Roma, 13 mar – Nel trevigiano, a fine aprile del 1838, nacque Augusto Povoleri. Le fonti dell’epoca raccontano che il giovane era di “carattere riservato e calmo” ma che, in realtà, il suo cuore bruciasse di amor patrio.

Iniziò la sua carriera come farmacista nella sua Treviso, terra con la quale manterrà un vivo rapporto di amore e passione, e vi lavorò per alcuni anni finché, alla fine del 1859, decise di lasciare la marca e di trasferirsi in Piemonte. Era arrivata anche dalle sue parti, infatti, la notizia che i Savoia stavano preparando qualcosa di grande per unificare la penisola sotto l’unica bandiera tricolore.

Augusto Povoleri non se lo fece ripetere due volte e si arruolò volontario prima con l’esercito sabaudo (combatté a Palestro dove rimase seriamente ferito ad una gamba) poi, ancora dolorante, coi Mille di Garibaldi e, desideroso di rendere onore al suo Paese, partì alla volta della Sicilia. Partecipò alla Battaglia di Calatafimi, uno scontro sanguinoso che vide i Mille scontrarsi in un rapporto di minoranza di 1 a 2 nei confronti dei Borbonici. Nonostante tutto, ancora impedito dalla gamba dolorante, si distinse per resistenza e coraggio e ottenne grande rispetto dai suoi compagni e dallo stesso Garibaldi che non lo perderà mai più d’occhio da allora.

eroe augusto povoleri
Augusto Povoleri (a sinistra) milite del Corpo Volontari Italiani

Ben presto le truppe garibaldine occuparono tutto il Mezzogiorno e marciarono alla volta di Roma. L’indecisione sul da farsi era grande. Povoleri, come si suole dire, aveva fatto ormai 30 ed era pronto a fare anche 31, conquistano la capitale pontificia. Roma era già stata proclamata capitale d’Italia nel 1861 ma il papa vi risiedeva e la occupava ancora. Fu così che, sempre sotto la guida di Garibaldi, i “Mille” partirono alla volta dell’Urbe ma vennero fermati dall’esercito regio sull’Apromonte. Augusto Povoleri scappò in Svizzera per sfuggire alla cattura, accusato di colpo di Stato a danno dei Savoia.

Da lì a 5 anni il giovane soldato veneto tornò a Roma, deciso ora più che mai a conquistarla. Inviso al pericolo sfondò con i suoi compagni Porta Pia già tre anni prima della famosa Breccia dei Bersaglieri e rubò del materiale bellico dalle polveriere pontificie. La campagna, però, fallì a causa dell’intervento francese a supporto dello Stato pontificio.

L’anno precedente, nel 1866 partecipò alla campagna di liberazione del Veneto e del Trentino. L’Esercito Regio avanzava velocemente verso Trento. Liberata Riva del Garda, nulla poteva impedire al condottiero italiano di prendere la cittadella alpina sennonché arrivò un telegramma da Roma: la guerra era finita, il Veneto era libero, il Trentino poteva aspettare.

La sua casa natale, Treviso, era finalmente libera. Il soldato, l’eroe della marca, tornò a casa dai suoi cari e fece quello che più l’aveva appassionato fin da quando era un giovane sognatore: il farmacista. Non solo, finì gli studi a Bologna e si laureò in medicina il 22 maggio 1866 con una tesi molto particolare “Dell’erisipela”. Il vento di avventura l’aveva, però, ormai contagiato. Di li a pochi anni partì alla volta del Sud America, la terra dove aveva combattuto e dove aveva vissuto anche il suo comandante, il suo esempio di vita.

Di ritorno in patria l’eroe veneto morì, sulle coste di Alicante. Le fonti dicono si sia trattato di una tempesta e di un relativo affondamento della nave sul quale viaggiava. La versione più accreditata lo vuole però suicida, gettatosi in mare volontariamente, morì annegato a causa della vita troppo tranquilla che conduceva.

Era il 12 marzo del 1870 e Augusto Povoleri lasciava un buco incolmabile nei libri di storia. I manuali hanno dimenticato fin troppo presto quest’eroe nazionale che, pur di difendere la Nazione, combatté ferito, stanco e umiliato e morì sapendo che la sua missione non era del tutto compiuta.

Tommaso Lunardi

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