Roma, 1 dic – Possiamo affermare, senza remore, che nel “variegato” universo sovranista italiano manca quasi del tutto un’attenzione critica e costruttiva nei confronti del settore primario dell’economia. Al di là di molte dichiarazioni di principio, il più delle volte estemporanee e prive di struttura, quando si affronta l’argomento agricoltura si cade nella banalità. Diventa tutto un parlare di biologico, agricolture alternative, ritorno alla terra, mondo contadino etc. E questo, a nostro modesto parere, è principalmente il frutto di due fattori da cui non possiamo prescindere nell’analisi che andremo svolgendo: 1) L’agricoltura oggi ha un minor peso economico tra i comparti produttivi e gli agricoltori non costituiscono più la base sociale della nazione; anzi sono una vera e propria minoranza; 2) Da oltre vent’anni a questa parte è stato, coscientemente, portato avanti un lavaggio del cervello mediatico nei confronti del mondo agricolo. Questi due punti, volenti o nolenti, hanno progressivamente operato una distorsione percettiva sull’agricoltura italiana, portandoci a trovare scarse risposte ai crescenti problemi del settore, anche laddove ci si sarebbe aspettati qualcosa in più rispetto alla piattezza generale del panorama politico italiano.

Per capire meglio la genesi ed il progressivo sviluppo di questi due punti sarà bene fare un passo indietro e cercare di tracciare un quadro sintetico, ma esemplificativo, della storia dell’agricoltura italiana. E per far questo dobbiamo partire proprio dalla data che segna la nostra agognata e sofferta Unità nazionale: il 1861. A quel tempo l’agricoltura era sicuramente il settore preponderante dell’economia, sia a livello occupazionale che produttivo. Circa il 70% della popolazione, tra uomini e donne, era occupata in agricoltura ed essa rappresentava il 56,7% del prodotto nazionale. Ma di contro alla preponderanza degli occupati e al suo peso sulla bilancia produttiva, possiamo tranquillamente affermare che il quadro generale dell’agricoltura italiana non era certo dei più rosei. L’arretratezza tecnica era generalizzata. Basti pensare, per fare un esempio, che fino alle soglie del XX° secolo ed oltre, gli aratri in uso nelle campagne toscane e in molte parti del centro Italia, non erano poi tanto dissimili da quelli in uso presso gli etruschi e i romani.

Il dott. Vittorio Reggiani, poi tra i soci fondatori del Consorzio Agrario di Gubbio, agli inizi del ‘900 descriveva così il lavoro nelle campagne eugubine: “Era uno squallore che ci opprimeva assistere al modo in cui aravano le nostre terre con il vecchio attrezzo e vedere, con senso di dolore, l’irrazionale lavoro delle terre”. Era inoltre pratica comune alternare di anno in anno grano e mais sugli stessi appezzamenti, senza alcun tipo di concimazione, se non del misero letame, sparso sui campi in quantitativi insufficienti. Quasi del tutto sconosciute le più elementari forme di rotazione con piante foraggere leguminose, al tempo in Inghilterra praticate già da oltre duecento anni e che oggi vengono insegnate in ogni istituto tecnico agrario come una delle prime pratiche agronomiche da rispettare per mantenere la fertilità dei terreni. Ovvio che poi le conseguenze di lavorazioni irrazionali del suolo, della mancanza di concimazioni adeguate e di rotazioni, erano le medie produttive basse. Intorno al 1860 in Italia il frumento, che era la coltivazione più diffusa sulla penisola, produceva di media tra i 5 e 6 quintali ad ettaro. Bisognerà arrivare alle soglie della prima guerra mondiale per raggiungere delle rese medie di poco superiori ai 10 q/ha. Il grano prodotto serviva poi, più che per l’alimentazione della famiglia contadina, per il pagamento in natura dei proprietari del fondo, i quali, salvo alcuni casi di uomini lungimiranti, investivano poco o niente nel miglioramento dei terreni e nel perfezionamento delle tecniche di coltivazione. Si preferiva parcellizzare le proprietà, tramite appunto affitti, colonie parziarie o mezzadrie, lasciando poi ai contadini, il più delle volte senza un minimo d’istruzione e senza capitali d’investimento, se non la propria forza lavoro, l’onere di tirare avanti. Diveniva così dilagante la piaga dell’usura e dell’indebitamento. Bastava un’annata storta, un raccolto mancato e intere famiglie si vedevano costrette prima a chiedere prestiti poi, impossibilitate a pagarli, a dover lasciare case e terreni per retrocedere nell’ancor più misera condizione di braccianti. In media nel 1861 erano a disposizione dei contadini italiani nell’arco di un anno circa 122kg di frumento, 100kg di frutta e ortaggi e appena 10kg di carne. Stiamo parlando di una popolazione, quella contadina, che lavorava in media dieci ore al giorno nei campi, vangando, zappando, mietendo, seminando e che avrebbe dovuto consumare almeno 1kg di frumento al dì per reintegrare gli sforzi giornalieri spesi nel lavoro. Dovendo quindi integrare la quota mancante di carboidrati con la farina di mais, soprattutto al nord e al centro Italia, alimento povero di sostanze nutritive, si produceva il fenomeno della pellagra, il cosiddetto “male della miseria” come lo definì l’antropologo Cesare Lombroso. Senza contare le altre malattie endemiche delle campagne italiane: il rachitismo, la difterite e la malaria, diffusissima nei tanti terreni paludosi presenti all’epoca in Italia. La mortalità infantile era calcolata intorno al 23% e l’aspettativa media di vita si attestava sui 35 anni, sia per gli uomini che per le donne. L’igiene delle abitazioni contadine era pressoché inesistente. Scriveva il senatore Jacini, autore dell’inchiesta parlamentare sull’agricoltura nazionale, pubblicata nel 1883: “diffusa la coabitazione con gli animali, avvilente la ristrettezza degli spazi, deleteria l’umidità degli ambienti. Più ricchi sono i proprietari e più diroccate e inabitabili sono le case dei contadini”.

