pavoliFirenze, 13 ott – E’ uno stato d’afa che ti fa arrancare, allora cammini rasente ai muri di Borgo Ognissanti, cerchi l’ombra di Palazzo Fossombroni ma non la trovi. Respiri, è solo un attim

o per rinascere sotto ai portici di quella che hanno chiamato Piazza della Repubblica, un’altra Repubblica. Intanto ardi, arranchi ma ardi. Ad agosto a Firenze si brucia, sempre. E si bruciava anche in quell’estate del 1944, non solo perché torrida. Si bruciava di vita, di fronte alla morte portata da quei soldati che distribuivano cioccolata “color della merda” per addolcire un popolo che aveva il pepe nelle vene. A Firenze non poteva essere così facile, chi ti sbatte in faccia la bellezza non lo puoi vincere calpestandola.

E’ questa la storia di quei toscani che “tutti avevano in sospetto”, perché per dirla con Malaparte “dove e quando gli altri piangono, noi ridiamo, e dove gli altri ridono, noi stiamo a guardarli ridere, senza batter ciglio, in silenzio”. Furono proprio loro a gridare l’ultimo me ne frego, a mandare l’ultimo bacione alle truppe americane. E’ questa la storia di un franco tiratore. Ed è Mario Bernardi Guardi a narrarla nel suo nuovo romanzo, Fascista da morire (Mauro Pagliai Editore, pp. 204, euro 13).

fascista da morHa la giusta penna Bernardi Guardi, scrive tagliente e diretto come solo i toscani sanno essere. E una vicenda dal sapore apocalittico si trasforma così in una perla infuocata dove la retorica non trova spazio, lo lascia tutto al ritmo e all’irriverenza. C’è sangue e fuoco in queste pagine, che bruciano come un amore disperato che non ha più nulla da chiedere ma ancora tante cartucce da sparare. “Noi siamo gli ultimi che si resiste e si spara. Ci garba chiamarci franchi tiratori ma gli altri ci chiamano cecchini come i soldati di Cecco Beppe, che nell’altra guerra tiravano addosso ai nostri quando meno se l’aspettavano. Noi si tira solo a chi merita di morire: e son tanti”.

Così dice Mario, protagonista del libro e allievo di Berto Ricci, raffinatissimo intellettuale fascista che rivendicò il diritto alla prima linea, per morire in piedi. Ed è questo che si può apprendere leggendo questa storia, c’è sempre una scelta oltre l’ignavia e la paura. C’è sempre il coraggio di rivendicare l’assalto. Quello che non mancò ai franchi tiratori fiorentini.“Forse siamo romantici con i nostri succhiotti insanguinati ma ci abbiamo anche le armi e siamo decisi. Forse non è finita. Pavolini spera di rompere i coglioni ai liberatori almeno per qualche altro giorno: poi chi vivrà vedrà. E se non vivremo, la vuoi mettere la soddisfazione di una città che non si è buttata via, che non ha sbaraccato l’onore, arrendendosi al nemico, ma lo ha preso a fucilate?

E allora fuoco a Firenze. Era agosto cribbio ed era molto meglio crepare per vivere, che vivere per morire.

Eugenio Palazzini

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