Roma, 10 feb – “Uccisi con l’unica colpa di essere italiani”. Una delle più grandi stragi, anzi, del più grande genocidio che la nostra nazione abbia mai dovuto sopportare. Gli infoibati hanno avuto la doppia pena di essere stati uccisi brutalmente dagli invasori jugoslavi e dai collaborazionisti locali prima e di essere dimenticati e, anzi, nascosti agli occhi del mondo intero poi. “Legavano i nostri amici con il fil di ferro tra di loro. Facevano dalle cinque alle dieci file e posizionavano la prima davanti al crepaccio. Con la mitragliatrice falciavano i primi cosicché i rimanenti venissero trascinati giù dal peso dei cadaveri. Volevano che soffrissimo e che morissimo di stenti dentro quei buchi. Non contenti alcuni buttavano anche cadaveri di vacche e pecore assieme a cariche di dinamite. Non volevano che si salvasse nessuno. Le bombe avrebbero poi dilaniato i cadaveri delle bestie e dei cristiani così nessuno avrebbe mai capito quanti uomini erano stati effettivamente uccisi. La nostra colpa era di parlare italiano”. Sono raccapriccianti le parole di questo testimone alla brutalità e alla cattiveria dei nemici. Parole piene di odio, di paura e di rancore. Di ingiustizia.

LE SORELLE RADECCA

Albina, Caterina e Fosca avevano rispettivamente 21, 19 e 17 anni quando morirono nell’ottobre del 1943. O meglio, come scrive Myriam Andreatini Sfili – esule da Pola che cercò di romanzare l’accaduto -, quando vennero uccise. Le ragazze erano originarie di Lavarigo, vicino a Pola, dove la guerra di liberazione jugoslava avrebbe scatenato la sua più immensa brutalità. Dopo l’8 settembre, infatti, le comunicazioni con i vari reparti dell’esercito divennero sempre più difficili e confuse. I partigiani titini ne approfittarono e divennero i padroni incontrastati dell’Istria e della Dalmazia.


Tuttavia, le tre giovani vivevano una vita spensierata come solo delle adolescenti sanno fare. Si dedicavano al lavoro in fabbrica, allo studio e allo svago più ludico possibile. Albina, tra l’altro, aveva conosciuto un soldato dal nome ignoto (si sa solo che era un fante originario del sud Italia) e portava in grembo già il loro figlio. Il compito del compagno era quello di difendere, con la sua divisione, la zona di Pola e dei paesi circostanti. Purtroppo, l’amore per il soldato fascista portò Albina e le sue sorelle a fare una fine orrenda. Alcuni soldati jugoslavi, infatti, vennero a conoscenza di ciò e intercettarono le tre sorelle mentre tornavano dalla fabbrica, di sera appena finito il turno. “Morte al fascismo !”, urlavano i loro futuri assassini in faccia alle tre ragazze. Poi le presero per i capelli e le trascinarono al loro seguito. Le portarono nel bel mezzo dei campi e le rinchiusero in un capannone senza finestre. La più piccola, Fosca, era disperata e si restava attaccata alle braccia di Albina come raccontano altri testimoni sopravvissuti.

A un certo punto uno dei partigiani titini entrò nella baracca e separò Albina dalle due sorelle. La sferrò un vigliacco pugno in faccia e, una volta in ginocchio, non smise di calciarla. Urlandole nelle orecchie “morte ai fascisti” le sbatteva il volto contro il muro. Il trauma, probabilmente, le causò un aborto spontaneo. Le guardie stuprarono a turno le tre sorelle per poi decidere di caricarle su di una corriera arrivata a pochi metri dalla baracca nel cuore della notte. Albina, Caterina e Fosca vennero portate alla foiba di Terli. Lì vennero legate una all’altra, poi Albina venne freddata con un colpo alla testa. La ragazza cadde nella voragine trascinando con se le due sorelline.

