Alessandria X mas
L’attacco alla Valiant in un dipinto di Claudus

Roma, 19 dic – Nella storia di una Nazione esistono fatti, personaggi e luoghi che sono destinati a diventare pietre miliari della memoria collettiva di un intero popolo per il grande valore simbolico che rappresentano: il Carso, il Piave, el-Alamein, ma anche Matapan e la corazzata Roma. Tutti nomi ormai entrati nell’immaginario collettivo degli italiani per un motivo o per un altro.


Sicuramente un posto d’onore occupa l’impresa di Alessandria d’Egitto, quando, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, 6 incursori della X Flottiglia Mas affondano nel porto della città egiziana due corazzate ed una petroliera.

Molto si è detto ed anche scritto su quell’operazione che ha messo in ginocchio la flotta inglese nel Mediterraneo. Gli autori sono stati tutti decorati con la Medaglia d’Oro al Valor Militare ed hanno, successivamente alla guerra, avuto sorti diverse. Ben nota è la storia di quella notte che ci ha tramandato uno degli autori dell’impresa, Luigi Durand De La Penne, allora Tenente di Vascello, ma non è stato l’unico a coprirsi di gloria ed eroismo: insieme a lui, a cavallo del Siluro a Lenta Corsa (SLC) affettuosamente chiamato “maiale” che colpì la corazzata Valiant, c’era il Capo Palombaro di prima classe Emilio Bianchi.

Il suo resoconto, che vi proponiamo, va a completare la cronistoria di quell’impresa eroica fornendo aspetti umani inediti che un tempo erano propri degli uomini in armi; valori che erano il riflesso di uno spirito italico che purtroppo è andato perso nel corso dei decenni.

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La rotta degli incursori nel porto di Alessandria

L’operazione G.A.3, messa in atto dagli incursori della X Flottiglia Mas, vede la luce nel dicembre del 1941 quando tre SLC, il 221-222-223,  i cui equipaggi erano formati rispettivamente dal T.V. De La Penne/C.Pal. 1° Bianchi, dal Cap. G.N. Marceglia/Sc.Pal. Schergat e dal Cap. A.N. Martellotta/Sc. Pal. Marino, danno l’assalto al porto di Alessandria d’Egitto, allora munitissima base navale inglese (insieme a Malta e a Gibilterra) nel Mediterraneo. Le tre coppie di incursori vengono trasportate in prossimità di Alessandria dal sommergibile “Sciré”, comandato dal C.F. Junio Valerio Borghese, ideatore dell’impresa, salpato dall’isola di Lero, nel Dodecaneso, il 14 dicembre. Il sommergibile italiano raggiunge la destinazione la sera del 18 dicembre, e alle 20:47 mette in mare i tre “maiali” con obiettivi ben precisi: alla coppia De La Penne/Bianchi la nave da battaglia al posto di ormeggio numero 57 (la HMS Valiant da 30.600 tonnellate di stazza), a Marceglia/Schergat la nave da battaglia al posto di ormeggio 61 (la HMS Queen Elizabeth gemella della Valiant) ed infine a Martellotta/Marino una portaerei non bene identificata da ricercare, in mancanza della quale avrebbero colpito una petroliera, come effettivamente avviene (la Sagona da 7.500 tonnellate).

