Roma, 22 giu – La città romana di Pompei, compreso il centro di Ercolano, è uno dei siti archeologici più importanti del mondo intero. Sommersa dai cumuli di cenere e lapilli del Vesuvio fin dal 79 d.C. è per l’indagine storica uno spaccato precisissimo sulla vita quotidiana in una città romana. Ad oggi infatti, sebbene gli scavi siano iniziati nel 1748, le rovine di questo centro campano continuano a regalarci nuovi reperti e nuove conoscenze.

Quell’eruzione per gli storici odierni fu quasi un colpo di fortuna. Senza l’esplosione vulcanica non avremmo ad oggi nessun altro insieme di reperti così ricco e preciso sull’epoca dell’antica Roma. Agli occhi degli antichi che assistettero, invece, quell’evento non poté sembrare altro che la fine del mondo stessa.

L’eroismo di Plinio il vecchio


Mentre la città viene sommersa da metri di detriti vulcanici, Gaio Plinio il vecchio, comandante della flotta di Capo Miseno, dirige le sue navi verso l’inferno di gas e ceneri per prestare soccorso ai superstiti.

Plinio il vecchio nasce, a Como o a Verona, nel 23 d.C. e viene educato fin dalla tenera età nella capitale imperiale, dove dimostra fin da subito un grande gusto nell’apprendere le arti della scrittura ma viene anche avviato alla vita militare. Nel 47 d.C. è infatti in Germania come giovane comandante di cavalleria, ma anche la carriera militare non gli impedisce di continuare a coltivare la sua passione per la scrittura. Sotto il regno di Vespasiano svolge diverse mansioni amministrative in varie province dell’impero, come la Spagna e la Gallia Belgica per poi tornare in Italia e dedicarsi a degli studi personali.

Nel 79 d.C. è appunto di stanza a Capo Miseno ed assiste impotente alla distruzione di gran parte delle cittadine ai piedi del Vesuvio. Sconsigliato da familiari ed ufficiali, si dirige con le sue galee verso Ercolano per soccorrere gli abitanti bloccati nella catastrofe. Il ritiro improvviso delle acque lo costringe a cambiare rotta per approdare infine a Stabia. Mentre è ospite in casa di un amico la nube di detriti e gas tossici arriva a colpire anche quella cittadina e intento a portare in salvo i suoi ospiti verso le navi, Plinio il vecchio respira troppe sostanze nocive. Ormai vicino alla morte, viene abbandonato.

La testimonianza di Plinio il giovane

A Miseno in quei giorni era presente anche il nipote dell’ufficiale scrittore: Plinio il giovane. Trent’anni dopo la distruzione delle città campane racconta, in una lettera all’amico Tacito, della morte dell’eroico zio e della devastazione delle città. È lui che assume il ruolo dello scrittore tanto caro allo zio e ci lascia una preziosa ed intima testimonianza del disastro scrivendo che le scosse “crebbero talmente da far sembrare che ogni cosa […] si rovesciasse” e che “il mare si ripiegasse su se stesso, quasi respinto dal tremare della terra”.

Il quadro drammatico è rappresentato anche dal racconto della vista della nube tossica che “Si elevava […], ma chi guardava da lontano non riusciva a precisare da quale montagna [si seppe poi che era il Vesuvio]: nessun’altra pianta meglio del pino ne potrebbe riprodurre la forma. Infatti slanciatosi in su in modo da suggerire l’idea di un altissimo tronco, si apriva in diversi rami…”

La testimonianza di Plinio il giovane è un documento importante quasi quanto i reperti della città stessa, perché riesce a trasmettere il senso di angoscia che qualsiasi cittadino romano avrebbe provato nel vedere uno scenario veramente apocalittico. La lettera è fondamentale anche per avere memoria di un personaggio importante come Plinio il vecchio, che vedendo la devastazione causata dal vulcano con i propri occhi, non ha esitato ad imbarcarsi per portare il suo debole soccorso.

Marco Scarsini

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