eneaIl nostro collaboratore Matteo Rovatti ha sempre idee molto nette e uno stile particolarmente efficace. Pubblichiamo questo suo intervento sulla famiglia condividendone la tesi centrale (la famiglia come istituzione comunitaria, de-individualizzata, non sentimentale) ma non alcuni dei corollari, come la condanna, a parer nostro troppo priva di sfumature e comunque fuori tempo, di alcuni aspetti della modernità. [IPN]

Roma, 7 gen – In linea del tutto teorica, è possibile non essere particolarmente interessati dalla cagnara sulle cosiddette “unioni civili” anche “omoaffettive” degli ultimi tempi e limitarsi a considerarle come una delle tante armi di distrazione di massa di questi tempi. In realtà, la questione è molto più spinosa e sottende il superamento stesso del nostro concetto di “famiglia”, immutato negli ultimi millenni. Eric Zemmour, nel suo fondamentale “L’uomo maschio”, fa correttamente risalire l’inizio della decadenza dell’istituto famigliare all’idea, tipicamente femminista, irenista e fiabesca di “coppia”, che in effetti con la famiglia non ha assolutamente nulla a che fare.

Nella cultura indoeuropea, sostituitasi 10.000 anni fa alla autoctona cultura matriarcale, devirilizzante, castrante, ctonia e fredda (in senso antropologico, ovvero incapace di sviluppo) la famiglia nasce come strumento per regolamentare la trasmissione ereditaria. Si badi bene che l’eredità non è solo di natura patrimoniale, ma comprende anche il sangue – appartenenza alla comunità ed il nome – individualità distinta ma identificabile all’interno di una serie di generazioni. Persino in tempi relativamente recenti, nel trionfo della morale borghese, la famiglia era una cosa molto più vasta ed articolata di quella oscena parodia nucleare che è la “coppia” femminista post-borghese attuale.

Come si noterà, non si era tanto stupidi da voler fondare la famiglia, per definizione indissolubile, su motivazioni pretestuose ed infantili come l’amore o simili. Potevano anche esserci, ma si sapeva bene che per passare la vita insieme bisogna avere qualcosa di più forte di un vacuo sentimento che stranamente svanisce appena sfiorisce la giovinezza. Quel qualcosa era individuato nella volontà di costruire insieme, di perpetuare la comunità, nella accettazione sociale, nel costume e nella tradizione. In tutto fuorché nella propria ombelicale soddisfazione personale, nei propri “sentimenti” e nella propria “realizzazione” o altre puttanate da casalinghe disperate anglosassoni.

Questo, in realtà, in molte culture (in particolare quelle di tipo mediterraneo) permetteva anche una tacita ma pregnante regolamentazione o addirittura accettazione dell’omosessualità, proprio perché essa non era rivendicata come antagonista della famiglia ma come qualcosa di estraneo ad essa e quindi per nulla pericoloso. Pensiamo alla Napoli dei tempi passati, dove i femminielli erano addirittura una istituzione sociale fondamentale e persino religiosa, a cui affidarsi per avere buona sorte.

Perché il concetto di “coppia” e quello di “famiglia” sono mutualmente escludenti? Semplice: perché la coppia si basa proprio sull’egolatria imperante, sul desiderio e sul sentimento. Il primo attacco alla famiglia in Italia è avvenuto con la chiusura di quei bordelli che permettevano all’uomo, che per definizione è predatore, anche se è politicamente scorretto dirlo, quello sfogo che oggi si pretenderebbe monogamo, criminalizzando i clienti delle prostitute.

Il secondo attacco è stato il divorzio, cioè l’equiparazione del matrimonio al diritto privato, dopo millenni di natura pubblica del medesimo. Il grande Oriani aveva ben colto la natura tragica e genocida del divorzio quando scrisse: “Ribellione dei coniugi ai loro doveri di genitori”. Perché l’unico scopo della famiglia è, come si è detto, l’eredità, indi il futuro, indi i figli. È subordinazione dell’amore (effimero) alla giustizia (eterna) per il corretto perpetuarsi della comunità politica di appartenenza, sia essa una tribù, una polis o una nazione.

Il terzo, nefasto attacco è l’aborto, con cui il maschio è stato separato completamente dal concetto di paternità, relegato al ruolo di fuco sterile e transeunte, nel nome di una folle idea di emancipazione sulla pelle altrui.

