Roma, 6 dice – Oggi per la rubrica Sulle tracce degli avi torniamo a occuparci della depredazione e della restituzione delle reliquie storiche. Proprio nel centenario della scoperta della tomba di Tutankhamon, diversi governi occidentali stanno riconsegnando alcuni importanti beni archeologici ai legittimi proprietari delle rispettive nazioni. La restituzione dei marmi del Partenone da parte del British Museum, che tanto sta facendo parlare la comunità storica internazionale, segna ora un grande passo per l’etica del rimpatrio delle opere d’arte e storiche. Ma da dove nasce questa nobile cultura della restituzione delle opere? Ovviamente, ancora una volta e almeno in questo caso, dall’Italia e, più precisamente, dalla Sicilia. Ricchi del patrimonio archeologico più grande del mondo, noi italiani siamo però anche tra quelli che hanno subito più depredazioni dei nostri bene artistici e storici. A tal proposito, per comprendere meglio questo virtuoso meccanismo che sta rimpatriando reperti in tutto il mondo, intervistiamo uno dei protagonisti di questa nobile operazione all’italiana, di rimpatrio dei tasselli greci del Partenone: il giornalista e scrittore Alberto Samonà, già assessore regionale ai Beni culturali e all’identità siciliana.

Marmi del Partenone esposti al British Museum

La mano lesta anglo-americana

Buonasera Samonà. Può spiegare ai nostri lettori in cosa consistono questi reperti archeologici trafugati da Londra?

Si tratta dei celebri marmi che vennero tolti dal Partenone e da altri edifici dell’Acropoli ateniese oltre due secoli fa, su ordine di Lord Elgin, e portati a Londra via mare. Alcuni furono letteralmente tagliati dalla lastra in cui erano scolpiti. Sono una parte importantissima del celebre fregio di Fidia, poi esposto al British Museum. Una parte consistente direi, visto che è lunga poco meno di 75 metri. Commentando quella azione, James Byron parlò di vandalismo. Tecnicamente furono acquisiti legalmente, visto che il permesso lo diede il governo ottomano della “Sublime Porta”, che occupava quei territori. La Grecia, però, una volta resasi indipendente dall’Impero Ottomano, li rivendicò, ma senza successo.  

Nella Seconda guerra mondiale dall’Italia furono trafugate moltissime opere, soprattutto da mano statunitense. Quanto è importante un loro ritorno in Patria?

Direi che è di rilevanza assoluta. Il dialogo fra Stati oggi dovrebbe essere incentrato sulla cultura. Dare la possibilità che rientrino in Patria importanti testimonianze storico-artistiche diventate bottino di guerra, fatte sparire e poi riapparse in vari Paesi e Oltreoceano, è un gesto di civiltà, ma anche presupposto per rimarginare ferite ancora aperte e consegnare episodi disdicevoli definitivamente alla storia. Purtroppo la lista di opere d’arte trafugate in varie epoche storiche è lunga.

Alberto Samonà con il Reperto Fagan

Quanto ha influito il lavoro che Lei stesso ha svolto da assessore regionale per i beni culturali e dell’identità siciliana?

Abbiamo creato un precedente. Quando a gennaio di quest’anno abbiamo riconsegnato alla Grecia il frammento del Fregio del Partenone che era in nostro possesso, ne ha parlato la stampa di tutto il mondo. Ad accogliere la delegazione siciliana che guidavo insieme alla direttrice del Museo Salinas, Caterina Greco, c’erano le massime autorità elleniche: il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis, il ministro della Cultura della Repubblica Greca, Lina Mendoni, e il direttore del Museo dell’Acropoli Nicos Stampolidis. Nelle settimane e nei mesi successivi, grazie al nostro gesto e alle raccomandazioni dell’Unesco, il dibattito mondiale sull’opportunità del rientro in Grecia dei cosiddetti “marmi di Elging” si è riacceso e pare che, finalmente, Londra stia adesso dando qualche timido segnale di apertura. 

Nei mesi scorsi la Regione Siciliana ha restituito ad Atene il “Frammento Fragan”, ci vuol parlare di questo reperto?

