Seconda e ultima parte della nostra inchiesta sull’agricoltura. Qui la prima parte

Roma, 2 dic – Se la percentuale di produzione agricola agli albori della nostra storia unitaria rappresentava il 56,7%, oggi essa incide circa per il 2,3% sul PIL nazionale (con produzione totale pari ad un valore di circa 57 miliardi di euro, con un un valore aggiunto di 33 miliardi) 9. Una piccola goccia nel mare magnum della produzione italiana. È inoltre diminuita a grande velocità, a partire soprattutto dagli anni ’60 la superficie agricola totale, la cosiddetta SAT, ovvero l’area complessiva aziendale, composta tanto dalla superficie agricola utilizzata quanto da quella non utilizzata (canali, fabbricati, giardini etc etc). La SAT è passata nell’arco di cinquant’anni dai 26,6 milioni di ettari del 1961 ai 16,7 milioni del 2016. Praticamente 10 milioni di ettari in meno. Lo stesso dicasi della SAU, ovvero la superficie agricola utilizzata, comprendente l’area aziendale effettivamente investita ed utilizzata per coltivazioni agrarie, la quale dai 17,5 milioni di ettari del 1970 è arrivata oggi ai 12,4milioni, perdendo ben 5 milioni di ettari, che sono una superficie pari circa all’Emilia-Romagna, al Lazio e alla Toscana messe insieme.

Senza considerare che nella riduzione della SAT e della SAU, le quali sono superfici eminentemente aziendali, non rientrano tutti quei terreni abbandonati ed incolti dei privati. Altre ingenti masse di terreno destinato all’incuria vuoi per divisioni familiari, vuoi per l’ubicazione in luoghi impervi. Questi dati dimostrano come effettivamente l’agricoltura non conti più molto a livello numerico e spiegano meglio perché il settore primario stenti a trovare un posto di rilievo nell’agenda politica italiana. Oramai, come la cenerentola di turno, serve per lo più per millantare i pregi e le virtù dei nostri prodotti enogastronomici, riempendosi la bocca di ecologia e sostenibilità. E qui veniamo al secondo punto focale: ovvero il progressivo lavaggio del cervello operato dai mezzi di comunicazione. Basta accendere la televisione ed ascoltare le trasmissioni a tema proposte dai vari palinsesti nazionali, per sentir elogiare a gran voce le prodigiose capacità dei nostri vecchi contadini. C’è questa grande retorica del mondo contadino quale fonte di saggezza, avente un rapporto privilegiato, speciale e quasi magico con la natura. Sembra che questi contadini del passato siano privati di una dimensione storica e temporale e rappresentino una specie di archetipo mitico da idolatrale. Questo racconto è quanto mai distante ed illusorio rispetto ad una realtà passata ben diversa.

Lo stesso dicasi dell’esaltazione forsennata che si fanno delle produzioni biologiche e biodinamiche, mantra ossessivo dell’informazione di massa. C’è un tam tam continuo in merito, che ha molto più il sapore di una vera e propria operazione di marketing che di altro. A tal proposito sono ancora una volta i dati a venirci in soccorso. L’agricoltura biologica occupa circa il 14% della SAU italiana, ovvero sia circa un milione e mezzo di ettari. La metà di questa superficie è occupata da prati e pascoli, utili per fornire foraggio al bestiame. Quindi soltanto un 7% di superficie è utilizzata per la coltivazione biologica volta alla produzione vera e propria di cereali, ortaggi o frutta. Stiamo parlando del 4,4% di aziende agricole italiane, all’incirca 73.000 unità che praticano agricoltura biologica. Ancora più disarmanti i dati sul biodinamico, che per molti rappresenta il non plus ultra della sostenibilità, se non addirittura il futuro dell’agricoltura mondiale. Per questa branca, o forse sarebbe meglio definirla setta, dell’agricoltura secondo i più recenti dati parlano di circa 400 aziende agricole che coprono intorno ai 12mila ettari, rappresentanti lo 0,02% delle aziende agricole e lo 0,095% della SAU.

Siamo davvero così sicuri che l’esaltazione, tanto del biologico, quanto del biodinamico, siano un giusto servizio reso a tutto il resto dell’agricoltura italiana? Eppure questi racconti continuano a fare una certa presa nella coscienza. La sconsiderata mitizzazione del passato e il fumo negli occhi sul presente, hanno acceso in molti il sacro furore contro ogni tipo di nuova sperimentazione o progresso tecnico-agronomico in agricoltura, facendo dimenticare un concetto fondamentale: l’agricoltura è un’attività estremamente artificiale, che va a sostituire ad un ambiente naturale ricco di biodiversità e tendenzialmente forte, un ambiente artificiale, specializzato e fragile, bisognoso di cure. Non è che le nostre mele, i nostri agrumi, il nostro latte nascono così, dal nulla. Sono il prodotto di una lunga serie di selezioni, miglioramenti, incroci, tecnologie, che nell’ultimo secolo, grazie a svariate scoperte scientifiche, sono riuscite a raggiungere picchi qualitativi e produttivi mai raggiunti prima.

