Roma, 3 nov – A partire dall’estate 1918, pur non essendo registrati casi evidenti di rivolte, sono numerosi i casi di battaglioni [austriaci] che si rifiutarono di essere mandati il fronte. Quasi sempre si trattava di ex prigionieri rimpatriati dalla Russia; non si registrarono violenze, ma piuttosto il rifiuto passivo di prender parte allo sforzo bellico, che si concretizza nel crescente numero di episodi di diserzione singola.
La disfatta in Italia nel giugno, la delusione nel vedersi sfuggire di mano la palma di una vittoria ritenuta oramai sicura aggravarono la situazione: il generale Ronge, Capo della Nachrichtenbereich dell’Armeeoberkommando, stimava nell’agosto del 1918 che il numero di disertori fosse salito a 100.000 unità, tanto che si è calcolato che a fine estate 1918 vi fossero circa 40.000 disertori in Galizia, 70.000 in Croazia-Slavonia e Bosnia-Herzegovina, 60.000 in Ungheria, 20.000 in Boemia e Moravia, 40.000 nei Länder alpini e prealpini, per un totale di circa 230.000 persone: una cifra senza paragoni con il Regio Esercito anche nei momenti più duri delle sanguinosissime battaglie carsiche della gestione Cadorna, diserzioni peraltro spoporzionatamente ingigantite da certa storiografia.
Questo aumento esponenziale è ben evidenziato dai dati riguardanti l’Ungheria: nel 1914 si erano registrati 6.689 casi di diserzione, diventati 26.251 nel 1915, 38.866 nel 1916, 81.605 nel 1917 e saliti a 44.611 nei primi tre mesi del 1918, con una tendenza al rialzo ben evidente anche ben prima di Vittorio Veneto e della battaglia del Solstizio: eppure nessuno si sogna di dire che l’esercito austriaco avesse ceduto già nell’estate del 1918, perché così ovviamente non era, come si vide durante i combattimenti di giugno,e non era così neppure nell’ottobre.
Visti gli sviluppi presi dalla battaglia di Vittorio Veneto e il crollo del morale delle truppe, il Comando supremo imperiale, per evitare una catastrofe completa, non attese il risultato delle trattative in corso tra Vienna ed il presidente Wilson e scelse la via più breve, quella dell’appello al comando italiano. Nel pomeriggio del 28 ottobre, il generale Weber ricevette l’ordine di riunire di nuovo la commissione di armistizio di mettersi in cammino e d’incominciare le trattative. Gli venne fatta la sola limitazione di non concedere il passaggio agli Alleati attraverso il territorio austriaco per operazioni di guerra contro la Germania, il che permetteva a Carlo I di assicurare, il giorno seguente, a Guglielmo II che si sarebbe messo alla testa dei suoi fedeli soldati dell’Austria tedesca per sbarrare il passo all’avversario, qualora questi avesse voluto minacciare la Baviera dal Tirolo.
All’alba del 29 si presentò agli avamposti italiani di Serravalle, in Val Lagarina, il capitano di Stato Maggiore Kamillo Ruggera, latore di una lettera del generale Weber da consegnare al Comando Supremo italiano, con la richiesta di iniziare le trattative per un immediato armistizio. Faceva da interprete il tenente Giovanni Battista Trener, trentino, cognato di Cesare Battisti.Diaz rispose al Ruggera che non poteva entrare in discussioni, ma che era pronto a notificare ai delegati del govemo austro-ungarico, debitamente autorizzati, le condizioni poste dal proprio governo e dagli alleati.
Contemporaneamente l’imperatore Carlo affidò alla radio un messaggio per reiterare la domanda di sospensione immediata delle ostilità per evitare i danni e le distruzioni che si sarebbero prodotti nel Veneto, se le truppe austriache si fossero ritirate combattendo. In seguito alla risposta di Diaz e ai conseguenti ordini del suo comando, il generale Weber e due suoi collaboratori si presentano alle linee italiane in Val Lagarina nel pomeriggio del 30 ottobre, e vengono accompagnati a Villa Giusti del Giardino, dove nel pomeriggio del 31 la delegazione austriaca si trovò riunita al completo. Nello stesso giorno si presentò in Val Lagarina il colonnello tedeseo Schäffer von Bernstein con credenziali a firma di Hindenburg, ma il comando italiano non lo ammise alle trattative. La domanda di armistizio venne comunicata al Consiglio supremo di guerra, che si era riunito per prendere in esame la richiesta tedesca. Nel pomeriggio del 30 ottobre, quando Orlando comunicò le prime notizie, Lloyd George, preoccupato dal pensiero di una possibile resistenza tedesca, insistette con forza sul vantaggio di concludere l’armistizio con l’Austria prima di trattare con la Germania, specie se vi si poteva includere la clausola che gli alleati avessero la facoltà di utilizzare il territorio austriaco per attaccare la Germania dal sud attraverso la valle dell’Inn e la Baviera.