Quando i cadaveri vennero rinvenuti, Albina non aveva più le mutande mentre Caterina e Fosca ce le avevano lacerate. La brutalità dello stupro lasciò indignati coloro che rinvennero il corpo delle ragazze. Ne Il Corriere Istriano di quei giorni possiamo leggere un articolo: “Col quarto gruppo vengono estratti i corpi di due donne. Benché ormai induriti dallo spettacolo atroce, i testimoni notando dai vestiti, dalle capigliature, dalle fattezze che le vesti scomposte lasciano intravedere che si tratta di donne hanno un brivido di raccapriccio. Un uomo piccolino ed attempato che è vicino a noi, non appena scorge il primo cadavere esclama impallidendo: “Xe mia fia…”. Continua poi: “ed è, infatti di Radecca Albina, nata il 23 marzo 1922, quel corpo seminudo e straziato da orrende ferite. Presenta una ferita mortale da arma da fuoco alla regione sotto clavicolare destra. L’uomo ci spiega che, oltre a questa, i banditi gli hanno portato via, dalla casa, a Lavarigo, nella notte del 1° ottobre, altre due figliuole, incolpate dai ribelli di mantenere relazioni di cordialità con dei militari. Poco dopo, le tre sorelle sono accomunate dal destino nel martirio, dormono, una accanto all’altra, al sole. I visi non sono più riconoscibili, ma i corpi, ai quali la maestà della morte dà un alone di castità, conservano ancora la grazia muliebre”. 

GIUSEPPE CERNECCA

Nel 1992 alla Procura di Trieste arrivò una denuncia molto particolare. Era stata fatta da Nidia Cernecca, figlia di Giuseppe, morto nel 1944. Il malcapitato era una delle tantissime vittime dimenticate delle foibe ma, in questo caso, la figlia non è riuscita a trattenere il fiato e le parole. Secondo alcune testimonianze, Giuseppe Cernecca venne visto l’ultima volta nei pressi di Gimino, in Istria, accompagnato da alcune guardie comuniste, con le mani legate da una pesante catena di ferro. Il corpo del padre di famiglia non verrà mai ritrovato. Un particolare che i testimoni ricordano è che Giuseppe aveva sulle spalle uno zaino molto capiente e che era stato fatto sfilare per le strade del suo paese di fronte alla famiglia e ai compaesani. Solo dopo, gli stessi assassini si vanteranno di avergli fatto portare delle pesanti pietre con le quali lo lapidarono. Giuseppe Cernecca era vicesegretario del comune di Gimino negli anni ’40 e, ovviamente, entrò nelle liste di prescrizione dei partigiani jugoslavi.

Cernecca venne catturato e tenuto ostaggio per otto giorni. Alla fine di questo periodo di umiliazioni e percosse, venne condotto nel bel mezzo del bosco e lapidato. Le sue ossa vennero staccate e, presumibilmente, gettate nella foiba presente nei pressi di La Draga. La testa venne portata da un orafo, invece. Ai vili uccisori servivano i denti d’oro di Giuseppe. I capi titini, non contenti, andranno dalla famiglia del malcapitato, racconteranno l’accaduto e minacceranno di morte la moglie e i figli, compresa Nidia. Poi giocheranno a pallone con la testa di Giuseppe in sfregio alla sua figura, alla sua autorità e alla sua italianità. Nidia Cernecca aveva solo sei anni e ha dovuto aspettare sessant’anni per trovare il coraggio di denunciare il responsabile di tutto ciò, il boia di Gimino, Ivan Motika, morto recentemente e ultraottantenne nella sua casa in Istria.

Non si poteva, non si doveva sapere quello che l’Istria rappresentava: la carta di scambio sull’altare di Yalta” e di certo l’orrore delle foibe verrà tenuto nascosto per moltissimi anni. Solo grazie all’intervento di alcuni coraggiosi come Nadia Cernecca, abbiamo potuto conoscere e far conoscere ciò che è stato quell’immenso “tritacarne” che ha mietuto anime solo per il fatto di essere italiane.

Tommaso Lunardi

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