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Prof. Rosario Coluccia – linguista all’Università del Salento e Accademico della Crusca

Milano, 29 ott – L’intervento quanto mai incisivo di Rosario Coluccia, docente di linguistica all’università del Salento e Accademico della Crusca, sulle colonne del nuovo Quotidiano di Puglia del 28 ottobre, riporta d’attualità una questione che potrebbe rappresentare un punto di svolta per l’università italiana: la decisione del Politecnico di Milano di adottare l’inglese come unica lingua per l’insegnamento e per lo svolgimento di tesi ed esami, almeno per i corsi di laurea magistrale e di dottorato. Presa nel 2003 e subito contestata e impugnata presso la Corte Costituzionale, di cui si attende il verdetto finale.

Nel frattempo, la querelle continua – se da una parte si sottolinea l’importanza di globalizzarsi e di avvicinarsi sempre di più alle università americane e inglesi, dall’altra, incluso il Prof. Coluccia – si fanno notare le gravissime conseguenze a cui porterà una decisione di tal genere.

I punti caldi e anche le maggiori fragilità del provvedimento del Politecnico di Milano, tra le primissime istituzioni universitarie nazionali, sono chiari.

L’utilizzo di una lingua straniera impedirà ad alcuni studenti potenzialmente validi di mostrare tutte le loro capacità, a causa di uno studio pregresso di tale lingua non particolarmente approfondito. È conoscenza comune che nelle scuole pubbliche l’insegnamento dell’inglese non sia ai livelli delle corrispettive europee e prediliga in alcuni casi l’approfondimento sulla letteratura piuttosto che sulla grammatica, secondo le inclinazioni del docente o della scuola. In generale le lacune sono ascrivibili alla scarsità delle ore di lezione e alla composizione sempre più eterogenea delle classi, con studenti che talvolta, soprattutto alle secondarie inferiori, non conoscono bene nemmeno l’italiano.

Essere costretti a sostenere tesi ed esami in lingua inglese rischia di mettere in seria difficoltà molti studenti italiani, ma questo invero non è l’unico problema che si prospetta.

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Politecnico di Milano

È importante comprendere le ragioni di un primato consegnato all’inglese e l’approdo ad un rifiuto della propria lingua madre. Il primo movente è sicuramente di matrice tutta economica e pragmatica: così facendo, infatti, le università scalano i posti in classifica nel ranking mondiale. A dimostrazione di questo il fatto che il Politecnico nel 2013, proprio nell’anno di tale provvedimento, guadagna quattordici posti passando dal 244mo al 230mo. Una storia simile e ancor più sorprendente per l’Università Bocconi che ottiene sempre più valore internazionale con la presentazione di corsi esclusivamente in lingua inglese. Il passaggio da credibilità per l’ateneo a credibilità per i docenti è molto rapido, così che a guadagnarci sono anche professori e ricercatori, e le rispettive pubblicazioni.

Le agenzie di valutazione delle università, prevalentemente americane o britanniche, utilizzano infatti nelle loro metriche di valutazione il numero di studenti internazionali e le facoltà che meglio si proiettano verso il resto del mondo: premiano cioè l’internazionalismo.

Conoscere la lingua franca internazionale è dunque un requisito fondamentale e necessario se si vuole continuare a poter godere di buona fama sia per l’ateneo che per i docenti ma resta il dubbio se sarà ancora l’inglese la lingua del futuro.

Soccorre ancora l’intervento di Rosario Coluccia: “Il francese, che appariva dominante qualche decennio addietro, è rapidamente declinato; altrettanto potrebbe capitare all’inglese”. Sul domani ci sono poche certezze, soprattutto oggi che la storia pare accelerare verso un mondo multipolare e la presa dell’impero americano allentarsi nei suoi gangli più vitali. Annichilire lo studio della lingua nazionale e investire solamente e totalmente in una sola lingua straniera appare quindi, realisticamente, una vera e propria roulette russa. A proposito, se il gendarme del mondo occidentale sono stati gli Usa, con tutti i vantaggi e l’egemonia culturale e linguistica connessi, la posizione militare proprio della Russia rispetto al nuovo polo emergente di potere globale può indurre a ritenere che non sarebbe una cattiva idea investire anche sulla rispettiva lingua.

Oltretutto, non è nemmeno detto che le maggiori innovazioni scientifiche debbano provenire necessariamente dai paesi più potenti, tanto è vero che la scienza moderna ha avuto la sua origine da un certo Galileo Galilei nell’Italia più divisa e che non contava niente, e pure il postero Isaac Newton doveva sforzarsi da buon discepolo ad apprendere faticosamente l’italianissima terminologia.

Tornando al presente, l’abbandono di fatto della lingua madre non potrà che far perdere ulteriormente il sentimento di coesione nazionale che in Italia è già molto minato e attaccato su tutti i fronti dall’intellighenzia di sinistra, ultimo uno scatenato Gad Lerner e, oltre a veder scomparire l’italiano come parlata, vedremo scomparire anche le ultime tracce di italianità nei giovani più brillanti e competenti. L’italiano è a rischio di divenire un semplice dialetto dopo che Dante, Boccaccio, Carducci e D’Annunzio ne hanno fatto la lingua più gloriosa nel corso di tanti secoli recenti.

Si tratta del resto degli stessi intellettuali benpensanti che poco si curano dell’incostituzionalità della deriva anglofona, mentre della stessa carta costituzionale fanno bandiera in molte delle loro pretestuose battaglie all’insegna dell’antifascismo in servizio permanente effettivo.

Insieme alla deriva del sistema scolastico italiano ed europeo, non possiamo che temere quest’ondata di internazionalismo a cui si apre sempre di più, giorno dopo giorno, la nostra scuola e la nostra università. Non fermandosi infatti alla progressiva rimozione del latino e del greco nonché di una parte di storia e della filosofia, adesso pure l’italiano sembra essere diventata una materia da evitare.

In Italia con i Borgia per trent’anni hanno avuto guerra, terrore, assassinii e massacri; ma c’erano anche Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia e che cosa hanno prodotto? Gli orologi a cucù!”  (Orson Welles).

Cosimo Meneguzzo

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