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Antoine de Saint-Exupéry e come “ricostruire la Cittadella” nel cuore dell’uomo

Saint-Exupéry


Roma, 29 giu — “Cittadella, io ti costruirò nel cuore dell’uomo” , questa la sola soluzione possibile, affidata alla dichiarazione di intenti del Caïd berbero che è succeduto al padre nella guida del suo impero: nella visione di Saint-Exupéry, costruire la Cittadella nel cuore dell’uomo non significa solo ricostruire il senso politico dell’impero, della società tradizionale in cui ognuno naturalmente si inseriva riconoscendo, nella gerarchia e nel valore del proprio contributo, i principi fondanti dell’Ordine contro il Chaos.
Costruire la Cittadella nel cuore significa, imprescindibilmente, riscoprire il senso del divino che permeava la società tradizionale, che legava i suoi elementi attraverso “linee di forza” dando loro significato: questa la sola ricetta per tornare a dare valore all’esistenza ed abbandonare gli individualismi di una società disgregante, fondata su moltitudini di monadi.

In ruolo di Dio in Cittadella 

Come in tutte le società tradizionali, anche in Cittadella Dio ricopre un ruolo fondamentale: un Dio che è una divinità indeterminata ma essenziale, creatore dell’ordine supremo di cui la Cittadella é il riflesso tangibile. Il ruolo del Caïd che la guida sarà quello di farsi pontifex, un ponte fra il divino ed il terreno ed instillare nel cuore degli uomini il senso dell’esistenza alla base dell’impero: superare i particolarismi, riscoprire il nodo divino che lega gli elementi, sganciarsi dall’azione e dal suo risultato per puntare a “divenire”, abbandonando l’ottica del sedentario e del bottegaio che accumulano beni terreni e in quelli credono di trovare il senso della vita.

Saint-Exupéry e il senso del divino

Il senso del divino espresso da Saint-Exupéry in Cittadella non corrisponde ad una particolare teologia: non un Dio prettamente cristiano, ma un’essenza immutabile, che da senso all’esistenza in una dimensione silenziosa, inaccessibile. Un Dio che non risponde alle preghiere, perché si farebbe servo dell’uomo, ma che, nel suo silenzio, si svela attraverso la riscoperta del “nodo divino” che unisce le cose e da loro senso e che riporta a Lui, come Sostanza significante dell’esistenza.

Il ruolo del cerimoniale

Il senso del divino, ci ricorda Saint-Exupéry, si può riscoprire innanzitutto attraverso il cerimoniale. Il cerimoniale, oltre a contribuire al fondamentale bagaglio dei costumi tipico di ogni civiltà ed impero, permette di sganciarsi dall’ottica dell’oggetto per riscoprirne il vero significato ultimo legato al senso della Creazione, attraverso la valorizzazione del percorso che ci porta a conferirgli valore, finalità ultima dell’esistenza e solo modo per poter “divenire”.
Come il diamante non ha valore in sé, ma il valore é attribuito dal lavoro incessante della sua ricerca, il cerimoniale della preparazione al giorno di festa conferisce l’unico valore alla festa stessa. Così il lavoratore dell’impero, che offre con il cerimoniale del suo lavoro quotidiano il valore all’evoluzione dell’impero stesso, uscendo dall’individualismo del guadagno personale. Tutto, in Cittadella, ci ricorda che le cose sono unite fra di loro da un nodo divino che le sostanzia. Come le pietre, che costituiscono il tempio, non hanno valore in sé ma solo nell’essere parte del tempio stesso, così gli uomini , senza senso del divino, sono condannati ad una vita meschina che si risolve solo in un’esistenza di quieto bestiame.

Una poetica riflessione

In piena deriva nichilista, che ormai da troppo tempo sostiene la morte del senso del divino come forma di liberazione personale negando un senso all’esistenza, Saint-Exupéry ci offre dapprima una poetica riflessione: “Perché mi è sembrato che l’uomo fosse simile alla Cittadella. Egli abbatte le mura per assicurarsi la libertà. Non è soltanto una fortezza demolita e aperta alle stelle. Allora comincia l’angoscia che deriva dal non essere”. Successivamente, nella sua semplicità, ci fornisce la soluzione: “Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini. Ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito”. Solo così, ricordando incessantemente ciò che ci trascende, ogni azione della nostra vita può ritrovare un senso.
Cristina Raimondi Cominesi

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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