Questo articolo, che analizza i postulati ideologici dell’ambientalismo, è stato pubblicato sul Primato Nazionale di marzo 2018

Il paradigma oligarchico della scarsità, che permea la nostra Weltanschauung di massa, si esprime, al lato pratico, nel marginalismo e nell’ambientalismo quali frodi pseudo-scientifiche assurte a dogmi di fede. Sbaglierebbe chi vi vedesse semplicemente il frutto di un processo «spontaneo» di conformismo intellettuale, in quanto tradirebbe il principio alla base della stessa economia classica: non esiste l’economia in quanto tale, bensì l’economia politica, cioè una serie di possibili scelte che avvantaggiano qualcuno e svantaggiano qualcun altro, e non è in alcun modo possibile prescindere da questa considerazione. Se in Occidente un determinato pensiero è di moda, evidentemente esso serve all’interesse di qualcuno, come è sempre stato e probabilmente come sarà per sempre. Dopo aver trattato del marginalismo[1], ci occupiamo in questa occasione del suo fratello gemello, l’ambientalismo, ovvero dell’idea che lo sviluppo economico abbia dei limiti oggettivamente dati dalla natura, in quanto fonte solo limitata delle risorse necessarie, in particolare ovviamente delle materie prime necessarie all’industria come gli idrocarburi, i minerali o altre commodities.

Le teorie malthusiane

Se l’idea apparentemente ha un senso, è solo perché il concetto di «risorsa» viene percepito dai più come un dato di fatto, ma torneremo su questo punto a breve. Nonostante ora come ora l’ambientalismo sia soprattutto una bandiera della sinistra liberal, tutta diritti civili e battaglie di principio, le origini di questa particolare concezione dell’economia possono essere rintracciate nell’opera dell’economista britannico Thomas Robert Malthus che, nel corso della sua vita, si dovette confrontare con un arduo e apparentemente irrisolvibile dilemma.

Alla base dei dogmi
ecologisti è visibile
l’influsso esercitato
dall’economista
Thomas R. Malthus

Abbiente latifondista, guardò da buon liberale con orrore alla Rivoluzione francese e al giacobinismo roussoviano, responsabile del propagarsi di idee «sociali» o addirittura proto-comuniste rispetto alla gestione della ricchezza. Siamo agli albori della Rivoluzione industriale, in cui dopo millenni di lentissimo sviluppo, intervallato come ben sappiamo da secoli di rallentamento o addirittura di regressione, l’umanità inizia la sua vorticosa ascesa produttiva, con conseguenze anche demografiche preoccupanti.

Thomas Malthus (1766-1834)

Malthus è infatti convinto che il genere umano aumenti in progressione geometrica (1,2,4,8,16,32 etc.) mentre i mezzi di sussistenza crescano in progressione aritmetica (1,2,3,4,5 etc.): questo comporta quindi che, ben presto, le risorse andrebbero esaurite e la plebe pretenderebbe di espropriare i possedimenti dell’aristocrazia, ribaltando così plurisecolari equilibri di classe oramai ritenuti acquisiti in via definitiva. L’obiettivo è quindi chiaro: la popolazione va ridotta il più possibile, con le buone o con le cattive. Nella sua opera[2], Malthus individua chiaramente i mezzi per addivenire a questo scopo: «Si rivela perciò necessario ricorrere soprattutto al maggiore o minore numero di persone che non si sposano o si sposano tardi; e il ritardo del matrimonio dovuto alla difficoltà di provvedere ad una famiglia […] può essere utilmente definito la costrizione prudenziale agente sul matrimonio e sulla popolazione».

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Non poteva essere a nostro giudizio più esplicito di così: è la disoccupazione involontaria di massa il freno migliore alla crescita della popolazione e, di conseguenza, allo sviluppo economico tanto temuto in ambienti oligarchici. Ribadiamo un concetto di fondo: il capitalismo può funzionare solo se il reddito prodotto viene redistribuito, ma quello che importa ai detentori di quegli interessi di cui Malthus si fa portavoce non è la sua stabilità, ma la valorizzazione dei patrimoni privati. Anche a costo di perdere capitale produttivo. Tanto, nella teoria economica dominante (marginalismo) è la scarsità che genera valore e ricchezza. Malthus si scagliò addirittura contro il primo embrione di «Stato sociale» della storia, quelle poor laws che tentavano di garantire un pasto caldo al giorno ai più indigenti. Non stiamo parlando di sanità o istruzione o previdenza, ma di una scodella di zuppa, considerata però già troppo per la mentalità malthusiana.

Una dottrina fallace

In che cosa, però, la dottrina ambientalista fallisce miseramente la sua analisi? Semplice: si fa finta che l’economia abbia una produttività costante nel tempo e del tutto indipendente dalle politiche economiche che vengono adottate. Che cos’è infatti un incremento della produttività se non la capacità di realizzare la stessa quantità di merci con un uso minore di lavoro, energia, materie prime ecc.?[3]

Anche se sono restii
ad ammetterlo,
gli ambientalisti
sostengono una sorta
di darwinismo sociale

In altre parole, la dottrina di Malthus finge che l’uomo sia come un parassita, che finisce per morire divorando lo stesso corpo ospite da cui dipende la propria sopravvivenza. Questa tesi apparentemente provocatoria e surreale è viceversa divenuta mainstream grazie ai teorici dell’ecologia profonda e della «filosofia di Gaia», i quali hanno potuto contare anche sulla generale accettazione del darwinismo non tanto come ipotesi di evoluzione biologica, ma come fondamento antropologico della natura umana.