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Emilio Bianchi

Qui comincia la storia di Emilio Bianchi. Alle 21:00 del 18 dicembre i tre SLC sono in navigazione verso l’entrata del porto, il mare è calmo e tutto sembra procedere per il meglio, da questo momento la sorte dei 3 equipaggi si separa quando De La Penne dirige il suo “maiale” verso la testata del molo e quindi al canale navigabile di ingresso. Bianchi e De la Penne scorgono dei fanali di posizione e con loro sorpresa notano una fila di 3 cacciatorpedinere inglesi che lentamente entrano in porto, gli incursori riusciranno a penetrare senza difficoltà all’interno della rada sulla scia delle navi inglesi approfittando del fatto che il personale addetto alla manovra aveva provveduto all’apertura degli sbarramenti. E’ l’una di notte, il mare è freddo, le luci sono oscurate come accade sempre in tempo di guerra ma Bianchi e De La Penne procedono senza intoppi verso il loro obiettivo. Passa un’ora ancora e finalmente, riaffiorando, scorgono la grande mole della Valiant ormeggiata proprio dove doveva essere, ma De La Penne nota una fila di boe intorno alla corazzata che non era prevista: gli inglesi avevano infatti recentemente posato delle reti parasiluri, temendo un attacco di aerosiluranti come essi stessi avevano portato l’anno precedente nel porto di Taranto. Bianchi raggiunge le boe e scende sul fondo constatando che le reti non sono ancora fissate: sarebbe quindi possibile alzarle e farci passare sotto il “maiale”, ma De La Penne è di avviso diverso e decide di superare lo sbarramento in superficie. Con uno sforzo estremo (il mezzo d’assalto si impigliò in un cavo) i due riescono ad oltrepassare l’ostacolo e sono finalmente a ridosso della corazzata inglese.

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Luigi Durand De La Penne

A questo punto il piano originario, come da esercitazione, prevedeva che la carica esplosiva fosse collegata alle due alette antirollio della nave tramite una sagola e posizionata al centro della chiglia della nave, ma De La Penne, intirizzito dal freddo, ritiene che sia meglio attaccare la carica direttamente all’aletta di sinistra. I due palombari si avvicinano alla nave inglese e cominciano ad ispezionarla alla ricerca dell’aletta, ma il SLC ha un malfunzionamento: il motore si ferma ed il “maiale” si adagia dolcemente sul fondo del porto. De La Penne cerca disperatamente di rimetterlo in moto ma invano, quindi decide di risalire in superficie per rilevare la loro esatta posizione. La sfortuna sembra accanirsi sugli incursori italiani quando anche Bianchi è vittima di un malfunzionamento al respiratore che gli provoca un avvelenamento da ossigeno: non c’è altra scelta, per il Capo Palombaro, che risalire.

Quando Bianchi si riprende si ritrova sottobordo alla nave inglese e viene illuminato da un fascio di luce; lentamente nuota verso una vicina boa di ormeggio sempre tenuto sotto controllo dai marinai inglesi a bordo della Valiant. Dopo qualche minuto il fascio di luce si sposta nella stessa zona dove era venuto a galla inquadrando De La Penne che tenta di allontanarsi a nuoto dalla nave: gli inglesi gli intimano di tornare indietro ma lui prosegue imperterrito, a quel punto una sventagliata di mitragliatrice lo riporta a più miti consigli e così rettifica la direzione nuotando verso la boa dove si trova Bianchi.
Questi ha così modo di sincerarsi che la missione sia stata effettuata con successo; De La Penne infatti era riuscito da solo e con uno sforzo sovrumano ad attaccare la carica alla nave e far partire le spolette a tempo.

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Il sommergibile Sciré modificato per trasportare i SLC in contenitori sul ponte.

Sono le 3 del mattino del 19 dicembre, i due dopo poco vengono prelevati da una motobarca e portati a bordo dove vengono perquisiti e spogliati, in seguito sono inviati a terra dove subiranno un secondo interrogatorio ad opera di alcuni ufficiali inglesi.
Questo è un interrogatorio più metodico: i due vengono separati e gli ufficiali, molto duramente, intimano a Bianchi di rivelare in che modo sono riusciti ad entrare nel porto, dove sono stati collocati gli esplosivi e quando esploderanno. Domande legittime ma che non ebbero alcuna risposta da parte del Capo Palombaro. Nemmeno quando gli inglesi lo minacciarono di fucilazione ebbero risposta; Bianchi infatti replica “Sono un prigioniero di guerra e come tale tutelato dalla Convenzione di Ginevra, che voi siete liberi di non osservare, ma dovrete assumervi tutte le responsabilità che ne conseguono”.

