Roma 20 giu – Doveva essere il film del “rilancio” del DCU – l’universo cinematografico dei fumetti DC Comics – dopo che i discussi film di Zack Snyder, Man of Steel e soprattutto Batman v Superman, erano stati stroncati dalla critica statunitense e dal mondo nerd eppure diventati, soprattutto il secondo, campioni d’incassi nel resto del mondo, dividendo come nessun cinecomic fino ad ora tra entusiasti fanatici e haters a tutti i costi. Alla fine così è stato: Wonder Woman sembra aver “messo d’accordo tutti”, anche la bassa critica da macelleria di alcuni noti siti americani sembra aver dato il suo placet al film, gli incassi vanno a gonfie vele anche negli Usa oltre che nel resto del mondo, tutti si sperticano in complimenti nei social, soprattutto per l’attrice israeliana Gal Gadot, protagonista nei panni della principessa amazzone Diana di Temyshira – alias Wonder Woman – la cui presenza ha fatto bloccare il film in alcuni paesi arabi a causa del suo passato nell’esercito israeliano e delle sue vecchie esternazioni in favore dell’intervento di Israele in Libano. Sembra quasi che tutta la critica americana si sia messa d’accordo nell’usare le stesse frasi: il film è “fresh”, una ventata fresca di novità, gli attori sono bravi, la sceneggiatura è semplice, originale e senza buchi, il film è profondo e tocca temi importanti come la guerra e il femminismo ma senza essere troppo pretenzioso. Tutto vero? In parte.

Le lodi estatiche per Gal Gadot sono forse esasperate ed eccessive come ogni volta succede per le eroine femminili: è successo con Scarlett Johansson ai tempi di Avengers, con Jennifer Lawrence ai tempi di X-Men Origins, con Margot Robbie in Suicide Squad – forse la meno acclamata ma oggettivamente la migliore tra tutte – e ora che per la prima volta l’eroina femminile è la protagonista indiscussa ai critici non sembra vero di poter superare i pregiudizi di genere dicendo che l’attrice è la migliore in assoluto perché donna. Ma al di là degli eccessi va detto che l’attrice e modella Gal Gadot è stata effettivamente una sorpresa in positivo. L’avevamo intravista in Batman v Superman in cui era sembrata molto a suo agio nei panni della donna dura, ammaliante e sfuggente che è la Diana immortale che da cento anni ha perso fiducia nell’umanità ma un po’ meno credibile nell’armatura in gonnella classica dell’eroina Wonder Woman. Evidentemente doveva ancora calarsi nel costume, cosa che gli è perfettamente riuscita nel film che la vede protagonista e che narra le origini dell’eroina amazzone in cui per la maggior parte del tempo indossa proprio l’iconica armatura. Per la quasi totalità del film appare ingenua, con una purezza etica che imbarazza gli uomini che incontra, a tratti quasi tonta. All’occhio poco attento potrebbe sembrare quasi un’interpretazione poco carismatica ma se si tiene in considerazione che interpreta una amazzone semidivina che non conosce l’umanità, vivendo da secoli in un’isola abitata da sole donne e nascosta al mondo e che si trova di colpo calata in un contesto maschile nella Grande Guerra ci si accorge che Gal Gadot è riuscita nella parte. Se poi si compara la sua interpretazione con la piccola parte avuta in Batman v Superman e con le poche scene intraviste nel trailer del prossimo Justice League in cui torna ad essere la donna dura e carismatica appare tutta la capacità di interpretare i diversi e quasi opporti aspetti del personaggio, nato ingenuo e sognatore e diventato cupo e disincantato.