Un umanesimo autentico

Al contrario, l’uomo in quanto tale esiste esclusivamente perché sovverte le condizioni date, adattando a sé l’ambiente circostante e non viceversa. Il concetto stesso di «risorsa» è eminentemente relativo, perché dipende esclusivamente dal progresso scientifico umano. Il petrolio è diventato una risorsa solo con l’invenzione del motore a scoppio, l’uranio con le scoperte di fermi sulla fissione, le terre rare con l’epopea dell’elettronica e così via.

Vladimir Vernadsky (1863-1945)

Vladimir Vernadsky usava una suggestiva metafora per spiegare questo concetto, quando parlava di «noosfera», ovvero di sfera dell’azione del pensiero umano[4]. Possiamo cioè considerare la mente umana come una forza della natura o come un regno a sé stante con regole sue, esattamente come la geosfera e la biosfera. Certamente, se si rinuncia a perseguire lo sviluppo, allora ha ragione Malthus: finiremo per litigarci l’ultimo bidone di benzina, per poi estinguerci. L’Uomo in quanto tale, però, ha il dovere all’auto-evoluzione antropogenica per potersi liberare dai vincoli che la natura realisticamente (e quindi ingenuamente) concepita gli pone davanti. Altrimenti non è uomo, ma bestia.

Ambientalismo e finanza

Stiamo parlando di una questione astratta, per idealisti fuori dal mondo? Evidentemente no, se la dottrina opposta ha viceversa sponsor ben specifici. Nel 1968 l’industriale italiano Aurelio Peccei, membro del gruppo Bilderberg ed ex manager Fiat, fonda insieme allo scienziato inglese Alexander King, cavaliere dell’Impero britannico, il Club di Roma. È la nascita ufficiale dell’ambientalismo, che prende a prestito abbondantemente le teorie di Malthus e le rivernicia in salsa progressiva, umanitaria e «solidale».

Nel 1968 il Club di Roma
propone in modo esplicito
il controllo della popolazione
come obiettivo politico

È forse in questo periodo che è iniziata la saldatura (oramai innegabile) fra squali della finanza e sinistra politica, in particolare sinistra liberal, rispetto a parole d’ordine istintivamente ritenute comuni. Durante l’epoca di massima espansione economica dell’umanità intera, ovvero il trentennio che va indicativamente dagli anni Cinquanta agli anni Settanta del secolo scorso, il Club di Roma propone per la prima volta esplicitamente il controllo della popolazione come obiettivo politico, da realizzarsi attraverso una ben precisa agenda. All’incirca nello stesso periodo, la fondazione Rockfeller (altri filantropi miliardari, naturalmente) pubblica il suo progetto «zero population growth» che riprende i medesimi temi ed è accettato entusiasticamente dalla nuova sinistra neoliberale, in particolare dalla corrente femminista che ha sempre visto la maternità (indi la procreazione) come un dovere sociale imposto dal «patriarcato».

Nell’aprile del 1968 nasce il Club di Roma, fondato tra gli altri dall’imprenditore italiano Aurelio Peccei, dallo scienziato scozzese Alexander King e dalla scrittrice Elisabeth Mann Borgese

Del resto, lo stesso Club di Roma, nel suo fondamentale rapporto, aveva impostato il discorso nel senso di un catastrofismo anti-natalista secondo il quale, ovviamente, la crescita della popolazione avrebbe «diminuito la ricchezza di tutti», qualunque cosa voglia dire[5]. Da notare che in un’ottica keynesiana, viceversa, la crescita demografica è l’unica garanzia di uno sviluppo sostenibile in quanto garanzia del ricambio produttivo e della realizzazione di un equo sistema fiscale. Vogliamo, in conclusione, negare che le attività antropiche possano creare danni ambientali di varia natura? No di certo, saremmo folli se lo pensassimo e abbiamo esempi in tal senso sotto gli occhi quasi quotidianamente. Semplicemente, ci rifiutiamo di pensare che la soluzione sia quella paventata dall’ecologista radicale Pentti Linkola, ossia lo sterminio dell’80% della popolazione planetaria e della deportazione dei restanti nelle campagne in una sorta di polpottismo ambientalista. La soluzione, al contrario, è l’incremento della produttività del lavoro, che però è possibile solo ed esclusivamente sulla base dell’abbandono del paradigma oligarchico della scarsità, tanto nella sua gamba ambientalista quanto in quella marginalista.

Matteo Rovatti


[1] M. Rovatti, Il neoliberismo e i suoi stregoni hanno fallito miseramente, «Il Primato Nazionale», febbraio 2018, pp. 37-39.

[2] Th. R. Malthus, Saggio sul principio della popolazione (1798), Einaudi, Torino 19772.

[3] Per chi fosse interessato a una completa disanima della storia dell’economia intesa come storia della tecnologia applicata alla produzione, consigliamo il pregevole saggio di C. M. Cipolla, Uomini, tecniche, economie, Feltrinelli, Milano 1987.

[4] V. I. Vernadsky, The Biosphere and the Noösphere, «American Scientist», 33 (1945), pp. 1-12.

[5] D. H. Meadows et al., I limiti dello sviluppo, Mondadori, Milano 1972.

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