Eccoli dunque i contadini italiani all’alba della nostra Unità nazionale. Analfabeti, miseri, sovraccarichi soltanto di figli e debiti. Fermi ad un’agricoltura di poco dissimile a quella in auge alla fine dell’Impero Romano d’Occidente e in buona parte ancora legati a forme arcaiche di usi civici di origine feudale. Per loro, in quelle condizioni, non c’era alcuna possibilità di accumulo di capitali e nessuna possibilità di riscatto dalle condizioni di miseria in cui versavano. Alle generalizzate condizioni di penuria e povertà in cui vigevano le classi rurali dell’epoca, si univano notevoli differenze tra le varie agricolture regionali, tanto che il più grande storico italiano dell’agricoltura, Antonio Saltini, parla dell’Italia delle cento agricolture. Ma farne un quadro dettagliato sarebbe troppo lungo e difficoltoso. Potremmo sintetizzare e racchiudere approssimativamente l’agricoltura italiana dell’epoca in tre grandi macro aree:

– Nord, in particolare l’area della pianura padana, con aziende di dimensioni per lo più medio-grandi, in mano ad un’aristocrazia o ad una borghesia agraria che iniziava a vedere nei propri possedimenti terrieri delle opportunità d’impresa e non più dei feudi da spremere fino all’osso. La manodopera era costituita per lo più da coloni parziari, mezzadri e da braccianti, ma non mancavano anche i primi esempi di manodopera salariata;

– Centro, dove invece predominava ancora un’agricoltura di tipo mezzadrile, con proprietari per lo più appartenenti al ceto aristocratico o clericale, maggiormente interessati allo status sociale che garantivano loro i possedimenti terrieri, più che alla loro conduzione produttiva. Salvo alcuni esempi positivi, veniva praticata un’agricoltura prevalentemente di sussistenza;

– Sud, in cui faceva da padrone il latifondo, in mano alla nobiltà e al clero, dove i contadini erano asserviti alla terra quasi come i servi della gleba dell’alto medioevo. Le campagne del sud erano per lo più dominate dalla fame e dalla penuria, dove si praticavano coltivazioni estensive di cereali – scarsamente produttivi – e di pascolo per il bestiame.

Ovviamente, trattandosi di una sintetizzazione, le situazioni descritte per le tre macro-aree erano rinvenibili anche al di fuori delle zone in cui le abbiamo circoscritte. Per esempio, anche al centro esistevano territori in cui era predominante il latifondo, la coltivazione estensiva e scarsamente produttiva di cereali e foraggi, unite al pascolo brado. Pensiamo alla maremma toscolaziale o all’agro-pontino. Così come al nord esistevano vaste aree in cui predominava il sistema mezzadrile, pensiamo alla Romagna, o dove si praticava ancora un’agricoltura di mera sussistenza, come nella maggior parte dell’arco alpino. Lo stesso dicasi del sud, dove non mancavano esempi di specializzazione colturale e di progresso nelle tecniche agronomiche, come ad esempio in alcune zone della Sicilia, dove agrumi, viti ed olivi cominciavano a prender piede scavallando le arretrare coltivazioni di cereali.

