Roma, 6 mag – In principio furono scrittori. Poi, a forza di raccontare la parabola dell’Inquisizione, si trasformarono in censori. Caddero così nel vuoto esistenziale, come da monito di Nietzsche: “Chi combatte con i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. E se guarderai a lungo nell’abisso, l’abisso guarderà dentro di te”. Finirono così per agitarsi implorando di restare nel buio di fronte agli squarci di luce che filtravano tra le pareti della propria conventicola. Restarono lì, terrorizzati dall’innominabile altro da sé, odiato perché sconosciuto. Ma reale, dunque pulsante.

Accade così che al Salone del Libro di Torino certuni che scrivono libri non ci andranno perché sarà presente una casa editrice che pubblica libri. Non è un paradosso, è quando sei ridotto all’osso dell’anatema inglorioso che tremi ma non temi il ridicolo.
Eccola dunque, la masnada dei Wu Ming, ovvero dei senza nome, che lancia strali contro Altaforte. Una casa editrice che prende il nome da una sestina di Ezra Pound, innominabile altro da sé per eccellenza, che Renato Colella mise in musica, parafrasandola: “Non amo quell’uomo che teme battaglia, che contro i miei versi per uso si scaglia”. Il pensiero unico di chi ciancia di libero pensiero si trasmuta in assenza di pensiero. Dunque niente battaglia, si preferisce la ritirata e la freccia avvelenata da dietro la distopica staccionata che delimita il proprio guado.

Senza nome, senza idee

Succede sempre quando si è incapaci di definirsi, di avere un’idea propria e dunque di confrontarla con quella altrui. E’ lo stesso principio di chi nega le identità nel nome di una massa liquida e informe, eppure ha letto Bauman. Di chi nega le patrie a vantaggio del non-luogo, eppure ha letto Augé. Di chi nega i confini nel nome del deserto, perché non gli rimane che invocare la tabula rasa di Marx. Non vale solo per lo spazio geografico, come insegna Carl Schmitt la negazione del nomos è innanzi tutto una questione ideale. Perché in assenza di etica propria non resta che la moralina da fare agli altri.

Fateci caso, c’è sempre il prefisso “anti” davanti al sostantivo che si rifiuta. E’ il non essere feroce di chi non sa più cosa essere. Non sei più comunista, non sei più socialista, non sei più nulla. Di conseguenza hai un unico collante a disposizione: l’antifascismo.
Il tuo Dio è morto, non ti resta che annientare il pantheon ideale degli altri. Il problema è che gli altri fissano ancora un Olimpo. E tu sguazzi nella palude.

Eugenio Palazzini

10 Commenti

  1. Del resto dopo che la sinistra ha affamato le classi popolari svendendo a poteri occulti stranieri le banche e aziende pubbliche ricchissime, banca d’italia compresa, e tolto diritti come l ‘art. 18,di cosa puo’ parlare se non di antisto’cavolo ed altre amenità? Fortunatamente gli italiani la retorica non la bevono piu’, anche perchè con la pancia vuota si ragiona meglio

  2. …e come si definisce il pensiero Fascista? quale pensiero vi spinge a picchiare operai e difendere potenti, sempre schierati con i potenti, verso i più deboli? noi siamo contro quelli che voi difendete, non contro di voi. voi siete solo servi.

  3. Sono Renato Colella.
    A quanti lo volessero invio volentieri il testo corretto della mia Altaforte.

  4. ALTAFORTE
    Testo corretto della canzone di Renato Colella da una sestina di
    EZRA POUND
    (a cura dell’autore della canzone – aprile 2019)

    All’inferno la pace che il nostro sud appesta!
    Tu, cane bastardo, vieni e canta, oggi è festa!
    Io ho vita solo quando s’incrociano le spade
    E se il vento gonfia il drappo di chi cade!
    Se i bianchi fior si fan vermigli di sangue,
    Allora il mio cuor,
    Pazzo d’amore, di gioia,
    La noia distrugge nel sol!

    Il sole si leva ad est rosso sangue
    Ma luce non dà a chi in pace langue.
    Ed amo nel buio veder le sue lance
    Trafiggere il sonno, parlare a chi piange.
    La sua virtù sfida da sola le tenebre!
    E allora il mio cuor,
    Pazzo d’amore, di gioia,
    La noia distrugge nel sol.

    Nel caldo d’estate – io sì! – sono capace
    Di ridere se piogge ne uccidono la pace,
    Se fulmini feroci si scaricano in terra,
    Se il tuono mi narra di una vecchia guerra,
    Se i venti in ciel spazzan le nuvole cariche!
    Allora il mio cuor,
    Pazzo d’amore, di gioia,
    La noia distrugge nel sol.

    Conceda l’inferno al mio cuor il sentire
    Rumori di spade, cavalli nitrire,
    Ai miei occhi il vedere in pazza partita
    Due petti ferrati contendersi una vita!
    E voglio morir baciando un’ora di guerra!
    Allora il mio cuor,
    Pazzo d’amore, di gioia,
    La noia distrugge nel sol.

    Non amo quell’uomo che teme battaglia,
    Che contro i miei versi per uso si scaglia,
    Che resta lì fermo, in pace, a marcire
    Lontano da dove virtù non sa morire.
    Di troie così la morte – sì! – mi consola!
    E allora il mio cuor,
    Pazzo d’amore, di gioia,
    La noia distrugge nel sol.

    Papiols! Altaforte risuoni di canti!
    Memorie di sangue e morte di santi!
    Ricordi di urla e di gloria in battaglia,
    Di odio e giustizia verso chi sbaglia!
    E pensi a me Wotan1, il dio della guerra!
    Allora il mio cuor,
    Pazzo d’amore, di gioia,
    La noia distrugge nel sol.

    All’inferno la pace che il nostro sud appesta!
    Tu, cane bastardo,
    Vieni e canta,
    Oggi è festa!

    Wotan m’è scappato al momento della composizione nel ’77 (non ho resistito, pur avendo coscienza che non c’azzeccava niente, ma Wotan suonava così bene…), sull’onda d’un ardore giovanile per la mitologia nordica. Invero, sarebbe più filologico (nell’ottica di un medioevo trovadorico con riferimenti pagani) fare appello a Marte o Ares; quindi, chi volesse, cantando Altaforte può sostituire Wotan col Marte latino o con l’Ares greco, non mi offenderò.

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