Roma, 15 nov – L’attacco massiccio oggi in atto contro le identità nazionali si nutre spesso di proposte grottesche e deliranti. L’ultima in ordine temporale ci viene dalle colonne dell’Espresso a firma della scrittrice sarda Michela Murgia. Il titolo è tutto un programma: Il concetto di patria ha fatto solo danni, cominciamo a parlare di Matria. Si tratta, in buona sostanza, della solita minestra riscaldata secondo cui i concetti di patria, nazione e identità sarebbero “artifici” storici da “decostruire” e, inoltre, sarebbero intrisi ab ovo di retorica maschilista, sessista e patriarcale.

È così che la patria, cioè la terra dei padri, “in un mondo dove i rapporti di confine tra le terre sono cambiati mille volte e le culture si sono altrettanto intrecciate, dire ‘la mia patria’ riferendosi a una terra significa creare di sé un falso logico, oltreché geologico”. Sorvolando per un secondo sull’enigmatico significato del termine “falso geologico”, è chiaro dove il discorso voglia andare a parare: la patria è intrinsecamente terra di confini e frontiere, sicché va eliminata. Insomma, aboliamo le nazioni e sposiamo il “villaggio globale”.

Di qui, poi, parte un vero e proprio attacco al maschio e all’idea “decisionista” di paternità: “La seconda ambiguità è in quel plurale monogenitoriale, quel categorico ‘padri’ che solleva simbolicamente dalle loro tombe un’infinita schiera di vecchi maschi dal cipiglio accusatorio rivolto alla generazione presente. Le madri nella parola patria non ci sono, benché per definizione siano sempre certe, né generano appartenenza, nonostante ce ne sia una sola per ognuno di noi. Non possono esserci perché nell’idea del patriottismo è innestata la convinzione profonda che la donna sia natura e l’uomo cultura, cioè che la madre generi perché è il suo destino e l’uomo riconosca la sua generazione per volontà e autorità, riordinando col suo nome il caso biologico di cui la donna è portatrice”.

Questa analisi, a onor del vero, non è affatto banale e ci riporta al ruolo conservativo e protettivo della maternità, da una parte, e a quello imperativo e donativo della paternità, dall’altra. Tuttavia, la Murgia è incapace di concepire questa differenza in termini di complementarietà, ma la vede unicamente in termini di contrapposizione, cioè alla luce dell’oppressione, della subordinazione e della lotta fra sessi. La castrazione come emancipazione, insomma. Del resto, è piuttosto facile rilevare che il linguaggio del patriottismo si è da sempre nutrito anche di femminilità: pensiamo solo alla personificazione delle nazioni in statue e manifesti, in cui la simbologia faceva della difesa della patria in primo luogo una difesa delle donne dagli stupri e dalle violenze del nemico. Per tacere, tra l’altro, delle numerosissime attiviste e patriote che hanno popolato la storia italiana dal Risorgimento all’ultima guerra e oltre.

Ad ogni modo, a partire da questi malfermi presupposti la Murgia arriva alla sua curiosa proposta: “Va da sé che fondare [la] cittadinanza su questi principi [ius soli e ius sanguinis, ndr] porta e ha portato già a tragedie diverse, tutte non augurabili. Pensarsi come Matria consente di sradicare [notare il lapsus freudiano, ndr] questa prospettiva, perché la madre nell’esperienza di ognuno di noi non è un soggetto imperativo, ma è la prima cosa vivente scorta, la prima amata. Simbolicamente intesa, la maternità è un’esperienza relazionale elementare, perché nutre e si prende cura. Prima di suscitare timore, suscita amore. Prima di evocare autorità, evoca gratitudine. Nella prospettiva dell’appartenenza, il materno è uno spazio dove a legittimare l’esistenza e l’identità è quello che ti offrono, che è la matrice e non la conseguenza di ciò che poi offrirai tu. […] Lo slittamento semantico cambia la prospettiva, perché tra patria e matria c’è la stessa differenza che esiste tra una somma e una moltiplicazione: se la patria è il luogo che ti riconosce, la matria è quello in cui tu impari a riconoscere chiunque. Sarebbe un grosso errore pensare che solo uno dei due sia il luogo della politica”.

Quello che la Murgia ci sta proponendo, in altre parole, è di concepire l’identità collettiva come un grande utero in cui saremo tutti uguali, in cui non ci sarà più alcuna differenza. Si tratta, in fondo, di un’idea grottesca e “sradicante” di matriarcato che nulla ha a che vedere con una femminilità autentica e genuina. Una grande donna come la compianta antropologa Ida Magli ha una volta dichiarato: “Ho combattuto tanto, per le donne… Ma mi hanno deluso. […] Io sono una donna e posso dire cose che sono in apparenza contro le donne e cioè che la scienza, l’arte, tutta l’attività intellettuale fino ad oggi è stata fatta dai maschi. Poiché oggi i maschi si sono allontanati, la nostra società è povera intellettualmente, culturalmente. Non è una società ‘femminilizzata’, come dice qualcuno, ma malata, patologica. Dobbiamo immediatamente riprendere il controllo. E tocca ai maschi riprenderlo”.

Elena Sempione

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  1. Complimenti per il bellisimo articolo alla autrice Sig.ra Sempione; io lotto quasi ogni giorno per affermare con i miei figli e mia moglie l’importanza della figura paterna, che a me è mancata quando avevo 10 anni.Devo ringraziare anche mia moglie che , grazie anche al carattere del padre suo,capisce l’importanza dell’ argomento e del ruolo maschile, malgrado le sollecitazioni dei media a distruggere la figura paterna e ogni altra forma di autorita’, ad eccezione di quella dei burattini delle banche!

  2. …poi credono che la gente voti CasaPound per i pacchi alimentari (che comunque quelli di sinistra non offrono affatto) e non già perchè quelli di sinistra anzichè parlare di strada e di lavoro si perdono ormai sempre più spesso in vacue elucubrazioni para-filosofiche;

    interessante però notare due punti fissi del pensiero sinistrese:

    1) la Patria,la Nazione,i Confini non esistono;
    e allora perchè riaffermarli con lo Ius Soli ove si impone una Cittadinanza specifica dopo la nascita in un preciso territorio ? o si è “cittadini del villaggio globale” o Italiani,Nipponici,Tedeschi…tertium non datur.

    2) il nostro Paese come identità genetica NON esiste in quanto siamo stati invasi da moltissimi popoli stranieri ed è per questo che si notano ancora grandi differenze e varietà negli Italiani a seconda delle Regioni;
    a parte il fatto che poche migliaia di stranieri (leggesi soldati) non sarebbero stati in grado di modificare geneticamente l’etnia italica (molto più omogenea di quanto non si pensi) se dette varietà genetiche-culturali-sociali ancora si notano a distanza di secoli,come mai un ragazzo africano o cinese nascendo qui dovrebbe diventare ipso facto italiano,nel giro di una generazione,cioè la sua ?

    PS se qualcuno pensava che in ossequio al verbo boldriniano fosse sufficiente la desinenza al femminile nei sostantivi,eccolo accontetato; col piffero che PatriA andava bene,sostituiamolo immediatamente con Matria…

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