Il premier britannico propose di dare istruzioni ai periti militari di preparare le condizioni dell’armistizio sulla base dell’evacuazione di tutti i territorî occupati, della smobilitazione di un certo numero di divisioni, dell’occupazione della linea contemplata dal trattato di Londra, della facoltà di libero movimento delle truppe alleate per vie ordinarie, ferrovie e acqua, dell’occupazione dei punti strategici determinati dagli alleati, del rilascio di tutti i prigionieri di guerra e cittadini alleati internati. Approvate queste proposte, mentre i periti militari, anche per l’insistenza di Orlando e Sonnino, si misero immediatamente al lavoro, vennero lette le clausole navali già preparate dai periti e che contemplavano la consegna di quasi tutta la flotta austro-ungarica.
[…]
Il primo novembre tra i generali Viktor Weber von Webenau e Pietro Badoglio, Sottocapo di Stato Maggiore, iniziarono le trattative di armistizio.
Il 2 novembre da Parigi partì per Vienna, con un corriere, il testo della bozza di armistizio, e l’imperatore Carlo, nella mattinata stessa, ne conobbe le condizioni con le disposizioni per lo sgombero oltre i vecchi confini fino alle linee disegnate dagli stessi austriaci sulle carte geografiche.
Quando l’imperatore nella mattinata del 2 novembre conobbe le condizioni di armistizio ne fu costernato, e non si sentì di assumerne da solo la responsabilità, specie per quanto riguardava il passaggio degli eserciti alleati attraverso l’Austria. Nel pomeriggio convocò i rappresentanti dei Consiglio nazionale dell’Austria tedesca, ma questi risposero che le autorità che avevano iniziato la guerra dovevano anche prendere la responsabilità della sua fine. Allora in serata convocò un consiglio della Corona, che di fronte al disordine interno e agli appelli disperati dei Comandi militari decise l’accettazione, subito comunicata agli ufficiali della commissione che erano rientrati. Ma all’ultimo momento ci furono ancora incertezze, contrordini e nuovi vani tentativi presso il Consiglio nazionale, il che produsse inevitabile confusione.
Alle 3,30 del 3 novembre ai comandi austriaci venne comunicata l’accettazione definitiva e l’ordine della cessazione immediata delle ostilità. Quest’ultimo atto del comando austriaco, che doveva produrre equivoci ed incidenti varî, in parte fu dovuto alla confusione e allo smarrimento dell’ora, e in parte all’ingenua credenza che l’esempio delle truppe austriache che deponevano le armi si propagasse come un contagio anche a quelle italiane, e così non si parlasse più né di vincitori né di vinti.
Nella mattina del 3 novembre gli ufficiali austriaci rientravano nelle linee italiane e comunicavano al generale Weber la prima accettazione e l’immediato contrordine, e nello stesso tempo le condizioni disastrose dell’esercito. La commissione prese su di sé la responsabilità di firmare, prima ancora di sapere dell’accettazione definitiva. E così alle 15,15 del 3 novembre le condizioni dell’armistizio furono accettate, e 24 ore dopo dovevano cessare le ostilità.
L’armistizio che metteva fine a quello che era stato l’Impero di Rodolfo d’Asburgo, di Massimiliano I, di Carlo V, di Maria Teresa e di Francesco Giuseppe venne firmato a Padova nella Villa Giusti del Giardino alle 18.20 del tre novembre, con effetto dalle 15 del giorno successivo. Il quartier generale austriaco aveva già ordinato di cessare i combattimenti nella notte sul 3, aggiungendo confusione alla situazione già compromessa e gli italiani approfittarono dell’intervallo di tempo per avanzare, facendo il massimo numero di prigionieri ed impadronendosi di materiali nemici. 
Le condizioni – oltre all’evacuazione dei territori del patto di Londra, e di tutti quei punti strategici e quelle altre regioni che gli alleati avessero ritenuti necessarî, e l’occupazione di essi da parte delle loro truppe – stabilivano la smobilitazione dell’esercito austro-ungarico, che doveva esser ridotto entro i limiti di 20 divisioni sul piede di pace; la consegna di artiglieria divisionaria e di Corpo d’Armata, del materiale ferroviario e del carbone che si trovava nelle regioni da evacuare; la facoltà di attraversare con forze armate il territorio austriaco; la completa evacuazione entro 15 giorni delle truppe tedesche, l’immediato rimpatrio di tutti i prigionieri e degli alleati internati; la consegna di 3tre corazzate, tre incrociatori leggeri e quasi tutto il naviglio minore; l’occupazione di tutte le piazze forti marittime; la restituzione di tutte le navi appartenenti agli alleati; la continuazione del blocco.