Il cosiddetto “Reperto Fagan” è un frammento in marmo pentelico che raffigura il piede della Dea Artemide seduta in trono. Giunse in Sicilia all’inizio del XIX secolo, portato a Palermo dal console inglese Robert Fagan che proveniva da Atene. Come ne sia venuto in possesso non è mai stato chiarito, ma secondo alcuni, a donargli il frammento potrebbe essere stato proprio Lord Elging. Comunque sia, alla morte di Fagan, passò nelle mani della vedova che tra il 1818 e il 1820 lo vendette al Regio Museo dell’Università di Palermo, di cui il Museo “A. Salinas” è l’odierno epigono.

Un rimpatrio atteso da almeno vent’anni

Negli anni passati c’erano state interlocuzioni per un suo ritorno definitivo ad Atene, ma non erano mai andate a buon fine. Il dibattito sul ritorno a casa dell’opera d’arte fu aperto vent’anni fa, in occasione della visita di Stato in Grecia del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampie in vista delle Olimpiadi di Atene del 2004. Poi se ne riparlò nuovamente nel 2008, in occasione dell’inaugurazione della nuova sede del Museo dell’Acropoli di Atene, e pareva che, attraverso la mediazione dell’allora Capo dello Stato Giorgio Napolitano, l’Italia stesse per fare il grande passo; ma anche in quell’occasione si raggiunse solo il risultato di prestare il frammento del Partenone ad Atene per un anno e mezzo, dal settembre 2008 al marzo 2010. Quindi rientrò a Palermo e non se ne parlò mai più, se non a livello di dibattito culturale.

Il primato siciliano

L’importanza di questa operazione in cui ho creduto, per la Sicilia è duplice: infatti la Regione Siciliana, da un lato, ha fruttuosamente attuato uno scambio di reperti di lungo periodo con il Museo dell’Acropoli, avviando una felice stagione di iniziative comuni. Dall’altro, nei mesi scorsi siamo riusciti a ottenere il nulla osta del Mic, il Ministero della Cultura, che ci ha consentito l’esportazione definitiva del reperto, nella considerazione che la Sicilia, regione con piena autonomia in fatto di beni culturali, ha potuto agire forte della propria giurisdizione assoluta in materia, come peraltro riconosciuto dall’Avvocatura dello Stato. E alla fine, abbiamo conseguito un risultato storico, facendo da apripista a livello mondiale.

FReperto Fagan

Spesso le opere storiche e artistiche più pregiate esposte nei musei anglosassoni o americani provengono da Paesi che affrontano gravi crisi economiche. È sicuramente il caso di Grecia e Italia, ma anche di molti altri Paesi come Egitto, Siria, etc, che ultimamente si vedono restituire queste reliquie. 

Quanto secondo Lei queste opere possono influire sul turismo e l’economia degli Stati?

Direi molto. È cosa nota che in importanti musei stranieri siano state spesso esposte opere trafugate, che, talvolta, quando individuate, dopo trafile che durano anni sono finalmente ritornate in patria. La Sicilia può vantare diversi esempi in tal senso e oggi, quei reperti rientrati a casa sono esposti nei nostri musei, attraendo un vasto pubblico. Poi è responsabilità dei governi realizzare la giusta valorizzazione con iniziative di ampio respiro e campagne di comunicazione e promozione. Il turismo è oggi sempre più interessato a scoprire testimonianze del passato che, in realtà essendo opere d’arte, sono attualissime. Talvolta, però, chi amministra tali opere, ne minimizza la portata e l’effetto sull’economia e il turismo culturale che queste potrebbero avere. Del resto, l’Italia (così come in misura minore anche la Grecia) è custode di centinaia di migliaia di opere d’arte, sulle quali una Nazione che vuole guardare al futuro deve assolutamente puntare. L’Europa stessa può essere rifondata sulla cultura e sull’identità che il Vecchio Continente esprime naturalmente grazie alla propria storia. In questo modo potrebbe davvero costruirsi quell’Europa dei popoli, unita non da calcoli economici ed egoismi dei Paesi più ricchi, ma dalle testimonianze uniche che custodisce. 

Andrea Bonazza

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