Roma, 1 gen – Matteo Miotto aveva solo 24 anni quando un cecchino talebano lo freddò mortalmente. Commovente è la lettera che il giovane lasciò ai cittadini di Thiene, nella sua Vicenza, in occasione della Giornata delle Forze Armate del 4 novembre. Miotto volle parlare direttamente a coloro i quali seguono assiduamente i movimenti dell’esercito italiano, lo sostengono e lo rispettano sempre e non solo quando il tricolore ricopre una bara di un caduto. Eppure, per gli abitanti dell’Afghanistan, il soldato nutriva una certa stima. Insomma, vivono secondo tradizioni millenarie, legati alla terra e alle loro radici. I più grandi eserciti hanno provato a sterminarli ma loro, irremovibili, sono resistiti.

La lettera continua con dei ricordi in terra straniera. Come ogni giorno, i soldati partivano alla volta del loro posto di guardia per la quotidiana pattuglia. La tradizione accompagna i nostri soldati, segni della croce e gesti scaramantici allontanano la mala fortuna dalle loro teste. Durante il viaggio si risparmia il fiato, gli orecchi sono tesi ad ascoltare la radio, l’unico collegamento tra di loro ed il mondo circostante. Imboscate, posti di blocco o arrivi di carovane di terroristi vengono individuati, trasmessi in diretta e resi noti ai soldati.

La vista di bambini di 4 – 5 anni intenti a lavorare assiduamente ai campi, crea in Miotto un senso di compassione e di dolore al contempo. Hanno fame, vogliono andarsene da quella prigione a cielo aperto, vogliono fare quello che vorrebbe fare qualsiasi bambino in così tenera età: giocare.

E’ l’ultima parte la più commovente: «Mi ricordo quando mio nonno mi parlava della guerra: “brutta cosa bocia, beato ti che non te la vedarè mai…” Ed eccomi qua, valle del Gulistan, Afghanistan centrale, in testa quello strano copricapo con la penna che per noi alpini è sacro. Se potessi ascoltarmi, ti direi “visto, nonno, che te te si sbaià…”». La guerra Matteo Miotto la vedrà e benissimo. Sull’esempio del nonno, era entrato nel corpo degli Alpini subito dopo la scuola e, il 12 gennaio 2009, era stato promosso al grado di caporal maggiore del 7° Reggimento Alpini di Belluno.

Il suo reggimento andrà in una delle zone più calde dell’Afghanistan: il Gulistan. Era il 31 dicembre 2010 quando Matteo Miotto venne colpito ad una spalla da un cecchino nemico mentre era di guardia alla base italiana di Buji. Un grande esempio di dedizione alla propria bandiera ha portato Matteo Miotto tra l’Olimpo degli eroi, coloro che meritano continuo ricordo e rispetto eterno.

Tommaso Lunardi

Commenti

commenti

4 Commenti

  1. A quanto seppi all’epoca dell’incidente, Miotto non mortì per fuoco nemico ma per “fuoco amico”. L’esercito però insabbiò la cosa per evitare un vespaio. Questo almeno è quanto si diceva dalle parti di Thiene.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here