Roma, 4 ago – Apriamo tutte le frontiere! Permettiamo che si realizzi finalmente la figura di un cittadino cosmopolita! In fondo il controllo delle frontiere ha un costo economico e politico rilevante: gli Stati oramai sembra che non siano più in grado di lottare in modo adeguato conto l’immigrazione clandestina e la frontiera non fa altro che alimentare un’economia del passaggio spesso gestita dalla mafia. Questa è spesso la retorica che si sente nelle parole di coloro che vorrebbero favorire un’immigrazione indiscriminata in Europa.

Vediamo invece i dati di fatto. Mentre l’Europa nel 1950 aveva circa 380 milioni di abitanti, le proiezioni statistiche affermano che nel 2050 l’Unione Europea ne avrà circa 500 milioni, un incremento quindi veramente marginale. Al contrario l’Africa, oggi popolata da 1,2 miliardi di persone, nel 2050 avrà 2,5 miliardi di abitanti. Cosa significa tutto ciò? Che l’Africa cresce demograficamente in modo impressionante e l’Europa molto meno. Non solo: gli africani saranno certamente più giovani e in teoria disponibili al lavoro. Questo implica che nel 2050 i figli degli immigrati e i nuovi arrivati costituiranno probabilmente il 20 per cento della popolazione.

La differenza con gli storici emigranti europei

Un altro elemento che deve destare preoccupazione è costituito dal fenomeno che viene chiamato migrazione a catena che non è nient’altro che la tendenza degli immigrati, soprattutto di fede musulmana, a sposare donne che vivono nel paese d’origine piuttosto che quelle che vivono nel paese di arrivo. Questa migrazione finisce per produrre una crescita illimitata di determinate comunità e soprattutto l’aumento esponenziale di veri e propri micro-sistemi politici e sociali che si considerano estranei alla tradizione europea e che di conseguenza si autoescludono auto-ghettizzandosi.

Un altro errore, tipico di una certa retorica, consiste nel fatto di mettere sullo stesso piano le migrazioni storiche dei Paesi europei che ci furono tra il XIX e il XX secolo e quelle attuali. In primo luogo, gli europei erano richiesti da paesi che necessitavano di forza lavoro come gli Stati Uniti, il Canada, l’America Latina e l’Australia che importavano certo manodopera europea ma in modo pianificato e attentamente oculato. In secondo luogo gli immigrati europei erano selezionati all’ingresso e in modo anche molto duro. Basti pensare ad esempio all’isola della baia di New York Ellis Island dove gli immigrati venivano ispezionati. Infine gli emigrati europei presentavano differenze marginali rispetto agli abitanti autoctoni. Il vero elemento discriminante non era dato dalla tradizione o dell’appartenenza etnica ma dalla loro situazione economica, cioè dalla loro povertà.

Globalizzazione e confini

Veniamo adesso alla questione del meticciato. Coloro che si fanno portatori di questa tesi sostengono che gran parte dei paesi abbiano creato la loro popolazione grazie alle migrazioni. Pensiamo, ad esempio, all’Impero romano. Tuttavia ancora una volta le analogie poste in essere sono fuorvianti poiché la maggior parte dei fenomeni migratori del passato si sono svolti in contesti e con soggetti completamente diversi rispetto a quelli attuali. Infatti, per quanto riguarda i contesti, le migrazioni della storia moderna erano rivolte verso terre deserte come nel caso degli Usa, del Canada o dell’Australia. Inoltre la teoria del meticciato ignora un aspetto fondamentale e cioè che la maggior parte dei nuovi migranti ha tradizioni culturali e religiose profondamente differenti, diversità queste che inducono la società civile ad assumere spesso un atteggiamento di diffidenza e non di accoglienza.

Altra questione controversa è il rapporto tra la globalizzazione e i confini. Secondo i sostenitori del cosmopolitismo la cancellazione delle frontiere è uno dei traguardi più alti ai quali può aspirare l’Unione Europea. Nella realtà però essa è, soprattutto a livello geopolitico, assolutamente impraticabile. In primo luogo i confini rappresentano l’identità di un popolo, la sua storia e le sue tradizioni religiose e non; in secondo luogo esistono frontiere marittime altrettanto importanti di quelle terrestri (pensiamo al ruolo del Mediterraneo). Infine, alcuni dei più significativi conflitti di natura geopolitica nell’età contemporanea si attuano proprio in relazione alla questione dei confini: pensiamo al rapporto conflittuale tra la Cina e Tibet, a quello tra Cina e Taiwan o a quello tra la Russia e l’Ucraina.

Roberto Favazzo

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