Roma, 29 gen – Ci voleva un filosofo accademico e collaboratore de L’Espresso (!) come Massimo Donà per affermare una verità tanto banale quanto misconosciuta su Julius Evola: il pensatore tradizionalista non fu un “reazionario”, cioè uno di quegli “intellettuali di destra che sarebbero ovviamente incapaci di decifrare i segni della storia”, quanto piuttosto “un gigante del pensiero novecentesco”, in grado di cogliere in modo originale fenomeni culturali, artistici e di costume della sua epoca. Il lusinghiero giudizio compare nella prefazione all’antologia di scritti evoliani sulla musica appena pubblicata per i tipi di Jouvence (Da Wagner al Jazz, pp. 181, € 16). Si può ovviamente obbiettare che fu Evola stesso a flirtare qualche volta col termine “reazionario”, più che altro per un tardivo prurito iconoclasta, ma il punto è che, soprattutto quando si è messo a sondare i sussulti dello Zeitgeist (meno, invece, quando ha parlato di politica), il filosofo ha sempre rifiutato il vicolo cieco della contrapposizione frontale con i temi della modernità. Non, quindi, un manicheismo moraleggiante che separa il bene dal male, ma uno sguardo in profondità che potremmo definire “dialettico”, se la cosa non facesse mettere mano alla pistola i vigilantes dell’evolismo puro e incorrotto. Proprio l’esempio del jazz può evidenziare il senso di quest’approccio.

La vulgata vedrebbe Evola come nemico giurato del genere di Gershwin e compagnia. Bisogna però leggere il suo articolo sulla “Filosofia del jazz”, uscito sul Corriere Padano nel 1936, per capire come stanno le cose. Si noti come Evola inizi il suo discorso prendendo le distanze dall’interpretazione nazionalsocialista, riecheggiante anche in alcuni ambienti fascisti, del jazz come Entartete Musik, “musica degenerata”. Ma, alle obiezioni di chi vede nel genere “la scalata dei negri e degli americani alla nostra Europa tradizionale”, Evola replica che tali timori hanno ragion d’essere “soprattutto quando quel che si ha in vista e che si presuppone come ideale è un tipo borghese di civiltà”. Il jazz è dissoluzione, certo, Evola non lo nega. Ma dissoluzione di cosa? Dell’animo borghese, appunto. Il discorso evoliano, e non solo in questo articolo, bensì in tutti quelli compresi nel volume, si struttura attorno a due polarità contrapposte: il primordiale e il romantico. Quest’ultimo è “ciò che è pathos, divagazione, impressione fluida, sentimento e sensazione senza forma”. Il romantico è il sentimento dell’era borghese. Quanto al primordiale, con questo o con altri nomi, esso è un perno concettuale ed esistenziale della visione del mondo di Evola: nell’arte astratta, nell’uso di droghe, nelle scalate delle montagne, nella filosofia, nel sesso, nelle vie occidentali e orientali di realizzazione spirituale c’è sempre il momento del confronto con l’elementare, con la nuda forza, con il mondo privo di orpelli, di retorica, di sentimenti. Ebbene, nel jazz, a Evola, “sembra che attraverso l’astrattismo del puro ritmo si sbocchi nell’evocazione di qualcosa di primordiale, di elementare, di facente parte assai meno del mondo ‘umano’ che non del substrato profondo delle pure forze di natura”. Proprio per questo, “il jazz costituisce una delle forme di superamento del romanticismo e di irruzione del primordiale nel mondo moderno”.

Tale, è appunto, l’approccio che – in termini sicuramente inappropriati – abbiamo definito “dialettico”: non ha senso chiedersi se il jazz sia “buono” o “cattivo”, quanto semmai cosa esso possa apportare in termini di superamento della mentalità borghese. Lo stesso discorso, in altri articoli riportati nel saggio, Evola lo fa a proposito di certe esperienze in locali notturni, su e giù per l’Europa: momenti di scatenamento, di danze sensuali, di sospensione della coscienza ordinaria, che possono ben essere visti come diversivi per borghesi annoiati, ma che possono anche aprire squarci di luce, per chi sappia penetrare i fenomeni in profondità.

A fronte di tutto ciò sta invece, per l’appunto, il polo “romantico”, in cui per Evola finisce tanto il pathos eroico di Wagner che il patetismo sdolcinato delle canzonette diffuse dalla Rai, per la quale il pensatore, immobilizzato sulla sedia a rotelle nel suo appartamento romano, ha parole di assoluto disgusto. Il compositore tedesco, per Evola, non ha aperto a una nuova comprensione del mondo della spiritualità germanica, semmai “egli ha pregiudicato ogni comprensione effettiva di tale mondo con la sua interpretazione affatto romantica, fumosamente ‘eroica’, mistico-erotizzante e ininterrottamente ‘umanistica’”. Questa parte, indubbiamente, convince di meno, almeno per chi abbia letto la minuziosa, originale, potente interpretazione dell’epica wagneriana fatta da Giorgio Locchi, che del resto non riconduce l’opera del compositore al mondo dei vecchi miti germanici, quanto semmai alla creazione di un “nuovo mito”, che ha il suo corrispettivo in filosofia nelle pagine di Nietzsche. Il discorso evoliano è tuttavia calzante per un certo wagnerismo borghese e germanoname, quello stigmatizzato anche da Gottfried Benn, “la nobile muffa d’Europa” che “di Pau, Bayreuth ed Epsom si nutriva”.

Di sicuro la critica evoliana colpisce nel segno quando inchioda alla sua pochezza il genere canzonettistisco e la sua “stucchevole sentimentalità” di questi brani da Italia mandolinara. Ed è semmai divertente vedere come Evola, sempre avaro di dettagli sulla sua vita privata e i suoi interessi “umani, troppo umani”, rifiuti l’accusa di intellettualismo spiegando che anche lui, di tanto in tanto, ama rilassarsi con la musica leggera, preferendo però alle svenevolezze delle canzoni sanremesi un Irving Berlin, l’autore di “White Christmas”, o un Jerome Kern, autore di “Smoke Gets in Your Eyes”, resa famosa dalla versione dei Platters. Perché anche l’uomo differenziato, ogni tanto, si riposa e alza il volume della radio.

Adriano Scianca

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