canforaRoma, 18 nov – I fatti di Parigi hanno scatenato le Baccanti dell’allerta. Come in un incantesimo ci siamo accorti del terrorismo, che invece esisteva da anni. Ma esattamente che cosa dovremmo custodire e proteggere dalla barbarie dell’Isis? Ce lo spiega Luciano Canfora nel suo ultimo libro, Gli occhi di Cesare. La biblioteca latina di Dante (Salerno editrice, 97 p., 8, 90 euro).

Il volume ripercorre le letture classiche che hanno ispirato la teoria imperiale di Dante. Con il rigore filologico che lo ha sempre contraddistinto, Canfora dimostra come il poeta fiorentino abbia utilizzato, talvolta fedelmente, le opere di Tacito, di Sallustio e di Svetonio: “Il cuore di Dante […] batte per l’impero. Ciò è reso chiaro, sin dall’inizio, anche dal raffinato intarsio di fonti classiche pagane, parafrasate o evocate esplicitamente, che è racchiuso nel proemio”.


D’altro canto l’antichità non conosce la nostra idea di originalità, che altro non è che una diversa declinazione dell’egoismo. L’impero che Dante auspica è quello universale, “l’ordinamento necessario e auspicabile per dante-jpeg-crop_display_0tenere in ordine il genere umano”. Per questo motivo nella Monarchia la figura di Alessandro Magno acquista un ruolo centrale e Dante, sulle orme di Svetonio, si chiede che cosa mai sarebbe successo se Alessandro avesse incontrato Roma. Non è un caso che la Monarchia “fu colpita da condanna nel 1554 (Indice di Venezia) prima ancora che ne apparisse la prima edizione a stampa (fine 1559)”.

Ma è Cesare la figura principe del libro di Canfora, lui che sorprendentemente Dante identifica come il primo degli imperatori, quando la maggior parte della storiografia classica iniziava le cronache dell’impero con Augusto. Lo stesso Cesare che Frontone ci descrive impegnato nella guerra gallica e che, inter tela volantia, tra le lance volanti, ebbe il tempo e la cura di redigere un trattato sulla purezza linguistica e di curare i rapporti politici a Roma.

In particolare Canfora sottolinea come la percezione dantesca della storia romana sia unitaria: la fase repubblicana non solo precede, ma pre-para quella imperiale, che, a sua volta prefigura l’impero auspicato da Dante: “l’impero è per lui parte essenziale di un disegno divino, e Cesare ne rappresenta il motore principale”. Per questo il cristiano Dante non teme di chiamare “Sante” le Muse, di farsi guidare da Virgilio, di porre all’ingresso del Purgatorio un pagano e per giunta suicida come Catone.

L’universalità culturale è per Dante l’anticipazione di quella politica. Il grande merito del libro di Canfora è quello di riuscire a scrivere per un vasto pubblico pur trattando argomenti di filologia pura. La cultura oggi manca di grandi divulgatori che elevino il popolo tramite le arti e le lettere invece di abbassare la poesia per svenderla al vulgus.

E se davvero queste figure esistessero, forse gli uomini non si indignerebbero in modo pietistico contro il terrorismo perché Facebook è pieno di bandiere francesi, ma si sarebbero sentiti feriti nell’animo già mesi fa nel vedere le immagini di Palmira distrutta, come se fosse scoppiata una bomba nel proprio condominio, perché il Mediterraneo è il chiostro dell’impero.

Roberto Guiscardo

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