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Percorso del Canale di Suez

Roma, 18 nov – Il 17 novembre ricorreva l’inaugurazione del Canale di Suez. Nel 1869 il Mar Rosso si univa col Mediterraneo a segnare l’inizio di un’intensa stagione di commerci fra Europa e Oriente.

Per la prima volta l’India, la Cina e il Giappone diventavano vicini dell’Inghilterra e della Francia, mentre il Mediterraneo assumeva il ruolo di chiave d’accesso per altri mondi. In verità la stagione dei commerci si sarebbe caratterizzata dall’assoluto monopolio delle due potenze europee che escludevano gli altri Paesi dalla corsa all’oro orientale e gettavano nuove e più numerose basi per la penetrazione negli altri continenti. Il Canale che si trovava sul suolo dell’Egitto, nominalmente ottomano ma sostanzialmente sovrano, fu affidato alla gestione congiunta e quasi equipollente di due compagnie di commercio: una inglese e l’altra francese. L’Egitto veniva escluso a priori come anche gli altri Stati europei.


Il 17 novembre segna l’inizio, oltre che dell’incremento massiccio dei commerci via mare, anche della divulgazione delle teorie razziste di stampo aglosassone accompagnate ormai dalla distorsione di quella evoluzionistica di Darwin. Con quale volto l’Europa anglo-francese guardava ai mondi d’Oriente? Sicuramente con quello dell‘esportazione dei propri modelli di consumo, dello sradicamento delle identità e dello sfruttamento delle risorse che ivi si trovavano in abbondanza.

I commerci d’altronde potevano avvenire solo se si fosse fatto dei Paesi asiatici delle brutte copie di quelli occidentali, dove già il sentimento romantico dei decenni precedenti era affievolito, in favore dell’unica logica della crescita commerciale e della conquista.  In Europa perseverava la profonda volontà francese di non permettere allo Stato Italiano di completare la sua unità con la conquista di Roma e la fermezza nell’opporsi alla Prussia, che avrebbe invece ottenuto la sua definitiva unità nazionale di lì a poco. L’Inghilterra, dal canto suo, non faceva segreto di volersi disinteressare del continente, impegnandosi al più a evitare la nascita di una potenza egemone concorrente (una sorta di “dottrina Wolfowitz” ante litteram), e di proiettarsi invece sempre di più verso la conquista dei mari e dei commerci.

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I lavori di costruzione del Canale di Suez

L’una, insomma, ubbidiva alla propria vocazione di potenza continentale, comprendendo anche il valore irrinunciabile del commercio via acqua, l’altra seguiva pedissequamente la propria natura di esportatrice di modelli liberali e borghesi.

Quella dell’apertura del Canale di Suez non è una data come le altre, piuttosto diremmo che è paragonabile alla scoperta dell’America.

L’India, infatti, vedrà la fine della propria società tradizionale e le sacche di resistenza come i Sepoys di alcuni decenni dopo, si presenteranno come tardivi tentativi reazionari, spesso anche confusi e contraddittori.

La Cina – che, vale la pena ricordare, deteneva il “Pil” più alto del mondo fino all’inizio del diciannovesimo secolo, abdicherà per molti decenni, almeno fino alla proclamazione della Repubblica Popolare, da qualsiasi ruolo di qualche rilevanza nel nuovo mondo “occidentalizzato”, tanto che non potrà più avere commerci se non con un informale nulla osta dell’Inghilterra.

Il Giappone, invece, che aveva una tradizione più recente di lotte e di sangue, non si arrenderà così facilmente al ruolo di attore di serie B o addirittura di semplice comparsa nel mondo.

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Il Canale di Suez oggi

L’Indocina sarà per le due potenze coloniali un semplice territorio di conquista e di spartizione, arrivando al punto in cui la Thailandia verrà lasciata libera solo in funzione di stato cuscinetto tra i territori inglobati da Francia e Inghilterra.

In conclusione, in occasione di quello spartiacque della Storia, l’Egitto venne escluso da una vitale fonte di reddito che si trovava sul proprio suolo, l’India divenne una provincia dell’Impero britannico (anche in senso culturale), la Cina perse ogni traccia di sovranità e il Giappone iniziò una dura collaborazione con l’Occidente punteggiata da progresso e reazione.

Quarantacinque lunghi anni dovranno passare, da quella data fatidica in cui il mondo precipitò improvvisamente nella prima globalizzazione di stampo anglo-francese, prima che nuovi potenti attori fossero in grado, almeno per qualche decennio, di rimettere tutto in discussione.

Cosimo Meneguzzo

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