Roma, 23 giu – Uno dei canti del Purgatorio dantesco più particolari e, se vogliamo dire, “nascosti” è il quinto. In questo canto possiamo leggere di come Dante venga a conoscenza degli spiriti di molti personaggi “morti di una morte violenta” ma che, poco prima di morire, trovarono pace nel pentimento di ogni proprio peccato alla Vergine Maria. Tra di loro troviamo due condottieri, Jacopo del Cassero e Bonconte da Montefeltro. Quest’ultimo in particolare ha attratto la nostra attenzione.

Il nemico di Dante

Bonconte era un ghibellino, un seguace dell’imperatore, un difensore dell’idea che potere temporale e spirituale dovevano essere esercitati da due persone diverse, posizione che Dante non condivideva essendo un guelfo. Ma Bonconte da Montefeltro non è solo un uomo politico, è uno dei più coraggiosi guerrieri e comandanti che abbiano mai calcato il suolo italico.


Il soldato nacque nel 1250 ed era il quarto figlio di Guido da Montefeltro, signore di Urbino. La fortuna volle che Bonconte si spostasse, ben presto, dalle Marche alla Toscana e che si legasse alla ghibellina città di Arezzo. Nel 1287, infatti, la fazione filo – imperiale cacciò quella filo – papale ed instaurò un governo che, in Toscana, non era solito vedersi. Ecco che, infatti, le città avverse di Siena e di Massa si allearono contro Arezzo e gli alleati pisani, nel frattempo divenuta ghibellina. Bonconte da Montefeltro condusse i suoi soldati ad una vittoria schiacciante contro i nemici in quella battaglia che divenne famosa come le Giostre del Toppo.

La morte in battaglia

Bonconte da Montefeltro trovò la morte l’11 giugno 1289 durante la violenta battaglia di Campaldino. Questo scontro vide Arezzo combattere contro l’azione congiunta delle forze fiorentine, senesi, lucchesi, pistoiesi e altre fazioni guelfe. La sconfitta degli aretini fu inevitabile ma non schiacciante.

Sul campo si scontrarono forze immense e, tra i guelfi, vi era anche Dante Alighieri che, secondo la leggenda, venne colpito e atterrato proprio da Bonconte da Montefeltro. Secondo quanto scritto dal poeta, Bonconte si destreggiava mirabilmente tra i nemici fin quando non trovò la morte sulle rive dell’Arno con la gola trafitta da una freccia.

Scompariva così, uno dei maggiori soldati e condottieri mai esistiti, illustre esempio di onestà e di fedeltà alla corona imperiale.

Tommaso Lunardi

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