La tanto sbandierata esaltazione del Made in Italy, delle varietà tradizionali ed antiche della nostra migliore tradizione agroalimentare, è sostanzialmente un racconto artefatto. Facciamo un esempio: oggi va tanto di moda parlare di grani antichi ed in molti conosceranno il più famoso tra questi, ovvero il grano duro Senatore Cappelli. Forse però non sanno che questo grano, erroneamente chiamato grano antico, nasceva nel 1923 grazie all’opera di selezione varietale del più grande genetista italiano del secolo scorso: Nazzareno Strampelli. Un grano che sarà poi alla base di moltissimi dei grani duri “moderni”, ma che soprattutto farà da elemento principe per quello che è il nostro più conosciuto ed apprezzato prodotto alimentare al mondo: la pasta. Dunque il frutto di un preciso e voluto miglioramento genetico, non il frutto del caso.

La politica agraria del fascismo avrà avuto molte ombre e molti difetti, ma mise in campo agronomi, tecnici e periti agrari per dare risposte alle problematiche dell’agricoltura italiana; mise in campo la scienza e non la superstizione. Forse ai novelli parabolani dell’agricoltura “naturale” e “magica” sarebbe bene ricordare le parole di un grande e serio studioso di esoterismo e filosofie orientali, come Pio Filippani Ronconi, che a conclusione di un suo discorso pronunciò tali parole: “Questa ammirevole disposizione interiore tramandata fino a noi da un’antichissima civiltà, che più o meno è lo specchio di tutta l’Asia ulteriore, non contraddice certo all’esigenza moderna della crescente tecnicizzazione ed automazione industriale dell’agricoltura che esige la sopravvivenza fisica della specie, bensì la completa, facendo sperimentare all’uomo in maniera vivente, di là dall’astratta razionalità, il suo intimo spirituale rapporto con l’essere della Terra”.

Riprendendo il filo del discorso, dobbiamo diffidare non solo dall’esaltazione forsennata del biologico e delle agricolture alternative, ma anche dai grandi esaltatori dei prodotti tipici. Escludendo i vini, se consideriamo il fatturato delle varie sigle DOP e IGP, constatiamo che il loro valore è pari a circa il 10% della produzione agricola italiana. Di questo 10%, il 9% è rappresentato dai grandi formaggi e dai grandi prosciutti nazionali, mentre soltanto l’1% è costituito dai prodotti agricoli “tipici” veri e propri – pensiamo alle patate della Sila o alle lenticchie di Norcia, per fare un esempio. Ed i grandi prosciutti ed i grandi formaggi dell’agroalimentare italiano si ottengono soltanto attraverso l’utilizzo di mais e foraggi, che appartengono all’altro 90% della produzione agricola. Voler concentrare i nostri sforzi soltanto su quel 1% significa parlare del nulla. Sia chiaro: queste produzioni non vanno scoraggiate, ma sono e resteranno sempre produzioni di nicchia. Logica vorrebbe che ci si concentrasse di più su quel 90% di produzione da cui si ottengono non solo un significativo 9% di prodotti ad alta remuneratività e ben richiesti sul mercato estero, ma anche tutto ciò che riguarda il fabbisogno alimentare del popolo italiano. Se per produrre la nostra pasta siamo costretti ad importare una buona parte di grano duro dal Canada, in quanto il nostro non soddisfa appieno le qualità richieste dall’industria di trasformazione, perché non impegnarsi nella ricerca e nella selezione di nuove varietà idonee? Siamo o non siamo la terra che diede i natali a Nazzareno Strampelli?

Per fare questo è necessario un cambio di paradigma; è necessario farla finita di pensare all’agricoltura come un’attività meramente conservativa, se non retrograda e passatista. Dobbiamo smetterla d’intendere l’agricoltura come il “semplice” mezzo attraverso il quale produrre alimenti ed iniziare a ripensarla, anche e soprattutto, come una grande opportunità di ricerca e sviluppo. E non ci stiamo soltanto riferendo a quanto detto riguardo il miglioramento genetico, ma anche allo sviluppo di nuove tecnologie, all’implemento di aziende produttrici di mezzi tecnici, all’industria chimica dei fertilizzanti e degli agro-farmaci, così come a tutta l’industria di trasformazione. Non dimentichiamo che la nostra industria agroalimentare vanta un fatturato di 132 miliardi di euro e che, dopo quello metalmeccanico, rappresenta il secondo comparto industriale nazionale, con un peso di circa il 10% sul Pil.

