Roma, 6 lug – Il coraggio, la forza, l’esempio sono tutti elementi che in un eroe sono basilari fonte di rappresentazione. Ma fra queste spicca un elemento che non sempre viene preso in considerazione: il rispetto verso il prossimo. Non si sta dicendo che per essere un eroe bisogna diventare dei buoni samaritani, ma bisogna andare oltre e capire quando è ora di mettere il proprio sé al secondo posto.

L’incidente

La storia di Sante Patussi inizia a Tricesimo, un piccolo comune in provincia di Udine, il 23 novembre 1915. All’epoca il Friuli era un territorio di frontiera, uno degli ultimi baluardi italiani dopo l’altra italianità sotto il dominio, però, austriaco. Patussi studiò, tuttavia, a Trieste presso la prestigiosa università locale, da pochi anni passata sotto il tricolore italiano.

Nel 1936, tuttavia, mentre l’Europa si affacciava a conoscere la Guerra di Spagna e la Guerra d’Etiopia Sante Patussi iniziò a frequentare il corso per allievi ufficiali a Fano. Terminò gli studi con il grado di sottotenente ma la sua spiccata passione per il volo lo porterà da ben altre parti. In breve tempo ottenne il brevetto di osservatore di volo e venne assegnato alla 41° Squadriglia. Durante una prova di volo, tuttavia, il soldato fu vittima di un tremendo incidente che gli costò quasi la vita.

Il ricercatore

Dopo essere ritornato in azione, Sante Patussi venne assegnato alla 19° Squadriglia di osservazione. Il suo compito, infatti, non fu più quello solo di abbattere gli avversari ma di ricercare i commilitoni che le fonti davano per dispersi in mare.

Durante una di queste missioni venne intercettato da alcuni caccia. I nemici distrussero l’aereo proprio mentre Patussi cercava di salvare alcuni compagni in mare. Il soldato venne recuperato al di fuori del velivolo e posto in un gommone di salvataggio. Le ferite erano troppo gravi e così, il 25 giugno 1941, Sante Patussi morì tra i flutti del Mar Mediterraneo, sotto le lacrime dei compagni che era riuscito a salvare.

La medaglia d’oro in suo onore presenta una lunga dedica che recita: “Ufficiale osservatore dall’aeroplano, capace, attivissimo, entusiasta, chiesta ed ottenuta l’assegnazione in zona d’operazioni, svolgeva attività intelligente e coraggiosa in numerose azioni in zona desertica. Durante una missione di ricerca di camerati dispersi in mare, attaccato da cinque velivoli da caccia, con calma esemplare rispondeva ai furiosi assalti nemici che già avevano danneggiato il velivolo e ferito il resto dell’equipaggio. Vista l’arma abbandonata dall’armiere ferito ed accortosi di un nuovo attacco avversario proveniente dal basso, si precipitava per reagire in quella direzione. Colpito una prima volta a una gamba, continuava a sparare, finché una seconda raffica lo abbatteva sull’arma. Avvenuto l’ammaraggio in mare aperto, benché con le carni straziate e lacerate e col corpo immerso in gran parte nell’acqua entrata nel velivolo, insisteva perché il pilota unico illeso, deponesse, sul battellino di salvataggio, prima gli altri feriti. Durante 17 ore di permanenza sul mare, senza alcun conforto di medicinali né di viveri né d’acqua, sorretto soltanto dalla sublime forza d’animo e dal senso del dovere, incitava i compagni feriti alla sopportazione del dolore e alla speranza della salvezza, esaltando il camerata pilota e lo aiutava, pur morente, nell’orientamento del canotto verso la riva amica. Conscio della fine imminente, dava l’ultima parola di sollievo ai camerati, ammirati per tanto stoicismo e rivolgeva un augurio alle sorti della Patria ed espressioni di saluto alla madre. Chiudeva così nell’angusto spazio del battello, ancora in pieno mare, la giovane esistenza, dando, fino all’ultimo anelito, insuperabile esempio di forza d’animo, senso del dovere, sublime cameratismo”.

Tommaso Lunardi

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