consolatoRoma, 4 nov – Italia 2015: cosa resta oggi nella Penisola di quell’Italia che il 4 novembre del 1918 portava a compimento l’epopea risorgimentale trionfando nella Grande Guerra? Lo abbiamo chiesto a Sandro Consolato, saggista, autore dell’e-book storico Dell’elmo di Scipio, già curatore della rivista di studi tradizionali “La Cittadella” (2001-2012).

Un suo scritto di qualche tempo, sulla rivista “Politica Romana”, definiva la Prima guerra mondiale come “una Grande Guerra Romana”. Può riassumerci il perché di quella definizione? Cosa ebbe di “romano” la Grande Guerra?

Mi rendo conto che oggi a molti parlare del 15-18 (sia chiaro che il mio riferimento era alla sola guerra degli Italiani) come di una “Grande guerra romana” potrà apparire come una definizione retorica. Tuttavia, se solo si pensa che uno scrittore italiano celebrato come uno dei più antiretorici, ovvero Carlo Emilio Gadda, poté descrivere il suo interventismo e la sua partecipazione alla guerra da volontario con queste parole: “Sognavo una vivente Italia, come nei libri di Cesare e di Livio”, bene, allora si potrà capire che la mia definizione trascrive un sentimento che attraversò effettivamente l’Italia di allora, producendo anche, durante e dopo la guerra, una forte simbolica in senso romano. Quella guerra, del resto, restituiva all’Italia pressoché integralmente i suoi confini augustei. In più, poiché io mi occupo essenzialmente dei rapporti tra esoterismo e politica, è storicamente documentata l’influenza e la partecipazione di ambienti esoterici italiani che ritenevano vivente e operante la “forza” di Roma antica nella vicenda bellica.

Nel suo testo lei parla delle simpatie apertamente filo-asburgiche del Vaticano in quel contesto bellico. Ritiene che questa tentazione “anti-italiana” della Chiesa si sia con gli anni attenuata o rinforzata?

Sono alieno da un anticlericalismo di maniera, e ho anche ricordato il sacrificio di tanti giovani dell’Azione Cattolica nelle trincee del 15-18. È però un fatto che il Vaticano avesse più a cuore la sorte dell’Austria-grande-guerra1-560x325Ungheria che dell’Italia, non avendo tra l’altro per nulla rinunciato all’idea della restaurazione del potere temporale. Il quadro oggi è molto diverso. Però il discorso del papa l’anno scorso a Redipuglia è stato di totale insensibilità verso la storia italiana, tanto più che come cardinale argentino Bergoglio sulla questione delle Falkland-Malvinas si era pronunciato da nazionalista argentino, e non da pacifista-universalista. Non volendo assumere un punto di vista troppo estremista, io direi che se oggi esiste un anti-italianità della Chiesa essa coincide col, è una conseguenza fatale del suo sempre più accentuato universalismo apolide, di cui l’Italia fa le spese in quanto sede del Vaticano.

Per quali altre tradizioni politiche il 4 novembre è oggi una giornata di lutto o quanto meno di indifferenza? Quali sono, in altri termini, le altre correnti del partito anti-italiano?

L’ostilità verso il 4 novembre è tipica di un certo filone di sinistra estrema e coincide con l’antimilitarismo più becero, mentre non direi che sia oggi presente o significativa nella sinistra moderata. Permane anche un filone di destra ostile tanto al Risorgimento che alla Grande Guerra perché di orientamento antinazionale e filo-asburgico. Un Gilberto Oneto ne è un tipico rappresentante, e anche Cardini fa la sua parte. Nel leghismo un simile orientamento sembra essersi attenuato, e credo che la componente “alpina”, con memorie così radicate nella Grande Guerra, difficilmente poteva farne un elemento caratterizzante. Salvini dal canto suo ha ripreso il “mito” del Piave anche in funzione antiimmigratoria, e questo qualcosa vorrà pur dire riguardo al cosiddetto “immaginario collettivo” e alle operazioni che si fanno su di esso e con esso.

Come giudica le celebrazioni italiane per il centenario della Grande Guerra? Che bilancio possiamo trarre dal modo in cui oggi l’Italia ha ricordato quel passaggio storico?

Ho l’impressione che, penso in particolare a TV ed editoria, ci si sia “sfogati” troppo nel 2014, seguendo l’Europa. Ma la nostra guerra non è “il 14-18” ma “il 15-18”. E non mi sembra che ci sia un’adeguata valorizzazione della nostra specificità storica. Poi, le istituzioni si comportano come la Chiesa: vietato parlare di “Vittoria”, la guerra deve essere sempre e solo stigmatizzata, ricondotta alla “inutile strage” e via di questo passo. L’idea della riabilitazione dei disertori del resto è in linea con una visione di fatto svalutativa del significato ultimo dell’esperienza di quel grande conflitto.

Un altro personaggio a cui lei ha dedicato un importante studio è Giacomo Boni. Può raccontarci come visse quell’incredibile uomo i giorni del conflitto mondiale?

Pochi sanno oggi chi era Giacomo Boni, e mi fa piacere che il “Primato Nazionale” quest’estate ne abbia ricordato i 90 anni dalla morte. Boni fu un grande archeologo, famoso in tutto il mondo nei primi decenni del 900 per le sue scoperte nel Foro e nel Palatino. Ma Boni ebbe anche un suo ruolo nella Grande Guerra, ed è proprio pensando a figure come lui che io ho parlato di “Grande Guerra Romana”. Boni progettò e fece adottare indumenti militari che riprendevano elementi romano-antichi, e che erano del tutto pratici, sia chiaro. E poi lui, che era un profondo studioso della religione romana arcaica, e a cui erano riconosciute pure doti quasi di “veggente”, costruì sul Palatino un’ara graminea che avrebbe dovuto propiziare la Vittoria, di cui egli poi, nel 1918, ritenne di aver avuto un presagio scoprendo proprio una statua della Vittoria sempre sul Palatino. Ripeto, tutto ciò oggi può sembrare retorica, ricondurre all’antico il moderno può far storcere il naso. Ma si pensi che l’ultimo imperatore asburgico, Carlo, beatificato da Wojtyla, poté chiamare gli italiani “il nemico ancestrale”, evidentemente ritenendosi erede di quei Quadi e quei Marcomanni che avevano invaso il Nord-Est dell’Italia ai tempi di Marco Aurelio. Ma mal gliene incolse, perché il giovane Regno d’Italia poté richiamare evidentemente in vita l’eredità ancestrale di ben altro popolo, quello di cui noi siamo ancora, pur se indegni e immiseriti, i più legittimi eredi.

Adriano Scianca

2 Commenti

  1. La prima guerra mondiale (ancor più che la seconda) apparve un evento distruttore di natura irreversibile, una vera esplosione, che sconvolse i precedenti equilibri politici, economici, sociali e militari, che non poterono più essere ripristinati. Da allora – da quando cioè in quel conflitto cruento e insensato sprigionò una insospettata quantità di energia distruttiva – L’Europa occidentale cominciò a declinare sul piano materiale e su quello morale.

    Mario Silvestri, La decadenza dell’Europa occidentale vol. I anni di trionfo 1890-1914, Giulio Einaudi editore, Torino 1977, pag. V

    L’Italia nella prima guerra mondiale subì le seguenti perdite: 650.000 morti; 947.000 feriti, mutilati e invalidi; 600.000 prigionieri e dispersi. Su 5.615.000 uomini mobilitati si ebbe un totale di 2.197.000 perdite, pari al 39 % degli uomini sotto alle armi.

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