Accanto a lei la spalla maschile è Chris Pyne, il nuovo capitano Kirk del reboot cinematografico di Star Trek, effettivamente convincente nei panni della spia militare inglese Steve Trevor. Il resto del cast che va da Robin Wright e Connie Nielsen nei panni delle amazzoni a capo di Temyshira, a Danny Huston generale prussiano “cattivo” e David Thewlis capo di stato maggiore inglese, fa semplicemente la sua parte senza particolari picchi di virtuosità ma riuscendo comunque a rendere credibili tutti i propri personaggi. Unica pecca per la “squadra” di Trevor, che al di là della marchetta multietnica ma neanche troppo con una battuta sul razzismo lanciata quasi stancamente per dovere di servizio non ha alcun senso e regala personaggi tanto inutili quanto piatti se non per qualche gag che alleggerisce senza eccedere. Quanto all’originalità della trama, proprio no. Ad essere originale è l’ambientazione: esclusa quella della Seconda Guerra Mondiale – non si poteva copiare la concorrenza Marvel che ha in Capitan America l’eroe nato per combattere i nazisti – gli sceneggiatori, tra cui lo stesso Zack Snyder creatore dell’universo cinematografico DC, hanno intelligentemente optato per la Grande Guerra, occupando uno spazio poco utilizzato e quindi di fatto compiendo una scelta originale. Il risultato è un film con scene tra trincee, assalti alla baionetta, bombardamenti, voli con biplani con un impatto visivo di notevole effetto e che a molti ricorderanno il videogioco Battlefield 1, uno dei più famosi, giocati e venduti dell’ultimo anno, senza dimenticare il notevole piacere estetico che trasmettono le divise prussiane con elmo chiodato e le bandiere nero-bianco-rosse con croci di ferro teutoniche che sventolano da castelli arroccati. Ma la trama in sé non ha granché di originale, scorre bene senza intoppi questo sì, regalando comunque il giusto intrattenimento allo spettatore ma di fatto non si ha mai un colpo di scena, con quello che dovrebbe esserlo alla fine che è di fatto regalatissimo e pressoché scontato. Alla fine il film ha la classica linearità del cinecomic senza un briciolo di complessità ma considerando che oltre oceano – e purtroppo anche qua – una trama un po’ più articolata come quella di Batman v Superman così come quelle di molti film di Nolan sono state accusate di essere piene di buchi semplicemente perché il nerd medio non riusciva a seguirle perché presupponevano il dover prestare un minimo di attenzione in più rispetto alla cesta di popcorn, pare che oramai questo sia considerato un valore aggiunto.