Tutte queste condizioni furono puntualmente eseguite, salvo quella che riguardava la consegna delle navi da guerra. Il 30 ottobre Carlo I, per far fronte agli ammutinamenti dei marinai e per evitare che la flotta cadesse nelle mani degli italiani, ordinò che le navi fossero consegnate al Consiglio nazionale iugoslavo costituitosi a Zagabria, e a Parigi Lloyd George, nell’intento di strappare all’Italia il dominio dell’Adriatico tentò, senza ottenere successo, di far passare gli jugoslavi come alleati. Ogni manovra fu stroncata il 5 novembre, quando l’ammiraglio Cagni s’impadroniva di Pola e della maggior parte della flotta austriaca.
Erano i prodromi di quella che D’Annunzio avrebbe definita la Vittoria Mutilata.
Intanto, mentre i vertici italiani ed imperiali discutevano circa l’armistizio, l’esercito austro-ungarico cercava di ripiegare verso il confine del Brennero, il Regio Esercito italiano si lanciava al suo inseguimento in modo da occupare quanto più territorio possibile. Sulle strade che portavano a Bolzano, e di lì al Tirolo ed alla valle dell’Inn regnava il caos: reparti mischiati tra loro, di svariate nazionalità con lingue incomprensibili gli uni agli altri davano l’assalto ai convogli ferroviari ancora attivi, usando spesso le armi per trovar posto nei vagoni, accalcandosi sui tetti dei vagoni ignari del gran numero di gallerie della linea, sotto le quali cadevano asfissiati dal fumo delle locomotive o schiacciati in quelle più basse; peggio, gli unici reparti organici a risalire verso il Brennero erano gli honved del General der Infanterie (Gyalogsàgy tàbornok) von Nagy, che avevano mantenuto le armi con l’intenzione di usarle non più contro gli italiani ma contro i tedeschi, e che compirono numerosi atti di vessazione contro le popolazioni germanofone altoatesine, che cominciarono ad attendere con ansia l’arrivo dei Welscher che, se non altro si sperava avrebbero ristabilito l’ordine[1].
Il primo novembre aerei italiani sorvolarono il territorio invaso lanciando manifestini con un proclama del generale Armando Diaz che annunciava che ben presto l’esercito italiano sarebbe arrivato a liberare il Veneto orientale ed il Friuli in nome dell’Italia:
 
Fratelli dell’Italia!
L’esercito italiano avanza vittorioso a liberarvi per sempre.
Il nemico in rotta, fuggendo dalle vostre città fedeli, gloriose, annuncia il nostro arrivo, la nostra vittoria. Lascia dietro sé decine di migliaia di prigionieri, centinaia di cannoni tutte le sue ambizioni. Il giuramento dei nostri eroi si è compiuto; per la forza delle armi e della giustizia si è avverato il vaticinio dei nostri martiri; la libertà è risorta, nel nome di Roma, su, dalle sante tombe dei nostri morti.
Dopo un secolo di guerra, di speranze e di ansie, tutta la Patria si riunisce intorno al suo Re.
Fratelli ! Siate nella gioia calmi e saldi quali foste lungo il dolore depositari incorruttibili della più pura e umana civiltà che abbia mai fatto la luce sul mondo.
Del nemico vinto non dimenticato le iniquità e le insidie, ma respingente il triste esempio di crudeltà e violenza.
Da oggi l’esercito d’Italia è il vostro esercito.
Aiutatelo a ristabilire l’ordine pel bene di tutti, come tanti di voi, da Cesare Battisti a Nazario Sauro, l’hanno aiutato a raggiungere questa vittoria.
Diaz.
Pierluigi Romeo di Colloredo
 
Da Pierluigi Romeo di Colloredo,  Vittorio Veneto 1918. L’ultima vittoria della Grande Guerra, Italia Storica ed., Genova 2018, info su ars_italia@hotmail.com
[1]La caotica situazione in Alto Adige è ben descritta nel lavoro del gen. Antonio Mautone, Armistizio/ Waffenstillstand. Gli ultimi giorni di guerra in Trentino e Tirolo, Chiari 1999, cui rimandiamo.

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