Ad ogni modo bisognerà attendere proprio il Risorgimento ed il sorgere dello Stato nazionale per intravedere i primi passi verso un necessario ammodernamento dell’agricoltura. Sarebbe scorretto dire che non furono fatti tentativi anche negli stati pre-unitari, ma possiamo tranquillamente affermare che non si rivelarono mai realmente significativi, non riuscendo a garantire quel cambio di passo che si verificò soltanto a partire dall’Unità d’Italia. Sia chiaro, non fu un passaggio semplice e nemmeno privo di errori. Anzi diciamo pure che l’Italia, nell’arco di pochi anni, si trovò costretta ad elaborare un pensiero agronomico che fino a quel momento non aveva avuto, per applicarlo ad una realtà agricola molto sfaccettata e diversa nelle varie regioni. Nascevano allora le prime scuole superiori di agraria a Pisa e a Milano, per opera di due precursori quali Cosimo Ridolfi e Gaetano Cantoni, ma stenteranno a decollare a causa degli scarsi finanziamenti e del numero esiguo di studenti. Mancava inoltre un vero e proprio comparto industriale, fondamentale traino per la creazione dei necessari mezzi tecnici e meccanici volti ad un razionale ammodernamento dell’agricoltura. Non bastò neanche l’iniziale creazione da parte dello Stato dei Comizi Agrari nel 1866, una sorta di embrione dei futuri Consorzi Agrari, a dare un salutare cambio di rotta. Ci vorranno circa una ventina d’anni e il sopraggiungere della crisi agraria, che attanagliò l’Europa interna tra il finire degli anni ’70 e il principio degli anni ’80 dell’ottocento, prima che la macchina dell’agricoltura italiana riuscisse a mettersi in moto. Solo allora, con la creazione ed il diffondersi delle cattedre ambulanti, la nascita dei primi Consorzi Agrari e della loro potente federazione, la Federconsorzi, soprattutto nel nord e nel centro Italia, si videro i primi cambiamenti e si ottennero i primi risultati positivi.

Questa digressione storica ci ha permesso di dimostrare come sia stato difficoltoso portare avanti il processo di cambiamento dell’agricoltura italiana. Ma al contempo come ciò sia avvenuto in modo via via sempre più repentino se paragonato ai precedenti, lunghissimi secoli di stagnazione. Un cambiamento dunque molto recente ed ascrivibile a poco più di cento anni fa. Abbiamo visto così calare il numero degli addetti all’agricoltura, mano a mano che l’industria avanzava assorbendo manodopera e producendo macchinari e mezzi tecnici atti a sostituire il lavoro fisico dell’uomo, aumentando al contempo le rese produttive. Si è così passati da un’Italia eminentemente agricola, che nel 1861 assorbiva oltre il 70% della popolazione in quel settore, ad un progressivo calo. Già nel 1900 il ceto contadino si era ridotto al 60%; nel 1938, con una popolazione comunque ancora occupata per circa il 50% in agricoltura, avvenne per la prima volta il superamento in valore della produzione industriale su quella agricola. Fino a che nel secondo dopoguerra, industria e servizi superarono l’agricoltura nel numero di lavoratori, portando in un rapido susseguirsi il settore primario a rappresentare oggi soltanto il 3,8% degli occupati, con un numero di aziende agricole pari a circa 1.700.000 unità.

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4 Commenti

  1. Sarebbe stato anche il caso di ricordare la superficie agricola utile disponibile pro capite sul nostro territorio, e come quella superficie sia stata erosa pesantemente dalla crescita della pressione antropica e continui ad essere tutt’ora erosa di anno in anno.

    Da ricordare anche che, contrariamente a quel che afferma la propaganda, continuiamo a soffrire di una crescita della popolazione a dir poco inquietante, oggi trainata ESCLUSIVAMENTE dall’iniezione palesemente intenzionale di “materiale umano” dall’estero.

    Visto che, se ho ben capito, questo è il primo articolo di una serie, fareste bene ad aprire vigorose parentesi sul tema.

  2. Gentilissimo Ugo, potrai trovare alcuni dei dati che t’interessano sul secondo capitolo pubblicato proprio oggi.

    Di cose da affrontare ce ne sono molte, anche perché il settore primario soffre di una mancato interesse strutturale e, aggiungerei, nazionale, da più di 50 anni.

    Il nostro obbiettivo è proprio quello di gettare uno sguardo lì ed aprire un varco di discussione e approfondimento nell’universo sovranista.

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