Ernesto MitriUdine, 13 nov – C’è qualcosa di paradossale nell’ultima, uggiosa polemica sollevata dall’Anpi contro un dipinto di epoca fascista, restaurato a Martignacco in provincia di Udine. L’associazione nazionale dei partigiani si è scagliata contro un’opera di Ernesto Mitri, ripristinata dal Comune sulla facciata dell’ex cinema Impero. Nel dipinto di matrice sironiana campeggiano due atleti, ai piedi un fascio, alle spalle una vittoria alata. Uno dei due saluta romanamente l’osservatore.

Fascio, saluto romano, Ventennio. Ecco che i termini dell’equazione partigiana per lanciare un anatema ci sono tutti. Ma fino a qui, niente di paradossale. Del resto l’Anpi vota buona parte della propria attività alla polemica, e lancia più verdetti di un sant’uffizio. Il paradosso sta invece nel fatto che il sindaco Marco Zanor, in quanto committente del restauro, è stato accusato di aver effettuato un’operazione “antistorica” (oltre che “ipocrita” e “autoritaria”). Ma può essere l’arte antistorica? Diciamo di no, inserendoci nella folta cordata per la quale l’arte è tutta contemporanea. Lo è sicuramente l’arte ‘bella’, quella che entra di diritto nella famiglia dell’arte universale. Ma lo è anche quella meno bella, nell’epoca del crossover che tutto è in grado di riprendere e attualizzare. L’arte è come il maiale, non si butta via niente. Anche se a volte il risultato è proprio una testa di porco.

obeliscoA maggior ragione, antistorico non può essere un dipinto del Ventennio, cioè uno dei momenti più alti e frizzanti dell’arte italiana. In caso contrario dovremmo tacciare di antistoricità le avanguardie, Futurismo in testa, la pittura murale di Sironi, l’architettura razionalista, le sculture di Martini o di Wildt, la tuta di Thayaht. Dovremmo andare dietro al presidente della Camera che vorrebbe mutilare l’obelisco Mussolini al Foro Italico, per finire magari a radere al suolo le città di fondazione. Ma proprio queste mutilazioni sono antistoriche, e palesano la maledizione che colpisce i partigiani e i loro wannabes, che non riescono ad uscire dall’ottica della guerra civile, che non si perdonano di non essere riusciti a cancellare ogni traccia del Fascismo. Perché non è bastato correre per la penisola a rimuovere fasci littori e aquile da palazzi e monumenti. Sarebbe servita una bomba atomica.

Antistorica è quindi l’esistenza di un’associazione che, a settant’anni di distanza, invoca ancora i fantasmi della guerra civile, contribuendo al ricatto culturale che ha segnato come un’ombra l’Italia repubblicana. Il sindaco di Martignacco lo ha capito, e per questo si era rifiutato, l’anno scorso, di farsi dettare la toponomastica dall’Anpi, che chiedeva di rimarcare le vie dedicate a partigiani. Nella risposta del Comune c’è una maturità che i fanatici delle barricate non hanno ben accolto: “La Giunta comunale non ritiene enfatizzare una categoria di combattenti rispetto ad altre, convinta che ciò potrebbe compromettere il necessario processo di pacificazione nazionale che deve ancora trovare la sua piena attuazione”.

Ecco che il restauro del dipinto di Mitri diventa un affronto, nella testa di chi tutto mischia e confonde, anche la Costituzione, che viene – ancora una volta – tirata fuori a casaccio, come grande madre dietro cui nascondersi, come feticcio che esprime il verbo divino. Ma proprio la santa Carta, ancora una volta, evidenzia l’inganno di chi vorrebbe strumentalizzarla. La Costituzione, all’art. 9 recita: “La Repubblica […] tutela il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Si tratta di una previsione che costituzionalizza la riforma Bottai del 1939, inserita nei principi fondamentali della Carta e che mira ad avere un contenuto non meramente programmatico, ma precettivo. Occorre quindi fare. Come ha fatto il Comune di Martignacco.

Simone Pellico

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