Roma, 17 nov – Molti furono, nel corso della Storia, i soldati di ventura. Dal medioevo alla guerra fredda troviamo l’esempio di mercenari, condottieri ma anche militari che amavano profumarsi del magico odore della libertà. Uno di questi era Cesare Colizza.

Il VIAGGIATORE

Nato il 16 ottobre 1884 a Marino, nel Lazio, si arruolò volontario nel Regio Esercito all’età di 19 anni, un anno prima della legittima chiamata alle armi per gli stessi suoi coscritti. Cesare Colizza venne affidato al 13° reggimento di artiglieria. Il giovane era amante dell’azione, non tanto dello studio e, per questo motivo, non passò l’esame per diventare caporale. Due anni dopo, Colizza venne congedato ed iniziò a viaggiare. Prima approdò a Paterson nel New Jersey poi a Parigi e a New York. Nei suoi viaggi negli Stati Uniti conobbe il repubblicanesimo del quale si innamorò assieme alle dottrine di Max Stirner, vicino all’anarco-individualismo. Diverrà anche massone del Grande Oriente d’Italia.

LA GUERRA DEI BALCANI

Alla prima possibilità di dimostrare il suo valore, Cesare Colizza rispose prontamente presente. Nel 1912 scoppiò la guerra dei Balcani, il soldato non esitò ad arruolarsi con la Legione Garibaldina, comandata da Ricciotti Garibaldi – figlio di Giuseppe – in funzione anti-ottomana e a sostegno del neonato stato greco. Alla fine della guerra, Colizza venne promosso al grado di capitano della Legione.

Nel 1914 Gavrilo Princip uccise l’Arciduca Ferdinando causando lo scoppio della prima guerra mondiale. Il piccolo stato di Serbia venne invaso dalle truppe austro-ungariche. Colizza non volle lasciare il piccolo stato slavo in balia di se stesso. La Legione Garibaldina alle sue dipendenze, però, non si presentò alla chiamata se non per sette fedelissimi che decisero, comunque, di seguire il loro capitano. Partiti da Bari alla fine del 1914, i sette arrivarono al Pireo il 3 agosto aggiungendosi a dei volontari greci.

Arrivati ad Atene, ottennero un lasciapassare dalle autorità serbe, le quali decisero di dare del denaro ai valorosi soldati italiani. La risposta del loro capitano fu la seguente: “I garibaldini consideravano loro dovere combattere al fianco del più debole, la cui libertà è posta in pericolo”. Oltrepassato il confine greco e unitisi ai soldati serbi, Cesare Colizza e i suoi si schierarono contro gli austriaci sul fronte montenegrino il 20 agosto 1914 a Visegrad al confine con la Bosnia. I sette italiani si fecero rapidamente spazio tra le immense file dell’esercito austriaco. I soldati serbi, però, timorosi del continuo afflusso di militari austriaci provenienti dal di là del monte, decisero di ritirarsi lasciando i nostri connazionali all’interno della morsa austriaca. Cesare ordinò al fratello e ad un suo compaesano di lasciarlo lì a tenere a bada i nemici affinché potessero mettersi in salvo a cercare aiuto. Le ultime parole che riecheggiarono nella valle furono: “Abbasso l’Austria, Viva l’Italia!”.

L’eroe venne riconosciuto in primis dal governo serbo che gli conferì postumo la medaglia d’oro al valor militare, e in secundis dal governo fascista che, nel quartiere natio del soldato – Borgo Garibaldi – intitolò la casa del fascio.

Tommaso Lunardi

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