Roma, 6 gen – Per qualche strana ragione, forse legata ai richiami apocalittici del numero 9, l’anno che è appena iniziato è stato più volte immaginato come lo sfondo di varie distopie cinematografiche del passato. Sono almeno tre i film di grande successo ambientati in un immaginario 2019: V per Vendetta, L’implacabile e Blade Runner. Tre visioni di un futuro agghiacciante oggi divenuto presente. Ma, attenzione, in forme decisamente peggiori e diverse da quelle ipotizzate.

V for Vendetta è tratto, come noto, dalla graphic novel scritta da Alan Moore e illustrata da David Lloyd, mentre nel 2005 fu portata sul grande schermo da James McTeigue, sotto la supervisione dei fratelli (divenute sorelle) Wachowski. E, in effetti, il film è un mero tentativo di rifare Matrix in un’altra salsa, ma senza le suggestioni cyberpunk e senza l’onda lunga del “popolo di Seattle”. A prescindere dal carattere respingente del film, la cui estetica poteva appassionare solo centri sociali e grillini, il messaggio risulta decisamente fuori fuoco per inquadrare oggi i meccanismi del potere reale. Il film immaginava un potere fascistoide alle prese con un infallibile vendicatore mascherato di estrazione anarchica. Cosa che può apparire preveggente solo alla luce delle ossessioni antifasciste dei media di sinistra, che credono davvero di vivere in un’epoca fascistizzata. La verità è che, ancora oggi, nonostante l’ondata populista che si sta abbattendo sull’Europa, è ancora il pensiero identitario a essere sovversivo, mentre sono ancora le ideologie progressiste e umanitarie a essere infeudate nel cuore del potere globale e a essere imposte con la forza.

L’implacabile, film del 1987 diretto da Paul Michael Glaser e interpretato da Arnold Schwarzenegger, ha avuto decisamente meno successo. Si tratta di una pellicola tratta da un romanzo di Stephen King, pubblicato con lo pseudonimo di Richard Bachman nel 1982. In “questo” 2019, i detenuti vengono impiegati come protagonisti di un sadico reality che li vede prede in fuga inseguite da truppe di “Sterminatori”. Se superano la caccia selvaggia, conquisteranno la libertà, anche se nel corso del film scopriremo che l’eventualità è di fatto impossibile. Sul potere dei media e la loro spasmodica ricerca di emozioni forti in presa diretta, il film è stato facile profeta. Anche in questo caso, tuttavia, la predizione appare sbilenca. I reality dominano la televisione, certo, ma sono le emozioni “calde”, l’empatia, a essere diventate macchine di share e quindi di soldi. Che il nuovo totalitarismo si sarebbe basato sulla “bontà” è cosa che gli indagatori dei vari futuri pessimistici non hanno quasi mai colto. L’implacabile, inoltre, denuncia il potere dei media ma non rinuncia alla loro redenzione, con la scena del filmato “veridico” mostrato infine in prima serata che svela gli altarini del potere. Si tratta di una lettura superficiale del potere mediatico e della società dello spettacolo.

La terza pellicola è di un livello decisamente superiore alle prime due. Uscito nel 1982, Blade Runner è la libera (e decisamente più profonda) trasposizione cinematografica di Do Androids Dream of Electric Sheep?, di Philip K. Dick. Ridley Scott immagina un 2019 cupo, piovoso, corrotto, multirazziale. Esagerazioni visive a parte, non siamo lontanissimi dalla nostra realtà, in effetti. Il vero aspetto profondo del film consiste però nel dipingere i replicanti robotici come i veramente umani in uno scenario in cui l’uomo ha abdicato il proprio ruolo eroico e conquistatore. Nell’umanità decadente, immersa in un eterno presente sempre uguale a se stesso, privo di storia, è il robot colui che “ha visto cose…”, che è carico di una tensione tragica che ricalca l’ethos greco, il vivere poco ma intensamente, il conquistare mondi. Il robot si ribella al suo ruolo di schiavo designato, laddove gli umani accettano supinamente il loro. Ed è sempre nei confronti dei robot che ci si può persino innamorare. Anche in questo caso, il nostro presente appare decisamente peggiore, dato che la tecnologia è sì onnipresente, ma non sembra ispirarsi affatto ad alcuno slancio titanico, contribuendo semmai a quella “comodità” decadente e piccolo borghese sul cui sfondo si stagliano catastrofi appena presentite. Insomma, siamo anche noi sotto il diluvio perenne, ma senza neanche un Roy Batty che venga a raccontarci ciò che accade al largo dei bastioni di Orione.

Adriano Scianca

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