Roma, 25 mag – Abbiamo avuto modo varie volte di prendere in esame la figura di coraggiosi soldati che, non temendo nulla – nemmeno la morte – hanno combattuto a costo di perdere la loro stessa vita. E’ riduttivo fare di tutti questi un semplice elenco più o meno forbito ma la nostra intenzione è quella di renderne note la figura e l’esempio.

L’esempio paterno

La figura di cui tratteremo oggi è quella di Felice Chiarle nato a Peschiera del Garda, in provincia di Verona, il 7 ottobre 1871. Il padre era un generale del Regio Esercito e, ben presto, si ritrovò da solo a badare al nucleo familiare in quanto la compagna morì quando Chiarle era molto giovane. Il padre applicò la dura disciplina militare anche al figlio Felice e, di conseguenza, non sorprende la decisione di iscriversi al collegio militare a Firenze all’età di 12 anni frequentando, poi, la Regia Accademia Militare di Torino. Terminati gli studi ottenne il grado di sottotenente di artiglieria. Ma questo non bastò a Chiarle che frequentò anche la “specializzazione” per salire al grado di tenente nel 1890.


La scalata fu rapida, nel 1909 venne promosso al grado di capitano e posto alla guida del 1° Reggimento artiglieria da montagna conducendo anche una compagnia di allievi al contempo. Il suo ruolo di mentore venne molto ben accolto dai generali dell’Esercito che lo posero inizialmente ad addestrare quello che diverrà il XVII gruppo artiglieria da montagna. Mancano pochi giorni alla Strafexpedition austriaca, Felice Chiarle comandava il suo reparto fino al fronte trentino.

L’offensiva austriaca

Chiarle si posizionò sul settore orientale nei pressi di Vallarsa, un comune di poco più di 1300 persone, e attese novità dagli altri plotoni. Il capitano, infatti, operava sotto il controllo del 79° Reggimento della Brigata “Roma” e gli ordini furono quelli di condurre l’esercito fino al fronte con Rovereto.

Gli austriaci iniziarono l’offensiva il 15 di maggio e attaccarono ben presto il reparto del soldato veronese. Chiarle venne ferito alla testa e alla spalla ma non volle aiuti né tanto meno essere portato al centro medico. Condusse i suoi soldati contro i nemici e, tre giorni dopo, malgrado le ferite e a corto di munizioni, si lanciò sui nemici attaccando la lama al coltello. Felice Chiarle morì così il 18 maggio 1916 in un ultimo disperato atto di amor di Patria.

In suo onore gli venne conferita la medaglia d’oro al valor militare: “Comandante di un gruppo di artiglieria da montagna in sussidio alle Fanterie, mancando il Capitano di una delle batterie più esposte, ne assumeva personalmente il comando che tenne per quattro giorni sotto intenso bombardamento nemico e fino a quando gli vennero distrutti tutti i pezzi. Ferito nei primi due giorni alla spalla ed alla testa si rifiutava di lasciare i suoi uomini e la posizione che concorreva poi, con i superstiti, all’assalto alla baionetta con le Fanterie, cadendo eroicamente sul campo”.

Tommaso Lunardi

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