È dunque necessario rimarcare la stretta interdipendenza tra i vari settori. Agricoltura, industria e servizi sono interconnessi e devono correre a braccetto. Crediamo che in un progetto autenticamente sovranista nessun settore economico possa e debba esser lasciato indietro, tanto meno l’agricoltura. Far ciò significherebbe, tra le altre cose, aprire ulteriormente le porte al ruolo egemone delle multinazionali. Non condanniamo a priori nessuna azienda multinazionale, né vogliamo negarne l’esistenza. Diciamo soltanto che in uno Stato sovrano o queste aziende lavorano seguendo determinate condizioni, in regime di stretta collaborazione con lo Stato in cui operano, oppure possono tranquillamente andarsene in qualche altra parte del mondo a cercare miglior fortuna. Così come scritto nella nostra attuale carta costituzionale – molto citata, ma scarsamente applicata – all’art. 41: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni, perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Si torni dunque a controllare, a programmare e a far in modo che pubblico e privato tentino di nuovo d’interfacciarsi per un fine sociale, invece di proseguire nella svendite aziendali e nel miserevole crollo della ricerca e dell’istruzione pubblica. Anche questa è cessione di sovranità. E mentre noi creiamo e ricreiamo ostacoli alla ricerca e ci perdiamo nell’esaltazione di qualche raro prodotto tipico, altre nazioni fanno passi da gigante.

Nel discorso di fine anno 2017, il presidente della Repubblica Popolare Cinese ha annunciato che sono state testate le prime produzioni di riso in acqua salata. E nel mentre, il fu impero celeste acquista ettari su ettari in Africa, accaparrandosi terreni utili alla coltivazione. La Cina dispone della più bassa superficie agraria pro capite al mondo – appena 1.000 mq per abitante – e non solo continua a crescere, ma sta pure modificando la propria dieta alimentare, spostando i consumi dal tradizionale riso ad un maggiore consumo di carne ed altri cereali. Constatazioni da non sottovalutare e che, in parte, ci aiutano a comprendere meglio pure le recenti guerre commerciali con gli Stati Uniti, i quali sono tra i maggiori fornitori di materie prime agricole del gigante asiatico.

Tornando verso il nostro vecchio continente incontriamo la Russia, che l’anno scorso ha ottenuto una produzione di cereali, tra frumento ed orzo, a dir poco mostruosa: 128 milioni di tonnellate. Un balzo impressionante se pensiamo che ai tempi dell’Unione Sovietica il Cremlino era un grande importatore di cereali dall’Europa. Putin dichiarò nel 2005 che il potenziamento del settore agricolo sarebbe stato una priorità per il suo governo ed i risultati gli danno oggi ragione, tanto che il gigante russo si pone come nuovo protagonista nel mercato internazionale dei cereali.

Fin qui abbiamo parlato di due colossi, ma se guardiamo anche nel piccolo, per esempio ad Israele, la quale tra l’altro si è molto avvantaggiata delle sanzione europee nei confronti della Russia, ampliando in modo notevole la propria esportazione di ortaggi e frutta verso il mercato russo, un tempo nostro privilegiato sbocco commerciale, pur nella ristrettezza degli spazi è uno Stato all’avanguardia nella sperimentazione. Una nazione che con le sue sole forze riesce a garantire al 90% il fabbisogno alimentare della propria popolazione. Questo grazie alla stretta collaborazione tra istituti di ricerca statali ed aziende agricole. Non solo nel settore orticolo, ma anche in quello zootecnico, dove Israele si sta dimostrando paese leader nella zootecnia di precisione e nell’utilizzo del digitale e della robotica nelle stalle.

Sull’innovazione punterà tutto anche la Gran Bretagna, che dopo l’uscita dall’Unione Europea, per bocca del suo ministro dell’agricoltura ha rilasciato queste dichiarazioni: “Una volta che avremo lasciato l’Unione europea avremo davvero l’opportunità di ripensare dalle fondamenta il settore agricolo britannico. E la Gran Bretagna ha sempre pensato che intensificare l’adozione di nuove tecnologie, come quelle digitali o genetiche, sia la strada giusta per rendere le aziende agricole più produttive e profittevoli. Crediamo che questa sia una grande opportunità e vogliamo essere protagonisti in questa fase”.

Non dobbiamo assolutamente sottovalutare tutti questi segnali provenienti da quelle nazioni che detengono ancora in mano le leve del proprio sviluppo economico; segnali che dimostrano come l’agricoltura e l’alimentazione abbiano ancora una considerazione ed un peso rilevante negli Stati sovrani.

Per questo, in conclusione, torniamo a ribadire che il recupero della nostra sovranità, dovrà passare anche attraverso il recupero della nostra agricoltura. Essa non è la rarità bella e pregiata da mostrare compiaciuti agli altri, ma un settore economico strategico nella vita dell’intera nazione. Un settore che dovrà trovare, con armi tanto tecniche, quanto diplomatiche, di ritagliarsi un varco tra le strette maglie della politica agricola comune europea, sempre più fittizia e distante dalla realtà. E vorremmo quindi terminare questo studio con una citazione di Antonio Saltini, il quale durante un suo viaggio negli Stati Uniti fu duramente attaccato dal sottosegretario del governo Carter, James Starkey, che criticava aspramente le politiche agricole portate avanti in Europa a sostegno degli agricoltori. Saltini rispose allora con un concetto così semplice e chiaro, da apparire oggi quasi disarmante. Ovvero che quelle politiche erano giuste e necessarie fosse anche soltanto “per sostenere il diritto di ogni società umana di produrre sulla propria terra quanto reputi necessario alla propria sicurezza alimentare”.

Gruppo di Studio Auser

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