Roma, 24 ago – Quelle dell’Isonzo furono delle offensive logoranti tanto per l’esercito italiano quanto per quello austriaco. Un tentativo di tornare indietro nel tempo e di rivedere la guerra con gli stessi occhi di 50 o 100 anni prima. L’evento bellico non era però più una questione tra “gentiluomini” delle armi. Lo seppe bene Giovanni Amadio, uno dei caduti dell’XI offensiva.

L’impiegato comunale

Giovanni Amadio nacque a Controguerra, un paesino in provincia di Teramo. La sua formazione avvenne ad Ascoli Piceno e, già da giovane, dimostrò grandi doti di studente e di fedele obbediente agli ordini. Terminati gli studi, infatti, tentò il concorso per diventare segretario comunale classificandosi al 2° posto su 40 contendenti. Il suo primo incarico fu quello di segretario capo presso il comune di Chiarimonti in Sardegna. La sua avventura, però, durò poco in quanto, il 15 maggio 1915, venne chiamato alle armi in vista dell’imminente entrata in guerra dell’Italia.

Il soldato della Acqui


Giovanni Amadio venne inquadrato all’interno del 17° Reggimento della Brigata “Acqui”. Il suo valore in campo, ebbe, fin da subito, motivo di essere realizzato. Amadio si distinse nel corso della Battaglia degli Altipiani durante la quale ottenne la promozione a caporale. Le azioni in Carso vennero ben presto notate e Amadio venne mandato a Modena a studiare presso l’accademia militare. Al termine del suo corso di studi gli venne affidato il controllo di una sezione di pistole mitragliatrici. Il 19 maggio 1917, a Hudi-Log, Giovanni Amadio ottenne una medaglia di bronzo al valor militare: “Comandante di una pattuglia di arditi, costrinse alla resa, con abile stratagemma un centinaio di nemici, riportando utili ed esatte informazioni, che permisero di catturare altri prigionieri”.

L’avventura coraggiosa di Giovanni Amadio si concluse nel Carso, a Pod Koriti, il 19 agosto 1917. Leggiamo le sue ultime gesta sulla medaglia d’oro a lui conferita per il valore militare: “Comandante di una sezione mitragliatrici, uscì per primo dalla trincea all’attacco delle posizioni avversarie, dimostrando slancio e coraggio ammirevoli, sotto il violento fuoco di sbarramento e tra le raffiche di fucileria e mitragliatrici nemiche. Giunto, con i suoi uomini, sotto i reticolati avversari e trovatili pressoché intatti, benché fatto segno a preciso tiro, noncurante del pericolo, si accinse per ben tre volte a aprirvi un varco. Riuscitovi, dopo grandi sforzi, mentre si slanciava all’assalto trascinando con l’esempio i pochi uomini rimastigli, venne mortalmente ferito. Morì poco dopo, contento di aver visto i suoi soldati penetrare nella linea avversaria, ed esclamando: La vittoria è nostra! Avanti sempre! Viva l’Italia!”

Tommaso Lunardi

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