Roma, 16 dic – Marcello Serrazanetti nacque nel 1888 a Sant’Agata Bolognese, in una famiglia radicalmente monarchica e dedita al contesto rurale di questa piccola realtà della Provincia di Bologna. Manifestò fin da giovanissimo grande ammirazione per il mondo dell’aviazione, divenendo nel 1909 uno trai primissimi aviatori e istruttori di volo.

Durante il servizio di leva Serrazanetti continuò a dimostrare maestria anche come aviatore militare, dimostrando fenomenali doti tattiche, balistiche e una sconfinata intelligenza. Fu durante un’esercitazione militare, quando in volo il motore del suo aereo si spense, che dimostrò la sua grande abilità ed eseguì una manovra di atterraggio alla perfezione, l’aereo andò in mille pezzi ma lui riportò solo lievi ferite. Tra il 1910 e il 1911, a Carpi, aprì la sua personale aviorimessa, la terza in Italia. La sua esperienza nel cielo lo portò nel 1912 a tentare con tre amici la tratta Verona-Budapest in mongolfiera, devettero però interromperla sul confine tra Austria e Ungheria a causa dell’affaticamento generale dei 4 avventurieri.

Nel 1914 fu un fervente interventista, partecipò alle dimostrazioni a favore della guerra finché, nel 1915, partì per il fronte come  fante volontario. Dimostrò ardore, spirito d’iniziativa e abilità di tiro non indifferenti, tant’è che in meno di un anno gli venne dato il grado di sergente maggiore d’artiglieria. Venne ferito sul monte Calvario e durante l’offensiva sul Podgora, mentre arditamente conduceva un reparto lanciabombe all’assalto. Serrazanetti è così decorato con la medaglia d’argento e, successivamente, con la croce di guerra al valor militare.

Nel dopoguerra aderì fin dalle origini al fascismo divenendo uno dei primi squadristi di Bologna. Quando il primo fascio bolognese venne sciolto è lui, insieme a Leandro Arpinati, a fondare il secondo appena qualche mese più tardi e nel 1922 Marcello Serrazanetti marciò su Roma. Nel 1923 venne eletto Podestà di Sant’Agata Bolognese, suo paese natale, il quale era stato commissariato nel 1921 a causa dei tremendi scontri tra fazioni politiche. Per il suo alto valore, il Re gli conferì l’onoreficienza di Cavaliere dell’Ordine della Corona. Infine, tra il 1925 e il 1926, gli venne assegnato il ruolo di  vice-segretario federale nella giunta di Bologna.

Da sempre affascinato dall’Africa, si trasferì a Mogadiscio con la nomina di ispettore agrario. Con il desiderio di valorizzare i molteplici territori aridi presenti in Somalia avviò una coltivazione di bachi da seta, che gestì  in prima persona. Grazie alla sua abilità divenne vice-segretario federale del PNF di Mogadiscio, poco dopo il Re in persona lo nominò Ufficiale dell’Ordine della Corona. Tra il 1930 e il 1933 pubblicò due opere altamente critiche su alcuni aspetti del colonialismo italiano, come il lavoro forzato imposto tramite contratti ingannevoli e le pessime situazioni lavorative dei nativi. Criticò anche personalità politiche quando lo ritenne neccessario, odindo incompetenti e corrotti eper il bene dello stato.

Il Duce, al quale Marcello Serrazanetti aveva inviato diversi rapporti, si mostrò comprensivo e lo rassicurò che già si stava attivando per risolvere suddetti problemi, lo stesso non si può dire per Starace che lo costrinse a rimpatriare, così facendo egli dovette rinunciare a ciò che aveva ottenuto durante la sua permamenza in Somalia.

Il rientro in patria non fu dei più semplici, per l’amicizia con Arpinati, fascista critico nei confronti di alcuni aspetti del governo, lui e metà del fascio bolognese furono espulsi dal PNF per poi essere condannati a 5 anni di confino. Passò 8 mesi in un casolare in Sardegna, al confino, dove soffrì pesantemente a causa della nostalgia della campagna. Grazie all’intervento del Duce il provvedimento fu ristretto al solo Arpinati, permettendo a Serrazanetti di essere riammesso nel partito. Tornato a Bologna, tuttavia, si accorse fin da subito di non poter più operare politicamente. Le tensioni tra chi sosteneva Arpinati e chi sosteneva Starace erano diventate troppo forti. Nel 1938 tornò in Somalia dove diede inizio ad una azienda agricola che diventò subito nota per i suoi metodi all’avanguardia e gli altissimi tassi di produzione.

Nonostante l’esonero per aver servito durante la grande guerra, all’ingresso dell’Italia nel secondo conflitto mondiale Marcello Serrazanetti si arruolò nei regi corpi coloniali. Fin da subito prese parte a importanti azioni militari, come la conquista di Cassalà in Sudan, per poi continuare con la strenua resistenza italiana durante la controffensiva inglese. Il 3 aprile del 1941 Addis Abeba venne abbandonata e occupata dalle forze britanniche, ma ancora Serrazanetti si dimostrò disposto a combattere per il suo paese, infatti il giorno dopo egli si offrì volontario per trasferire della documentazione da  Addis Abeba a Gimma. Per sua sfrortuna, la tratta comportò il passaggio obbligato attraverso territori impervi e infestati da bande di nativi ribelli e, con sei uomini che lo accompagnavano, vi si imbatte e decide di fare da diversivo per permettere ai suoi sottoposti di passare e far arrivare i documenti a destinazione.

È l’alba del cinque aprile quando Serrazanetti, arrivato sul lato opposto dello schieramento avversario, aprì il fuoco, attirando l’attenzione di tutta la tribù. Egli era armato di un fucile da caccia, un moschetto e qualche bomba a mano, oltre alle sue altissime doti di tiratore. I nativi caricarono in massa, mentre i suoi sottoposti di soppiatto passarono oltre con la documentazione. Serrazanetti ne abbatté a centinaia, finchè al tramonto finì le munizioni e le bombe a mano, così immolò il suo ultimo respiro in un assalto frontale, usando il suo moschetto a mò di clava.

Fu  trafitto da molteplici lance che posero fine ad una vita tanto eroica quanto geniale. Il giorno seguente degli autocarri passarono di lì e trovarono il corpo senza vita di Serrazanetti circondato da lance conficcate al suolo, un usanza per celebrare gli eroi. I nativi avevano riconosciuto l’eroismo di un soldato italiano caduto per i suoi amici, essi non gli avevano mutilato ulteriormente il corpo, come invece di loro usanza.

Il suo eroismo aveva portato anche a conseguenze postume: la documentazione era arrivata a Gimma e i ribelli, avendo perso più di 300 uomini in quell’ardito scontro, non portarono avanti altre azioni militari per qualche tempo, ciò permise ad una colonna di civili italiani di mettersi in salvo.

Giacomo Morini

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