Roma, 27 gen – La riflessione storiografica, filosofica e politologica sull’Olocausto ha partorito, in questi settant’anni, una formula che poco ha di storico e molto ha di religioso: l’idea dell’unicità della Shoah. In altre parole, se dopo il Libro nero del comunismo è ormai assodato che le dittature di stampo marxista causarono milioni e milioni di morti, se diverse voci si levano anche per criticare le stragi compiute all’ombra dell’ideologia liberale, nulla di tutto questo potrà mai essere paragonato a quanto compiuto nei lager nazisti. Non staremo qui a ripercorrere gli argomenti su cui si basa tale assunto, dandolo piuttosto per scontato, anche perché esso viene ripetuto ogni qual volta qualcuno provi a opporre, per esempio, il gulag al lager. Trattandosi di un principio, come detto, di natura pressoché dogmatica, non staremo neanche qui a contestarne i presupposti, la cosa avrebbe poco senso.

Ci permettiamo, tuttavia, di porre una modesta questione di coerenza: se la Shoah è unica, allora essa va sottratta al dibattito politico. Non è un argomento di polemica spicciola, non la si deve evocare con faciloneria. Se invece ogni naufragio nel Mediterraneo è un nuovo Olocausto, se lo sgombero del Cara di Castelnuovo di Porto è una deportazione, se ogni volta che, per qualsiasi motivo, a un immigrato viene burocraticamente assegnato un numero si deve evocare il tatuaggio dei campi della morte, se ogni opposizione allo ius soli prende il nome di nuova legge razziale, se Matteo Salvini è Adolf Hitler e se Mimmo Lucano e un membro della Rosa bianca – se tutto questo è vero, allora stabiliamo che la Shoah non è unica, che anzi essa avviene ogni giorno, che ha anche una singolare capacità di manifestarsi con facilità. Le due cose, insieme, non possono stare: o la Shoah è unica, o tutto è Shoah.

E infatti i cortocircuiti a riguardo non mancano. Nel 2017, per esempio, il filosofo e attivista bolognese Franco Berardi “Bifo” ha organizzato una performance dal titolo “Auschwitz on the Beach”, nell’ambito della mostra di arte contemporanea “documenta 14” a Kassel, in Germania. Il parallelo tra i barconi naufragati e le camere a gas era trasparente. È finita che il ministro della cultura tedesco e il sindaco di Kassel hanno chiesto l’intervento della magistratura e la performance è stata cancellata. In questi giorni, invece, il sindaco di Padova, Sergio Giordani, ha commesso lo stesso errore: “C’è un’agghiacciante similitudine in quello che è accaduto allora e nelle vicende che oggi vedono morire nel Mediterraneo migliaia di persone”, ha affermato il sindaco. Ma Alleanza per Israele ha bollato la provocazione come “inaccettabile e offensiva”.

Eppure, il registro retorico di questa e delle precedenti Giornate della memoria è proprio questo: vigilare, affinché ciò che è stato non accada di nuovo. E questa eventualità, la nuova epifania del male, è possibile solo e soltanto con gli europei come carnefici e gli immigrati come vittime. Nessun altra similitudine è accettata, tranne questa. L’unicità viene fatta valere rispetto a qualsiasi paragone (orrori del comunismo, bombardamenti alleati, massacri in Palestina, lotte fratricide in Africa, stragi islamiste), ma non per quello con le morti nel Mediterraneo. Un meccanismo discorsivo che puzza di strategia politica. E, quindi, rischia di vanificare tanti discorsi altisonanti.

Adriano Scianca

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3 Commenti

  1. articolo che purtroppo rappresenta in pieno la situazione polito-sociale che stiamo attraversando. Sarebbe molto interessante un parere sui rapporti stato-mafia riguardo al tema dell’immigrazione di massa.

  2. Dirò qualcosa di duro. Perchè certe cose bisogna avere il coraggio di dirle.
    Io non piango più per la Shoah. Non verso più una lacrima per gli ebrei e altre vittime nel nazismo.
    Ovviamente provo pena per le vittime inermi, ma non riesco più a provare nessuna compassione. Sarà perchè non provo più nessuna stima per gli ebrei e non ho più voglia di erigermi in loro difesa visto che i primi a “dimenticarsene” paradossalmente sono proprio loro stessi, nel voler tenacemente massacrare i palestinesi per la loro presunta terra promessa, proprio come si imputava a Hilter di agire per ottenere il suo Lebensraum. E’ questo avviene nella loro più totale indifferenza che con sguardi truci imputano a noi, a cominciare dalla nostra senatrice a vita che vediamo tuonare contro l'”indifferenza” a reti unificate e così silente invece su questo massacro.
    Oppure come Primo Levi che sui gulag comunisti fu parco di parole mista a ostilità e indifferenza oltre a provare un malcelato dispezzo per Solzenicyn, cose se esistesero tragedie modellate dalla classifica.
    Ma SOPRATUTTO,come evidenza bene questo articolo, per l’accostamento torbido tra l’Olocausto e l’invasione migratoria in atto. Questo nesso oltre a mostrare la fogna morale di chi lo teorizza, evidenzia che la “memoria” della Shoah esula dal contesto storico ma si trasformi in un’arma metafisica da gettare come una virulenza micidiale su coloro che non sono neanche “fascisti” ma non accettano la visione liberalprogressista che siamo costretti a subire come plumbeo destino collettivo. Diviene una sorta di punizione divina, a cui noi uomini bianchi europei dobbiamo subire coercitivamente per le colpe tali o presunte verso “i diversi” di ogni tipo. Il migrante e il “diverso” dall’uomo bianco eterosessuale è come “l’ebreo sotto i nazisti” dunque se non lo accogli, non lo tolleri e non lo ami praticamente è come se stesi aprendo le camere a gas ad Auschwitz. Va da sè che ogni “diverso”, in pratica ogni IMBECILLE può rincorrere a questo per intorbidire il linguaggio, per vomitare tutta la sua arroganza e meschinità su chi si permette anche solo di contraddire la sua visione irenistica personale ed esistenziale.
    Un linguaggio di disumanizzazione, di odio allo stato puro, altro che il linguaggio dei “populisti”!. Disumanizzare chi ha solo il torto di non considerarsi cittadino del mondo, chi non ha voglia di vedere l’Europa trasformarsi in un’appendice dell’Africa.
    Benissimo così, se questo è il loro concetto, allora mi permetto di mandare a fanculo diari, pietre d’inciampo, violini struggenti e altri santini della Shoah!
    Che piangano pure il loro dolore. Il loro dolore. Non il mio.

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