Roma, 22 dic – In corso d’opera, questa rubrica ha avuto modo di trattare l’esempio di alcuni grandi uomini che, malgrado l’agiata condizione economica che avrebbe tranquillamente permesso loro una vita tranquilla, hanno preferito imbracciare umilmente un fucile e partire alla carica. Come tutti gli altri. Andrea Brezzi era uno di questi eroi, figlio del senatore Giuseppe Brezzi, dirigente della rinomata azienda aeronautica Ansaldo S.V.A.

GIOVANE ENERGICO

Andrea Brezzi nacque il 31 luglio 1910 a Ollomont in Val d’Aosta da una benestante famiglia di imprenditori. Dopo aver terminato gli studi formativi a Torino, Brezzi si laureò in ingegneria all’università del capoluogo piemontese. Dopo essersi laureato lavorò all’industria Adamas e praticò molti sport diversi, dallo sci all’automobilismo. La futuristica passione per la velocità lo mise molto presto a bordo di un velivolo in Africa. Durante la guerra in Etiopia, infatti, Brezzi ottenne il grado di sottotenente pilota e, una volta conquistata la regione africana, due medaglie di bronzo al valor militare: “Abile ed ardito pilota accortosi di una grave avaria subita in decollo dal carrello dello aereo, effettuava ugualmente importanti missioni di guerra affidategli. Di ritorno dalla base di partenza, anziché fare uso del paracadute tentava un pericoloso atterraggio riuscendo a salvare il passeggero e a provocare pochi danni al materiale, ma rimanendo ferito nell’audace manovra” e ancora: “Ardito pilota da incursione veloce durante numerosi voli di mitragliamento e bombardamento leggero effettuati in appoggio alle nostre colonne operanti, dimostrava grande sprezzo del pericolo ed alto spirito di sacrificio. Rientrava spesso alla base con l’apparecchio colpito dalla fucileria avversaria”.

PILOTA DI CACCIA

Ritornato in Italia, la fama di Brezzi lo portò a intraprendere la carriera di pilota di caccia. Per questo motivo, dopo aver risolutamente rifiutato l’esonero concessogli per meriti di guerra, risalì a bordo di un velivolo e andò a bombardare la Francia. L’Italia era appena entrata in guerra, la tensione era alle stelle. Dopo l’armistizio, Brezzi ottenne il grado di tenente di complemento e chiese di poter pilotare gli Junkers Ju 87 “Stuka”. Al termine dell’addestramento venne affidato alla 236° squadriglia del 96° Gruppo Autonomo Bombardieri a Tuffo. La prima missione che lo coinvolse vedeva l’apertura del fronte mediterraneo con l’immediato bombardamento dell’isola di Malta, roccaforte inglese. Durante un attacco, il suo velivolo venne intercettato da alcuni caccia Gloster Gladiator della RAF. Andrea Brezzi dirigeva l’aereo e, dietro di lui, era il mitragliere Primo Aviere Gianpietro Vio a tenere occupati i nemici inglesi. Brezzi riuscì, con acrobazie mirabili, ad allontanare i mezzi inglesi mentre il suo compagno ne distrusse uno. Purtroppo, però, Vio venne colpito ed ucciso sul colpo mentre, una volta eliminato l’ultimo nemico, Brezzi ritornava alla base. Per questa sua missione ottenne una medaglia d’argento al valor militare: “Abile pilota da bombardamento in picchiata eseguiva ripetute azioni su difessissimi obiettivi conseguendo per precisione di tiro, ottimi risultati. Attaccato durante una azione su aeroporto nemico, da forze da caccia, riusciva a disimpegnarsi, ad effettuare con esattezza il tiro sostenendo, successivamente, un accanito combattimento con i caccia nemici che lo inseguivano. Caduto al suo fianco il mitragliere, non desisteva dal combattimento ed uscitone vittorioso raggiungeva la base di partenza con il velivolo menomato dall’offesa nemica e con il compagno caduto, a testimonianza dell’impari lotta valorosamente sostenuta”.

LA MORTE IN GRECIA

Dopo l’esperienza a Malta, Andrea Brezzi si spostò più ad est. Pronto a combattere in Grecia, il 21 dicembre 1940 15 velivoli del 96° gruppo, con al comando Fernando Malvezzi, attaccarono i resistenti nemici a Golem e Kolonje. Dopo essere riuscito a distruggere, assieme ad altri due compagni, una batteria nemica, l’aereo di Brezzi venne individuato dalla contraerea nemica. Il suo velivolo precipitò al suolo. Brezzi avrebbe potuto utilizzare un paracadute ma volle, comunque, tentare di salvare il mezzo. Morì nell’incendio.

In suo onore venne concessa una medaglia d’oro al valor militare: “Valentissimo pilota da caccia e da bombardamento in picchiata, primo in ogni più rischiosa impresa, combattente entusiasta e generoso, attaccava ripetutamente con micidiale sicurezza, nel corso di numerosi ed aspri combattimenti, i nemici della Patria nel cielo d’Africa. Sul fronte greco, partito volontario per una ardita missione che era già costata il sacrificio di un altro valoroso pilota, portava il suo velivolo fino a pochi metri dal suolo e si avventava con estrema decisione sul nemico, mitragliandolo. Sottoposto alla violentissima reazione dell’avversario che provocava un principio d’incendio al suo velivolo e, accortosi che il tiro del nemico si concentrava sull’apparecchio del gregario, con sublime cameratismo si slanciava ancora una volta sulle batterie nemiche annientandole con le ultime raffiche delle sue armi. Riportatosi in quota noncurante dei disperati cenni dei gregari di affidarsi al paracadute, si dirigeva, per non darsi prigioniero, verso le linee nazionali, ma, nel disperato tentativo di conservare se stesso e il velivolo alla Patria per gli altri cimenti, in un difficile atterraggio, l’apparecchio s’infrangeva al suolo incendiandosi”.

Tommaso Lunardi

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