Roma, 10 nov – La superficialità dei giornalisti italiani è stata messa in luce, una volta di più, nel corso della trasmissione “Piazza Pulita” di ieri. Il programma si è rivelato un vero e proprio processo al leader di CasaPound Simone Di Stefano, stretto tra le grida indignate di Formigli, Parenzo, Luxuria e Friedman, interessati più a dar conferma ai loro pregiudizi che ascoltare le opinioni dell’invitato, in una cornice di falso moralismo che è il ritratto perfetto della banalità dei mass media e del “pensiero unico” dei nostri tempi.

La ciliegina sulla torta è stata l’intervento di una “anti-bufalara” che ha voluto smontare alcuni successi conseguiti dal fascismo sul piano sociale, come la diminuzione della criminalità o il sistema previdenziale eretto dal regime. Con una semplice battuta e un sorrisetto compiaciuto, la ragazza ha liquidato questioni che tengono impegnati gli storici da decenni, dimostrando che ignoranza e superficialità non sono patrimonio esclusivo della destra e dei cosiddetti populisti, come tenta di farci credere l’elite progressista sempre più distante dai comuni cittadini.

Quale dimostrazione del fatto che i reati non sarebbero diminuiti negli anni del regime, la giornalista ha portato come unica prova il fatto che diversi crimini e fatti delittuosi venissero omessi dalla stampa su precisa direttiva di Mussolini. Un fatto innegabile, visto che gli organi di informazione diedero seguito all’esigenza propagandistica del fascismo di accreditarsi quale restauratore della legge e dell’ordine. D’altronde, “legge e ordine” erano stati messi a dura prova dalle sinistre, che durante il “biennio rosso” tentarono attraverso una serie impressionante di occupazioni e violenze di importare la rivoluzione bolscevica in Italia (non troppo democratica, pare di ricordare). Rimane un merito storico del fascismo aver frenato questa ondata.

In secondo luogo, bisogna rilevare come l’affermazione della giornalista possa essere suffragata o smentita solo dai dati, i quali, però, parlano chiaro: «Sulla base di dati statistici emerge una diminuzione tendenziale dei tassi di criminalità. Le denunce passano da 1868 nel 1923 a 1166 nel 1939, con una diminuzione per tutti i reati meno i delitti di furto. Gli omicidi volontari si dimezzano (da 6 a 2); per le lesioni personali si passa da 317 a 106 denunce. Costante il numero delle persone detenute», riporta uno studio dell’Università di Firenze a cura di Guido Neppi Modona e Marco Pellissero, pur fortemente critici verso il regime. In più, ulteriori conferme giungono dall’opera del prefetto Mori, il quale riuscì a debellare sostanzialmente la mafia in Sicilia negli anni ’20, così come hanno riportato gli studi del prof. Giuseppe Tricoli, amico fraterno di quel Paolo Borsellino citato durante la trasmissione da Parenzo.

Leggi anche: Il fascismo e la lotta alla mafia (parti 1, 2, 3)

Per quanto riguarda la previdenza sociale, la fondazione della Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai nel 1898 sarebbe, secondo l’“anti-bufalara”, la prova che le pensioni non siano state inventate dal fascismo, cancellando così tutti i suoi meriti sul piano sociale. Andiamo con ordine. Quella sopra riportata era assicurazione solamente volontaria, integrata da un contributo di incoraggiamento dello Stato e dal contributo, anch’esso libero, degli imprenditori, che divenne obbligatoria solo nel 1919, cioè dopo ben 58 anni di governi liberali e democratici.

Al contrario, il fascismo cominciò subito una precisa azione in questo campo: nel primo anno del regime abbiamo ad esempio la Riforma Gentile della Scuola (su cui si è retto il sistema italiano per decenni) e leggi per la tutela del lavoro di donne e fanciulli (Regio Decreto n° 653 26/04/1923) e di maternità e infanzia (Regio Decreto n° 2277 10/12/1923). Passando per l’assicurazione obbligatoria contro la tubercolosi e le esenzioni tributarie per le famiglie numerose, si arrivò all’edificazione dell’Inps e dell’Inail, colossi dello Stato sociale arrivati, con diversi acciacchi, fino ai nostri giorni. Il primo istituto riorganizzò efficacemente la previdenza estendendola ai lavoratori privati, fino ad allora esclusi, e cominciando a intervenire su temi quali la disoccupazione involontaria e i servizi assistenziali.

Rispetto agli occasionali interventi dei precedenti governi, un attento e coordinato studio (si pensi alla nascita di istituti scientifici come l’Istat) condusse alla prima codificazione di una serie di provvedimenti legislativi finalizzati a tutelare nel concreto la posizione dei lavoratori e la loro dignità nelle aziende. In questo senso si mosse anche l’Inail, che «rappresentò un passo rilevante verso l’edificazione di un sistema di garanzie sociali basato, da un lato, sulla sottrazione di significativi flussi di capitale e quote di profitto alla compagnie assicurative private e, dall’altro, sul rafforzamento del ruolo delle istituzioni pubbliche», come ha scritto lo storico Alessio Gagliardi.

Sullo stesso piano di sganciamento dalle logiche del mercato deve essere letto il varo degli assegni familiari, il cui primo esempio si ebbe a Biella nel ’33. L’idea di «salario corporativo» fu uno dei tanti momenti originali di un dibattito economico che coinvolse intellettuali come Gentile, Spirito, Arena, Vito e Bottai, ponendo l’Italia a pieno titolo sul piano internazionale. Gli aspetti rilevanti proseguirono – a mero titolo d’esempio – con il libretto di lavoro, le integrazioni salariali per i lavoratori sospesi o ad orario ridotto, il Tfr e la pensione di reversibilità a favore dei superstiti dell’assicurato e del pensionato.

