Roma, 19 mag – Il Forte Campomolon è stato eretto in provincia di Vicenza a difesa del confine italiano contro quello austro-ungarico che, al tempo, arrivava fino al Trentino e lambiva i territori veneti. Il forte venne costruito per controllare gli altri forti presenti sull’altopiano e fornire valido riparo per i soldati feriti sul campo di battaglia. Alcuni, però, non riuscirono a salvarsi e trovarono la morte tra le mura dell’edificio.

L’ingegnere

Paolo Ferrario nacque il 20 agosto 1883 a Vanzago in provincia di Milano da Maria Gaio e Ambrogio Ferrario. Studente modello, decise di intraprendere gli studi di ingegneria laureandosi nel 1914. Nell’aprile del 1915, quando ormai la guerra stava per scoppiare, si arruolò nell’esercito con il grado di sottotenente e venne affidato al 2° reggimento genio zappatori. Questi soldati, in particolare, erano di fondamentale importanza per la sopravvivenza dei loro compagni in quanto venivano addestrati a costruire quanto più velocemente possibile una trincea.

Ben presto, Paolo Ferrario dimostrò una grande abilità di adattamento al clima da montagna diventando un punto di riferimento per i compagni e distinguendosi in varie occasioni durante i combattimenti.

La morte sotto l’impeto nemico

Il 15 maggio 1916 gli austriaci prepararono una grande offensiva contro i soldati italiani e quelli in prossimità del confine furono i primi a provarne la potenza. I cannoni nemici aprivano la strada alla fanteria che usciva dalle trincee ed attaccava i nostri soldati disorientati ed a corto di munizioni.

Durante il combattimento compì molti atti di straordinario coraggio portando messaggi da una parte all’altra della zona di fuoco. La situazione era, tuttavia, critica e venne deciso di far saltare il forte per evitare che gli Austriaci mettessero le mani sulle munizioni italiane. Paolo Ferrario venne incaricato di portare a termine questo lavoro ma l’esplosione uccise anche lo stesso soldato, travolto dai macigni caduti dal soffitto.

In suo onore gli venne concessa la medaglia d’oro al valor militare, unico riconoscimento terreno all’altezza del suo gesto. Possiamo leggere: “Ingegnere valente e soldato entusiasta, fra i disagi di un inverno di montagna, con competenza e coraggio eccezionali attendeva ad ardite ricognizioni ed a proficui lavori di afforzamento delle nostre primissime linee. Per eseguire il rilievo topografico di una parete rocciosa, attraverso la quale avrebbero dovuto sboccare le cannoniere di alcune caverne in costruzione, si faceva calare dall’alto con una fune, e di pieno giorno, sospeso nel vuoto, compiva il suo lavoro sotto il tiro aggiustato delle artiglierie nemiche. Scatenatasi un’offensiva avversaria, divenuto fante fra i fanti, partecipava volontariamente ad una battaglia durata quattro giorni, eseguendo ricognizioni fuori delle nostre linee, assicurando i collegamenti ed il rifornimento delle munizioni, in un terreno intensamente battuto dalle artiglierie e già percorso da infiltrazioni nemiche. Avvenuto il ripiegamento delle nostre truppe, rimase con pochi gregari all’estrema retroguardia per distruggere un forte, nella quale operazione, avendo voluto personalmente accertarsi dell’efficacia delle mine, venne travolto ed ucciso dall’ultima di queste”.

Tommaso Lunardi

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