Roma, 26 mag – Qualcuno potrebbe chiamarlo complottismo, invece si tratta semplicemente di pensiero critico. Il principio è che non esistono media di grandi dimensioni che non si pongano quale veicolo delle istanze del Potere presso le masse. Ma il processo più sottile e raffinato di condizionamento delle coscienze riguarda certamente l’intrattenimento, quello apparentemente più slegato dal discorso partitico. Per intendersi: è chiaro che una puntata di Fazio è smaccatamente di parte. Infatti, è ben difficile che vi si faccia affidamento per un massiccio piano di persuasione. Più che altro si tratta di una trasmissione a uso e consumo dell’elettore piddino che in essa vi si rispecchia – all’occorrenza, rovesciando la prospettiva, risulterà utile all’elettore di destra per sentirsi ancora più distante da quella parte politica. 

Il caso di American History X

Il condizionamento più efficace, però, è da rintracciare in altri contesti. Esso colpisce tendenzialmente nei momenti in cui il soggetto è maggiormente esposto, per esempio quando è alla ricerca di distrazioni. Oggi questo discorso si potrebbe estendere ai social media, ma fino agli anni ’90 era maggiormente centrato sul cinema. Si consideri per l’appunto un film quale American History X. La storia, oramai largamente conosciuta dopo i vari passaggi televisivi, è quella di Derek Vinyard (magistralmente interpretato da Edward Norton), un ragazzo il cui padre è stato ucciso nell’esercizio della sua attività lavorativa di pompiere da un afro-americano. A seguito del tragico evento, Derek inizia la sua forsennata militanza in un gruppo di naziskin, guidati da un losco figuro che risponde al nome di Cameron Alexander. I “camerati” che lo circondano sono tutti ragazzi profondamente disagiati, che vivono con sofferenza i conflitti della società americana, attribuendo naturalmente la colpa di tutto alla comunità nera e agli ebrei. A conclusione del suo tragico percorso, il protagonista arriverà a uccidere alcuni ragazzi di colore che hanno tentato di rubargli la macchina, finendo così in galera.


A sua volta anche il fratello, Danny, è attratto dalle pericolose idee che tanta presa hanno avuto su Derek. Arriva così a presentare, durante il corso di storia al liceo, una relazione sul Mein Kampf. Viene pertanto malamente bacchettato dal professore ebreo e preso sotto l’ala protettrice di Sweenie, il preside di colore che, già durante la sua carcerazione, si è proposto come aiuto psicologico di Derek.

White Guilt

Inutile, però, stare qui a fare ulteriori sintesi della trama, tra momenti tragici, epifanie e agnizioni varie dei personaggi. Meglio concentrarsi sul punto nodale della pellicola, lì dove si cerca di insinuare quella che Emanuele Fusi in White Guilt (Passaggio al Bosco 2019) identifica con il senso di colpa che il sistema, nel tentativo di imporre una società multietnica, instilla nell’uomo bianco. Quando Danny viene costretto da Sweenie a scrivere una relazione in cui dovrà analizzare le circostanze che stanno dietro l’incarcerazione del fratello – insomma, a porsi la domanda “come siete arrivati a odiare chiunque non sia bianco?” –, il ragazzo, anche sotto la spinta di Derek oramai convertitosi in strenuo antirazzista, passa in rassegna la storia della sua famiglia.

Schiavismo e vittimismo

Il climax arriva rievocando un pranzo domenicale in cui il padre, come dovrebbe di solito essere in qualsiasi famiglia normale, ascolta parlare i figli rispetto ai loro pensieri, problemi, sentimenti e cerca di educarli proponendo loro il suo punto di vista. Nel particolare, Derek sta raccontando la sua fascinazione per Sweenie, allora suo professore di Letteratura, che casualmente fa studiare solo libri scritti da autori di colore. Il padre, un uomo pratico e poco propenso a bersi tutte le balle della propaganda, fa presente al figlio un qualcosa di assoluto buon senso, ovvero che i neri, dopo più di un secolo dall’abolizione della schiavitù, stanno trascendendo con la loro tendenza alla vittimizzazione. La sostanza del discorso è: i bianchi hanno sbagliato, ma la storia oramai non si può cambiare. Vogliamo andare avanti, oppure questi, fino alla fine dei tempi, dovranno farci vivere nel senso di colpa per le atrocità dei nostri avi? E, soprattutto, non sarà che, con la scusa del fatto che in altri tempi l’America è stata razzista, i neri ci vogliano marciare ottenendo privilegi rispetto ai bianchi? Qualcosa di simile è, peraltro, capitata anche nel suo gruppo di lavoro, in cui un ragazzo di colore è stato assunto solo perché nero. Il suo punto è chiaro: quello che è stato è stato, ma adesso giochiamo alla pari e basta piangersi addosso – un po’ come si dice, oggi, per le femministe.

L’inganno antirazzista

Il messaggio che il film cerca di veicolare è che l’odio di Derek verso qualunque persona che non sia bianca, e la sua deriva nazista, scaturisce dai discorsi paterni. Il che è palesemente surrettizio, il solito ragionamento che la sinistra porta avanti in ogni parte del mondo, secondo la discutibile logica oggi trionfante per cui o ami l’immigrato, il “diverso”, o sei razzista. Come se non ci fosse differenza tra il sostenere una posizione critica verso l’immigrazione indiscriminata, andare contro le idee di un uomo di colore, e l’auspicare la “soluzione finale” di hitleriana memoria. Al contrario, il discorso del padre – figura che, del resto, la sinistra aspira ad annichilire – spinge esattamente per una parificazione totale, senza privilegi per nessuno, perché combattere il razzismo non può ottusamente tramutarsi nel fare guerra a sé stessi sotto la spinta di un ingiustificato senso di colpa.

Matteo Fais

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4 Commenti

  1. E’ solo il primo di una lunghissima serie.
    Persino negli sceneggiati televisivi americani si vedono nel luogo di lavoro superiori donne di origine mista che trattano il subalterno bianco come se fosse Fracchia.

  2. In quasi tutti i film americani e serie televisive ora c’è un negro che la sa più di tutti i bianchi messi insieme e ricopre ruoli che nella realtà non saprebbe neppure gestire.
    Patetica la politica di odio raziale contro i bianchi ma non attacca…next.
    Cit.”Io non sono razzista, sono loro che sono negri”.

  3. C’hai pure messo la firma su sta stronzata. Questo è un film complesso che si sviluppa su più livelli toccando molteplici temi delicatissimi e per te l’unico messaggio che trasmette è “la sinistra buonista pensa solo agli immigrati”. LOL.

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