Roma, 8 febbraio  – Oggi ricorre l’anniversario della morte e festa liturgica di Santa Giuseppina Bakhita. Giuseppina Bakhita era nata a Olgossa, in Darfur, nel 1869, anno di apertura del canale di Suez, e morì a Schio, nel vicentino, l’8 febbraio del 1947 è stata una religiosa sudanese, appartenente alla Congregazione delle Figlie della Carità e proclamata santa da Papa Giovanni Paolo II il 1º ottobre 2000. Bakhita ha avuto un infanzia durissima; rapita dai nomadi arabi del Kordofan all’età di 7 anni, venne venduta più volte al mercato degli schiavi, prendendo dai suoi rapitori il nome africano di Bakhita, “Fortunata”. Fortunata lo sarà più tardi però, perché da quando le furono tolte le catene per permetterle di lavorare più velocemente nei campi di pannocchie, Bakhita fuggì una prima volta ma per finire poi tra le grinfie di altri negreri dove, sul mercato degli schiavi, venne venduta e rivenduta diverse volte, finendo anche al guinzaglio di un generale turco che la mise nelle mani di una fattucchiera. La strega infierì a Bakhita un centinaio di incisioni profonde un centimetro su tutto il corpo, per poi riempire le stesse di sale, per accontentare la perfidia delle figlie del generale.

Esperienze orribili che durarono fino al 1882, nel periodo di abolizione della tratta dello schiavismo tra gli Stati occidentali, quando Giuseppina venne comprata dal console italiano Calisto Legnani che la tenne come domestica fino al 1884, anno in cui i coloni europei dovettero abbandonare il Sudan a causa dell’avanzata dei ribelli mahdisti. Legnani la affidò allora a una famiglia di amici italiani, i Michieli, che fecero di Bahkita la bambinaia della figlia. Mentre i Micheli si trasferirono sul Mar Rosso per attività di gestioni alberghiere, Giuseppina rimase a svolgere le proprie funzioni con le suore canossiane di Venezia a Mirano Veneto. Qui la ex schiava conobbe Illuminato Checchini, il fattore di casa Michieli, fervente organizzatore di associazioni cattoliche, promotore e fondatore di casse rurali e di assicurazioni mutualistiche, amico di don Giuseppe Sarto, futuro Papa Pio X. Proprio grazie a questa esperienza veneziana, Bakhita abbraccia la fede cattolica e, nel 1890, viene battezzata cristiana con il nome di Giuseppina e, nello stesso giorno, prese la sua prima comunione e la Cresima. La signora Michieli, atea di origine russa, si oppose al sacramento, ma la risposta del procuratore del Re d’Italia fu radicale: “Trovandosi in Italia dove non si fa mercato di schiavi, la giovane resta affatto libera”.

Una Santa fortunata

Nel 1902 Giuseppina fu trasferita in un convento dell’ordine a Schio, dove rimase trascorrendo il resto della propria vita e venne soprannominata simpaticamente dai veneti “Madre Moretta”. Qui lavorò come cuciniera, sagrestana, aiuto infermiera nel corso della Prima Guerra Mondiale dove assistette soldati e popolazione, quando parte del convento venne adibito come altri ad ospedale militare. Stessa sorte, toccò alla sorella africana durante la Seconda Guerra Mondiale, che la vide sempre impegnata in compiti di assistenza infermieristica e spirituale a civili e militari. Nel corso di un bombardamento angloamericano, Giuseppina si rifiutò di entrare nel rifugio antiaereo in quanto certa che la città non sarebbe stata colpita. Così avvenne e la futura Santa “Fortunata” venne glorificata per questo dalla gente di Schio. Fu il primo di una serie di episodi durati fin dopo la sua morte, considerati miracoli dal Vaticano, che assieme ad altre inspiegabili azioni curative portarono Bakhita a ricevere prima la beatificazione e poi la santificazione.

Giuseppina Bakhita oggi viene dipinta ancor più di “nero” dalla retorica antirazzista che spesso la erige a pioniera di un’integrazione dovuta, a prescindere, dell’accoglienza dei nuovi “profughi”. Di fatto però, Bakhita profuga non lo fu mai, inseguendo sempre il sogno di far ritorno alla sua terra di origine ancora martoriata dalle guerriglie. E se vogliamo, i suoi carnefici furono gli stessi schiavisti che oggi guidano i “barconi della speranza”. Nuovi negrieri che guardano al soldo trattando genti come merci, col sostegno più o meno velato di Ong, sinistre e Vaticano che, più che profughi, qui accolgono orde di nuovi barbari che terrorizzano le città ospitanti, viziati dal dolce far niente di un sistema, quello dell’accoglienza, che abbandona l’uomo ai miraggi della società consumistica.

Consentitemi la “blasfemia” ma Giuseppina era ben altro… schiava africana salvata da coloni italiani che, consci o involontari, la portarono sul percorso di una vita spirituale, fatta di ordine e regole in cui “suor Moretta” trovava la tanto ricercata libertà, assai diversa da quelle pretese dal mondo moderno. Una vita devota a Cristo e all’aiuto verso deboli e bisognosi. Al pieno servizio della comunità e delle leggi, divine e di Stato. Anche quelle di guerra, anche quelle che promulgate dal Fascismo. Anche delle leggi razziali che, giuste o sbagliate, mai la videro opporsi o trattata male dagli italiani. No, Giuseppina Bakhita non aveva nulla a che fare con i loro nuovi profughi. Giuseppina è stata altro. Giuseppina è stata cristiana più di altri che oggi intendono strumentalizzarla. Giuseppina è stata fiera figlia adottata d’Italia. Giuseppina è stata “Fortunata”. Davvero.

Andrea Bonazza

 

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