo gusto risultando un’offesa per coloro che hanno combattuto e sono morti per la Patria, che dovrebbero essere sempre rispettati a prescindere dalla proprie convinzioni politiche, ma non ci stupisce un tale comportamento, dati gli innumerevoli altri esempi di vilipendio alla memoria dei caduti di tutte le guerre: un esempio su tutti è quanto avvenuto a Roma al muro dove è affissa la lapide commemorativa di David Tobini, paracadutista morto nel 2011 in Afghanistan, che è stato imbrattato per l’ennesima volta dai soliti noti con la scritta “Vedo militari miei coetanei sopra carroarmati, che muoiano tutti sparati da bravi soldati”.

Quale unità si va predicando quindi? Quale dovrebbe essere la memoria condivisa di una Nazione se lo stesso Capo di Stato dall’Altare della Patria sostiene, nel suo accorato discorso sui militari e la pace internazionale, che “Il 4 novembre segna la data in cui finalmente si pose termine alla guerra che doveva coronare con Trento e Trieste il sogno risorgimentale dell’unità nazionale. Ricordiamo con rinnovata commozione il sacrificio di tanti giovani chiamati alle armi, le cui vite vennero spezzate nell’immane tragedia e le sofferenze delle popolazioni civili coinvolte negli eventi bellici” ma allo stesso tempo, non molto tempo fa, in occasione delle celebrazioni del 25 aprile dice “No a pericolose equiparazioni tra le due parti in conflitto”?
Perfino l’ex Presidente Ciampi nella stessa occasione ebbe modo di riconoscere che i giovani della Rsi erano stati animati da un sentimento di unità nazionale, per cui la loro scelta, in quei giorni convulsi, di restare fedeli ad un ideale e combattere ben sapendo che non ci sarebbero state possibilità di vittoria, rappresenta comunque un valore condiviso, pur specificando che fu un “errore di campo”.

Non ci facciamo illusioni del resto, dato che il fil rouge delle celebrazioni ufficiali del centenario della Grande Guerra è un pietismo e antimilitarismo d’accatto che rasenta quasi quello dei neutralisti di un secolo fa: un fiorire di mostre e commemorazioni all’insegna dello slogan trito e ritrito dell’”inutile tragedia”, la legge approvata che riabilita i disertori fucilati (circa 1000, molti meno di altre nazioni belligeranti) equiparandoli così a chi è morto adempiendo al proprio dovere. Tutti questi sono indizi che non conducono verso l’”unità nazionale” ma che approfondiscono una frattura e danno una visione distorta della storia: il 4 novembre è la festa della Vittoria nella Prima Guerra Mondiale e come tale va ricordato, senza inventarsi salti mortali intellettuali all’insegna del pacifismo o del pietismo della peggior specie.

Un Paese normale celebra le proprie vittorie dando anche spazio ai vinti, come è giusto che sia; i nostri governanti e la nostra cultura di Stato invece si affannano a distorcere i valori di quella vittoria che permise all’Italia di diventare una nazione unita. Del resto siamo gli unici che festeggiano una sconfitta (il 25 aprile), nemmeno la Germania festeggia la resa nella Seconda Guerra Mondiale pur partecipando, nel ricordo dell’onore dei vinti, alle celebrazioni dei vincitori.

Paolo Mauri

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