Ed arriviamo così ai giorni nostri, quando l’egolatria e l’individualismo si sono fatti legge, e chiunque pretende un sacco di diritti. Non importa se, come appunto nel caso dell’aborto, il diritto dell’uno sia negazione del diritto dell’altro, quando si inizia a ragionare da liberali (diritti individuali inalienabili e balle simili) i paradossi sono all’ordine del giorno. Siamo riusciti ad andare persino oltre nella decadenza, con quella porcata nota come “utero in affitto”. È interessante la logica ivi sottesa: nel nome dell’emancipazione e dei diritti individuali…reintroduciamo la schiavitù di censo con cui ricchi pederasti anglo-francesi possono fabbricarsi il figlioletto pagando una povera disgraziata di sana e robusta costituzione per poi sottrarle il frutto del suo seno come si trattasse di mercanzia da bazar arabo. Fino a prova contraria, e senza tema di smentita, la compravendita di esseri umani è comunemente nota come schiavitù, con l’aggravante in questo caso della odiosa natura classista della “transazione”. Ricorda molto la “transazione” dei poveracci indiani che vendono da vivi il proprio corpo per le facoltà di medicina, o le studentesse greche che si vendono per qualche euro. Capitalismo allo stato puro, verrebbe da dire, anche se ovviamente i liberali parleranno sempre di “autodeterminazione” e le femministe di “uso esclusivo dell’utero”.

Certo, si potrebbe obiettare che a concedere certi diritti non si toglie nulla a nessuno, ma è falso: si toglie alla famiglia come modello immutabile di allevamento dei bambini. Ed è falso non solo filosoficamente, ma anche storicamente: qualunque cedimento in tal senso è sempre e comunque un passo avanti verso il matrimonio gay, come mostra la Francia che aveva i Pacs al ’99 ma comunque ha approvato per qualche motivo il “matrimonio per tutti” con annessa ovviamente la facoltà di importare ragazzini dal nord Africa per fungere da “figli”. Al di là della ambiguità ideologica di fondo, il problema vero è che oramai, distrutta la famiglia tradizionale fondata sul matrimonio, si sta compiendo una sorta di esperimento di ingegneria sociale probabilmente senza precedente alcuno. Negli anni ’60 la stessa “intellighenzia” che oggi sostiene le adozioni gay spiegava che il fattore chiave per un bambino era la felicità dei singoli genitori, per cui se divorziando questi poi stavano meglio, anche lui ne avrebbe beneficiato. 30 anni dopo l’evidenza di quasi tutti gli studi indica che non è così, che i bambini soffrono, in media, dai divorzi.

Lo stesso è avvenuto nel caso di donne che da sole allevano bambini senza la presenza del padre. Per l’intellighenzia progressista non era un problema (e Hollywood ha prodotto dozzine di film per mostrare come la società bigotta osteggiasse tante coraggiose ragazze…). Purtroppo invece, di nuovo l’evidenza ha mostrato specie in America che socialmente è un disastro: crescere senza padre è correlato con criminalità, fallimento scolastico e tossicodipendenza.

Adesso ci dicono che crescere con mamma Elton e papà David sia del tutto normale, che due omosessuali potranno dare al bambino tutto l’“affetto” di cui necessita. Ma, appunto, è una sciocchezza. Il bambino ha certo bisogno di affetto, ma soprattutto di identificazione, di direzione e se necessario di duri scontri atti a plasmare (anche in negativo) la propria personalità. Per l’affetto c’è la mamma, per la regola il papà, come spiega Risè, ed entrambi i ruoli sono fondamentali. Non a caso non si pubblicano mai studi sui bambini cresciuti da due persone dello stesso sesso, mentre ogni giorno ci vengono a dire che la famiglia è un luogo di perdizione e violenza.

Tutte le scappatoie al riguardo, compresa l’adozione del figlio del compagno, sono un passo avanti lungo la strada della catastrofe. Non esiste un modo pacato per dirlo.

Matteo Rovatti

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Commenti

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2 Commenti

  1. Un articolo magistrale che, più o meno velatamente, denuncia le reali intenzioni dei sovvertitori mondialisti operanti dalla Rivoluzione francese in poi: distruggere biologicamente l’Occidente.

    Non aggiungo altro se non un mio contributo in materia e il desiderio di poter contattare direttamente l’autore dello scritto per restarvi in contatto.

    http://www.qelsi.it/2015/lomosessualita-di-demostene-e-platone-non-ha-bisogno-di-benedizioni-sinistre/

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