Lo squarcio sulla carena della Valiant ad opera della carica di De La Penne/Bianchi
Lo squarcio sulla carena della Valiant ad opera della carica di De La Penne/Bianchi

Finito l’interrogatorio i due incursori vengono riportati sulla Valiant e rinchiusi in una cala, cioè un locale al di sotto della linea di galleggiamento della nave. Dopo qualche decina di minuti vengono di nuovo separati e Bianchi viene trasferito in un altro locale del ponte superiore che sembra essere una mensa e lì guardato a vista da una sentinella armata. Verso le 6 del mattino una potente esplosione subacquea, ad una certa distanza, lo riporta alla realtà: è la carica di Marceglia e Schergat, due istriani, che ha colpito la Queen Elizabeth. Dopo pochi minuti, alle 6:15, un secondo boato sconquassa la Valiant: la carica posata dai due incursori ha fatto il suo dovere.
Dopo attimi che sembrano ore un ufficiale si presenta nel locale dove è rinchiuso Bianchi e con fare brusco gli intima di seguirlo, mentre risale verso il ponte di coperta si ode una terza esplosione: anche il terzo “maiale”, quello di Martellotta e Marino, è andato a segno affondando la petroliera “Sagona” e danneggiando gravemente il cacciatorpediniere “Jervis” di 1600 tonnellate di stazza.

Dalla coperta della Valiant Bianchi ha una visione che lo rincuora: è la la Queen Elizabeth, distante circa 300 metri, fortemente sbandata sulla dritta con quasi due metri di carena fuori dall’acqua. Il palombaro viene condotto al barcarizzo dove finalmente si ricongiunge con De La Penne ed insieme vengono caricati su una motobarca e sbarcati a terra.

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Un SLC detto anche “maiale”

Il destino ora ha in serbo, per il momento, sorti diverse per i 6 marinai italiani: Marceglia e Schergat, al contrario dei loro compagni, non vengono catturati subito. Restano liberi per 34 ore con buone probabilità di sfuggire alla cattura e di ritornare in Italia se una circostanza davvero inopinabile non li avesse traditi.

Il piano dell’azione prevedeva che gli equipaggi, una volta compiuta l’azione, raggiungessero con i propri mezzi La Rosetta, una località posta alla foce del Nilo, dove un sommergibile, lo “Zaffiro” del C.C. Lombardi, li avrebbe raccolti. Marceglia e Schergat riescono ad uscire dal porto di Alessandria fingendosi marinai francesi che avevano perduto l’orientamento e raggiungono la stazione ferroviaria da dove avrebbero dovuto prendere il treno per La Rosetta ma occorrono soldi spiccioli per i biglietti e gli incursori hanno solo biglietti di banca inglesi da 5 sterline che, per di più, non hanno più corso in Egitto dall’inizio della guerra. Per cambiarli sarebbero dovuti andare in banca mostrando i documenti, ma ovviamente hanno solo i tesserini della Marina. Così, pur raggiungendo La Rosetta con mezzi di fortuna, i due vengono catturati dalla polizia il 20 dicembre.

I nostri incursori, prima della destinazione finale della prigionia, si ritrovano tutti quanti in carcere al Cairo, da dove successivamente vengono tradotti in Palestina, dove rimangono 8 mesi, e poi smistati in diversi campi di prigionia inglesi a seguito dell’avanzata dell’Asse su el-Alamein. I tre ufficiali vengono portati in India mentre i tre sottufficiali in Sudafrica, nel Transvall.
Qui la storia di Bianchi continua ed entra nel mito più di quanto non lo sia già: nel campo di concentramento sudafricano infatti tenta la fuga per ben due volte per cercare di tornare in Patria e continuare a combattere, poi, dopo l’8 settembre, si rifiuta di cooperare come tanti altri suoi commilitoni e resta in prigionia (una prigionia di ben altro tenore rispetto a quella di coloro che collaboravano) fino alla fine della guerra, al contario degli ufficiali che rientrano in Italia avendo scelto di cooperare con gli Alleati.