La regia, affidata a Patty Jenkins di Monster, è appena sufficiente. Detto della fotografia e delle scene “videoludiche”, l’impressione è che non sia stata abbastanza all’altezza del soggetto di Snyder e degli sceneggiatori Heinberg e Fuchs, banalizzando quei pochi riferimenti simbolici possibili ed eccedendo con gli slow motion nelle scene di battaglie soprattutto nella prima parte del film, facendo poi giusto il necessario per la caratterizzazione e i dialoghi. Sui “temi importanti” che avrebbero garantito al film quella profondità maggiore rispetto ai suoi predecessori, arrivano i veri punti dolenti. Innanzitutto il femminismo. Semplicemente non c’è. Il che è sicuramente più un bene che un male, in effetti, ma è tutto trattato in maniera talmente banale che non può non essere notato. I timori che un film su una amazzone che nasce in un mondo di sole donne che si ritrova in un mondo maschile e maschilista potesse essere un bel polpettone femminista, soprattutto sapendo che il creatore del personaggio fumettistico fu lo psicologo William Moulton Marston, inventore della macchina della verità e attivo femminista convinto della cattiveria violenta insita nel maschio in contrapposizione alla natura amorosa della donna, erano davvero molti. Alla fine il femminismo si riduce a due scene, una con una gag con la segretaria di Trevor già vista nei trailer e una in cui Diana entra nella sala del consiglio di guerra inglese con orrore da parte dei presenti. Per fortuna anche il rischio “matriarcale” amazzonico è stato scampato: le amazzoni non sono donne che odiano gli uomini e la virilità guerriera come nel fumetto di Marston, né sono l’inversione afroditica e sensuale dell’eroismo Ario di cui parla Evola. Sono semplicemente una razza a parte che, semmai, odia l’umanità intera a prescindere dal genere. Ma evidentemente è bastato avere un film con una eroina donna protagonista per poter far gridare al femminismo trionfante. Sempre perché non bisogna avere complessi di genere. L’altro tema “profondo” è la guerra. Le scene di guerra sono ben fatte dal punto di vista della spettacolarità, ma nel film non si ha la percezione né della crudezza della guerra di trincea – lo si intuisce solo in una scena sul fronte belga ma in maniera piuttosto stereotipata e di impatto più emotivo che altro – né si ha una benché minima analisi o visione della guerra, delle sue dinamiche, l’ardore, l’eroismo, la violenza, la brutalità, la crudeltà, il suo modo di rendere subumani come superumani. La guerra esiste solo perché esiste la meschinità umana. Un po’ poco. E poi c’è Ares, il nemico giurato di Amazzoni e Diana. E qui il tasto si fa davvero dolente. Il modo in cui il film avrebbe trattato le figure divine era davvero uno dei punti che incuriosiva di più. La curiosità dura due minuti di film, il tempo dell’introduzione, che fa davvero cadere tutto, dagli arti agli organi genitali. Zeus crea gli uomini, Ares che sembra un incrocio tra il Lucifero classico e il Gabriel de L’Ultima Profezia o di Legion è invidioso della creazione del padre, guerra tra gli dei, muoiono tutti tranne Ares che rimane ferito e “dormiente” per secoli tramando e causando guerre e odio per distruggere l’umanità. Pietà. Ma il peggio deve venire: Ares è la causa della violenza, della guerra, dello sterminio, ergo fuori Ares niente guerra? Niente affatto, gli dei non contano nulla, non sono neanche potenze o essenze. La guerra c’è perché lo decidono gli uomini, perché nell’uomo ci sono sia luce che ombra, se prevale l’ombra si ha la guerra e il male. Pietà. Si può forzare un po’ la mano giusto nel trovare qualche simbolo nel ruolo delle amazzoni create da Zeus come “ponte tra gli uomini e gli Dei”: essendo di fatto creature “afroditiche” questo essere ponte le collega al famoso Amor motore di attrazione verso la divinità. Diana che in maniera un po’ banale rappresenta l’Amore che dovrebbe salvare il mondo dalla distruzione causata dall’odio – sempre forzando moltissimo la mano si può avere un rimando ai principi contrapposti di Philotes e Neikos del pensiero di Empedocle – ma che è comunque una guerriera armata potrebbe sembrare una sorta di Venus Victrix, divinità sacra alla Gens Julia. Ma sono tutte suggestioni forzate, poco approfondite e piuttosto banalizzate all’interno del film, il che fa appunto pensare che la Jenkins non abbia saputo approfondire i pochi spunti dettati dal soggetto di Snyder & co.

Questa quindi sarebbe la “profondità” di un film che tratta temi impegnati senza essere “pretenzioso” come il suo predecessore che invece aveva trattato temi ben più simbolici e filosofici . Per carità, mai sottovalutare l’idiozia umana soprattutto nella critica ufficiale, ma a questo punto le tesi complottiste che facevano sospettare una presa di posizione in blocco di potenti lobbies di Hollywood contro Snyder per qualche scelta simbolicamente ardita di troppo fin dai tempi di 300 cominciano a non sembrare più così demenziali. Già la tesi non sembrava così campata in aria quando la critica iniziò a definire una buona alternativa per i futuri film DC addirittura lo sconclusionato Suicide Squad del pessimo David Ayer – regista di Fury, per intenderci, che tra l’altro fino a Suicide Squad è stato il suo successo più grande, sempre per intenderci – ma poi fece subito marcia indietro per non offendere gli esseri anche appena senzienti. Che alla fine sia bastato fare un film “normale” e comunque godibile con qualche marchetta sparsa e piuttosto svogliata su femminismo e razzismo e altro per riappacificarsi con la critica? Lo scopriremo a novembre quando uscirà Justice League, il film di punta dell’intero DCU, in cui alla regia torna finalmente Snyder.

Carlomanno Adinolfi

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