Siamo di fronte a concezioni sociali che permearono il nostro Codice Civile del ’42, segnando indelebilmente sia la cultura giuridica di molti protagonisti del dopoguerra quanto diversi articoli della Costituzione. Insieme a enti quali l’Iri e l’Agip, è l’ennesima dimostrazione di quanto gli anni del fascismo abbiano rappresentato un passaggio fondamentale della storia italiana, su cui sarebbe ora di aprire una discussione matura, invece di un impreciso e sbrigativo debunking.

Francesco Carlesi

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9 Commenti

  1. chissà come mai i “debunkers de sinistra” rimangono sempre fermi a due punti: welfare sotto il Fascismo e gli stupri commessi da stranieri in Svezia (confuntadoli entrambi senza successo) e mai ad esempio sul fatto che non è vero affatto che gli stranieri regolari contribuiscono alla fiscalità del nostro Paese*anzi;

    dopo la “debunker” davvero impressionante poi, da parte di un giornalista aver citato un tal “Bifo” come fosse Schopenhauer,secondo cui quelli di estrema destra non “scopano” (testuale);

    immaginarsi se un giornalista di Destra o lo stesso Di Stefano avese sostenuto il medesimo “concetto” in quello studio televiso sulle donne di sinistra -magari in quanto normalmente mai bellissime- cosa sarebbe successo;

    in ogni caso davanti a quelle caricature viventi (Alan Friedman sembra sempre più Oliver Hardy) Di Stefano si è comportato egregiamente tenendo benissimo la scena; per certi versi mi ha ricordato l’Almirante dei tempi migliori contro cui team di “giornalisti” avversi per decreto, nulla potevano contro la forza dei suoi argomenti.

    bravo Di Stefano !

    *giusto per ricordare gli immigrati regolari pagano all’anno cica sette miliardi di tasse; su una base di cinque milioni di stranieri sono circa 1.400 euro all’anno – ebbene SOLO il sistema sanitario costa circa 2.400 euro pro capite,significa quindi che i mancanti mille euro ce li mettiamo noi,e questo solo per la Sanità bene ripeterlo anche ad uso dei “debunkers de sinistra”.

  2. Sul lavoro andavano ricordate le 40 ore, cioè settimana corta e sabato fascista.
    L’Italia fu la prima al mondo a ridurre il lavoro settimanale a 5 giorni e 40 ore.
    Ora si sta tornando indietro

  3. A nemesi: Il giornalista (Alessandro Giuli) accanto a Di Stefano è un noto scrittore del “nostro” ambiente che però si adatta (come fa anche Buttafuoco) ai salotti televisivi.

  4. Scusate, ma perchè non dite la verità?

    1) David Parrenzo, giornalista, ebreo italiano, sposato con ebrea italiana.

    Alan Friedman, giornalista, ebreo americano, omosessuale.

    Vladimiro Guadagno, in arte Luxuria, attivista politico/a, transessuale italiano/a, ex prostituto/a.

    2) Ergo, un parterre del genere ovviamente non poteva che avere che il dente avvelenato contro Simone Di Stefano, visto che nel ventennio fascista ci furono le leggi razziali sugli ebrei e gli omesessuali venivano perseguitati e mandati al confino!!

    3)

    a) Piuttosto, Simone Di Stefano avrebbe dovuto chiedere ai due liberals radical chic di origine ebraica, come mai vogliono un’Italia multietnica e invece in Israele le politiche sull’immigrazione sono molto severe e selettive? Due pesi e due misure, Cui Prodest?

    Avrebbe dovuto chiedere anche al giornalista ( si fa per dire..!! ) ciccione americano:

    “b)Lei fa la morale a CasaPound sulla violenza o non violenza, ma voi americani dalla fine della seconda guerra mondiale quante guerre inutili con centinaia di migliaia di morti in giro per il mondo avete fatto? c) Lei che anche è di origine ebraica, prenda una cartina geografica e vada a vedere come si sono ridotti al lumicino gli insediamenti dei palestinesi da quando Israele ha messo piede in quell’area? Si sono autoestinti i palestinesi oppure gli israeliani hanno usato metodi violenti?”

    Almeno due di queste domande avrebbe potuta farle e si sarebbero subito messi a cuccia!!

    Saluti.

    Fabrice

    1PS http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/irresistibile-ascesa-caduta-risalita-anal-friedman-amico-71791.htm

    2PS David Parenzo a “La Zanzara” vi sta facendo il pacco…!!, digitare su motore di ricerca preferito:

    Ostia stupefacente mi faccio di eroina compro dagli Spada Dagospia

  5. 1 POST
    Scusate, ma perchè non dite la verità?

    1) David Parrenzo, giornalista, ebreo italiano, sposato con ebrea italiana.

    Alan Friedman, giornalista, ebreo americano, omosessuale.

    Vladimiro Guadagno, in arte Luxuria, attivista politico/a, transessuale italiano/a, ex prostituto/a.

    2) Ergo, un parterre del genere ovviamente non poteva che avere il dente avvelenato contro Simone Di Stefano, visto che nel ventennio fascista ci furono le leggi razziali sugli ebrei e gli omesessuali venivano perseguitati e mandati al confino!!

    3)

    a) Piuttosto, Simone Di Stefano avrebbe dovuto chiedere ai due liberals radical chic di origine ebraica, di cui sopra, come mai vogliono un’Italia multietnica e invece in Israele le politiche sull’immigrazione sono molto severe e selettive? Due pesi e due misure, Cui Prodest?

    PS continua nel prossimo post!

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