Quella notte ad Alessandria d’Egitto 6 uomini, forti del loro arditismo e sprezzo del pericolo, misero in ginocchio la potenza marittima inglese nel Mediterraneo “vendicando” la notte di Taranto e riequilibrando le sorti della guerra navale in quel teatro. Sorti che sarebbero state ben diverse se gli inglesi non avessero mascherato bene la portata reale dei danni inflitti alle due corazzate (la Queen Elizabeth nel settembre del 1942 fu inviata negli Stati Uniti per riparazioni) che, sottostimati da Supermarina, portarono, nei mesi successivi, ad un atteggiamento tattico più prudente rispetto a quanto sarebbe stato possibile.

Paolo Mauri

8 Commenti

  1. Altri momenti, altri Valori ,altre teste!….Oggi prevale l’opportunismo e anche la realtà dei fatti induce ad atteggiamenti poco nobili e molto egoistici… Oggi il tempo degli Eroi e degli Ideali non esiste più; c’è solo il tempo dei pavidi e dei servi infedeli.

  2. Ho le lacrime agli occhi, in una rievocazione storica dei giorni nostri nel mare settembrino di la spezia,un atleta subaqueo di 25 anni dopo 2 ore a cavallo di un ”maiale” d’epoca dichiaro^ di avere la schiena ”rotta”..questi EROI li cavalcarono per 4 giorni..senza parole. GRAZIE per l’articol.

  3. Salve, un articolo molto ben dettagliato, complimenti davvero. Volevo solo integrare con qualche altra notizia. Lo sciré in principio doveva rilasciare i 3 S.L.C a circa 3 km dalle istruzioni del porto, questo per non compromettere l operazione, ma questi uomini erano di altra pasta (“petti di Ferro”) e il comandante dello sciré Valerio Borghese si spinse a meno di 300 MT dalle istruzioni, strisciando letteralmemnte sul fondale per gli ultimi 70 MT ad una profondità di 10MT. A quel punto aprirono i portelli per far uscire i 3 Maiali e relativi equipaggi, ma il portello del De La Penne non si richiudeva più e forzando strappo la sua tuta GAMMA che doveva proteggerlo dal freddo (Sott acqua) e farlo respirare. Si fece tutta la missione (circa 2 ore in tutto) al freddo, imbarcando acqua dalla tuta e respirando a fatica. Bianchi ebbe un malore (come ben descritto da voi) e non potete aiutare De La Penne negli ultimi metri sotto lo scafo della nave. Posizionò da solo la carica esplosiva trascinandola letteralmente con le sue ultime forze. Un altro aneddoto: come dicevate nell’ articolo furono catturati e interrogati senza dare informazioni al nemico, solo pochi minuti prima dello scoppio De La Penne chiese di parlare con il comandante della nave dicendogli che a breve la carica sarebbe esplosa e dicendo di far evacuare la nave, De La Penne e Bianchi furono insignito della medaglia d oro anche dalla marina Inglese per aver “salvato” molte vite. Che dire, altri uomini, altri tempi. W la Marina, W l Italia!

  4. Quanto detto da Romeo Pasquale nel suo soprastante commento circa la comunicazione al comandante della nave della esistenza di una bomba corrisponde a quanto affermato dallo stesso de la Penne in una conferenza che aveva tenuto nel 58 all’Accademia Militare cui avevo assistito. Il comandante per tutto ringraziamento lo fece rinchiudere in un locale sotto la linea di galleggiamento nei pressi di dove era stata collocata la bomba ed è’ per questa singolare coincidenza che dopo l’esplosione si trovò’ in mare. (Parole di de laPenne) . Circa il’appellativo “maiale” la Penne affermo’ di non sapere chi gli e lo aveva attribuito, e quando, in quanto loro lo chiamavano ” l’attrezzo “

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