Roma, 16 giu – “In ogni circostanza, in ogni ora, in ogni momento, il mio braccio ed il mio petto sono a vostra disposizione. Saprò dimostrarvi la mia gratitudine, saprò essere degno di voi”. Quasi con un tragico presentimento, Giancarlo Nannini scrive, a fine agosto del 1922, queste parole in un biglietto di ringraziamento rivolto ai camerati dell’Associazione Arditi che hanno voluto partecipare, con la loro bandiera, ai funerali della madre. Due mesi dopo, egli si immolerà, nelle giornate della Marcia che non saranno – come spesso si è portati a credere – una passeggiata dopolavoristica di folcloristici neroteschiati armati di schioppi, ma vedranno oltre una ventina di caduti fascisti, quasi tutti in scontri con le Forze dell’ordine, chè, a quella data, di sovversivi pericolosi ormai non c’e più nemmeno l’ombra.

Nannini, nato a Finale Emilia, è il classico “ragazzo del ‘99”:  chiamato alle armi nel 1917, Sottotenente in zona di guerra, ferito in azione, medaglia di bronzo al valor militare, congedato definitivamente solo ai primi del 1920, con la sua classe. Iscritto dal 6 ottobre dello stesso anno al Fascio di Combattimento di Bologna, partecipa alla sua rifondazione, quindici giorni dopo, quando, sotto la sicura guida di Arpinati, il movimento mussoliniano“pianta le tende” in pieno centro cittadino, in via Marsala che, da allora in poi, sarà la sua storica sede. Vive, come momento del suo impegno politico, la “trasferta” a Porto Sauro, dove si batte, con altri Arditi e Legionari per difendere l’italianità tradita, in quello che può essere considerato un tragico epilogo dell’avventura fiumana. Sono mesi di avventura e coraggio, che lo vedono protagonista, come Vice Comandante del presidio dei volontari, arrestato (e poi liberato dai suoi camerati con un colpo di mano) dai Carabinieri e ne mettono in luce capacità e carisma sugli uomini.

Di questa esperienza resta una foto che lo mostra in atteggiamento “alla brava”, con le gambe divaricate e appoggiato al moschetto, ma che – proprio per questo atteggiamento guascone – può essere ingannatrice. Le testimonianze di chi lo conobbe ce lo descrivono piuttosto come esempio di “bontà disinteressata e modestia che lo faceva prediligere”. In uno scarno libretto edito dalla Federazione Nazionale Arditi d’Italia, un anno dopo la morte, sono contenute alcune sue lettere indirizzate da Porto Sauro al giornale del Fascio bolognese, “L’Assalto” che bene rivelano il suo giovanile entusiasmo e la bontà d’animo: “In città ci vedono assai di buon occhio e non risparmiano occasione e non lasciano passar giorno senza tributarci dimostrazioni di affetto. Ogni mattina, gruppi di donne e di cittadini si adunano alla banchina per consegnare alle nostre barche i viveri, e ogni sera, sull’imbrunire, eludendo la vigilanza, forzatamente rigorosa, dei Carabinieri, gruppetti fiumani ci vengono a visitare e gruppetti di Arditi arrivano in città. Noi lavoriamo. Io comando il posto più avanzato, proprio dove cominciano le case di Sussak, tana di Croati”.

Al rientro in Italia, viene nominato Vice Segretario del Fascio petroniano, Seniore della Coorte cittadina, e si lega di bella amicizia con Arpinati, che ne apprezza la modestia e la sicurezza in azione. È per questo che, il 29 ottobre, dopo che nella mattinata si è verificata una sparatoria tra squadristi e Carabinieri attestati nella loro caserma di San Ruffillo, proprio a lui viene dato l’ordine di recarsi sul posto a risolvere la situazione. L’ostinata resistenza (si dirà poi anche per motivi di vecchio astio) del Comandante la Stazione RR CC fa nascere una nuova  sparatoria, finchè una camicia nera, arrampicandosi sul muro esterno, riesce a penetrare all’interno, nel tentativo di aprire il portone di ingresso ai suoi camerati. Cosa accade veramente non si saprà mai, ma da quel punto in poi i fatti si succedono precipitosamente: prima l’esplosione di una bomba (che ucciderà il fascista) all’interno dell’edificio, e poi un preciso colpo sparato da una finestra all’indirizzo di Nannini che, a braccia alzate, si sta facendo avanti per mettere pace. Il ricordo del giovane caduto è destinato a restare indelebile nel cuore degli squadristi bolognesi, e di Arpinati soprattutto, che chiamerà, in suo onore, Giancarla la figlia. Un piccolo gesto, forse, ma che testimonia la forza di un vincolo di cameratismo che va oltre la condivisione politica.

Giacinto Reale

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