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Roma, 25 mar – Buon Dantedì a tutti. Sì, perché oggi, 25 marzo, l’Italia celebra l’inizio del viaggio (letterario) di Dante Alighieri che, partendo dall’inferno, giungerà sin nell’Empireo, il più alto dei cieli, per contemplare l’amor che move il sole e l’altre stelle. Anche se generazioni di docenti incapaci hanno finito per rendere Dante noioso agli studenti di tutta Italia, il «sommo poeta» continua a parlarci. Perché la Divina Commedia non è mera opera letteraria: è l’epos metafisico di una lingua che si fa idioma nazionale.



Dante padre della patria

D’altra parte, oggi il Dantedì ha una valenza simbolica particolare: cade nel settimo centenario della morte del poeta laureato (1321). E la luce che emana la figura dell’Alighieri è talmente forte da illuminare l’anima anche di un insospettabile come Dario Franceschini: «Dante ricorda molte cose che ci tengono insieme: Dante è l’unità del Paese, Dante è la lingua italiana, Dante è l’idea stessa di Italia». Sì, lo sappiamo, il ministro piddino sta facendo della facile retorica. Ma ha comunque ragione da vendere. Se c’è qualcuno che ha tenuto unita l’Italia negli anni delle divisioni politiche e delle occupazioni straniere, quello è proprio Dante.

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Una lingua per l’Italia

Come vi avevamo già raccontato in un altro contributo, l’Alighieri ha svolto un ruolo decisivo nell’elaborazione della coscienza nazionale italiana. Lo ha fatto con le armi che aveva a disposizione: la sua lingua e il suo genio immortale. Basti pensare a un’opera come il De vulgari eloquentia. A dispetto del suo interesse apparentemente anodino, questa è invece un’opera eminentemente politica: come spiega l’Enciclopedia dantesca, infatti, «la dimostrazione dell’esistenza di un ottimo volgare unitario degl’Italiani, definito coi ragionati epiteti di illustre, cardinale, aulico, curiale, rimonta sì alla constatazione che i doctores illustres qui lingua vulgari poetati sunt in Ytalia, a qualsiasi regione appartenessero, hanno concordemente usato quell’eccellente volgare sovra-municipale e unitario; ma, anche e soprattutto, è ricavata da una serie di ragionamenti deduttivi astratti sul carattere di necessità concettuale ed etico-politica di tale nozione di lingua italiana comune, che “deve” esistere se esistono un’Italia e degl’Italiani con le relative strutture giuridiche e politiche, sia pure potenziali».

Buon Dantedì a tutti

Insomma, Dante non è un semplice poeta: è il demiurgo del popolo italiano diviso e disperso. È il padre della nostra patria letteraria e quindi politica. Quando gli italiani stavano per perdere la coscienza della loro unità spirituale, Dante ci ha ricordato che eravamo ancora nazione: che parlavamo la stessa lingua, che condividevamo la stessa gloriosa storia (quella della Roma imperiale) e che eravamo racchiusi negli stessi confini, dalla Sicilia alle Alpi fino a Pola presso del Carnaro, ch’Italia chiude e i suoi termini bagna. E allora buon Dantedì a tutti. Perché non tutti gli eroi indossano un elmo e impugnano una lancia: possono anche vestire una corona d’alloro e brandire una penna. E la penna, si sa, a volte è più potente della spada.

Valerio Benedetti

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