Questo articolo, che racconta la storia di tre grandi condottieri italiani, è stato pubblicato sul Primato Nazionale di settembre 2018.

Il Quattrocento è considerato unanimemente come il secolo della perfezione artistica, culturale e letteraria. Il secolo in cui le corti principesche sono diventate luoghi di studio ma anche di produzione artistica ancora oggi irraggiungibile. Il Quattrocento, tuttavia, è stato anche il secolo delle grandi congiure, dei complotti e, soprattutto, il secolo delle compagnie di ventura. Al soldo dei potenti signori accorrevano i «cadetti», ossia i figli minori delle grandi famiglie feudali che venivano esclusi dal fasto e dalla nobiltà della loro corte per i più svariati motivi: dai figli bastardi dei vassalli che non potevano, pertanto, aspirare a una sistemazione decorosa, ai secondo o terzogeniti esclusi, di conseguenza, dalla successione al potere.

Condottieri d’Italia


Ma non solo nobili, anche contadini avventurosi e desiderosi di libertà, cittadini esuli dalle loro terre o, addirittura, soldati reduci dalle Crociate. Ciò che spinge questi soldati alla ventura, appunto, è l’ideale della gloria, un’occupazione militare ben retribuita, la febbre dell’oro e del saccheggio, il desiderio di conquista di nuove terre e di nuovi tesori. I soldati regolari che combattevano per le più disparate signorie, molto spesso, venivano liquidati con un piccolo compenso alla fine delle ostilità. Capitava che, tra i soldati, spiccasse una figura di riferimento per le truppe, un «capitano di ventura», che partiva con i suoi fedelissimi alla volta della fortuna. Si badi bene che queste compagnie non erano composte solo da italiani: anzi, molto spesso erano formate da soldati spagnoli, ungheresi, tedeschi, francesi e inglesi. Queste compagnie trovavano terreno fertile in particolare in Italia, dove perduravano continui scontri tra Comuni e Impero, tra Comuni e Signorie e tra Comuni e Comuni. Le milizie che si mettevano al soldo stipulavano un accordo di «condotta» con il signore locale: di qui il termine «condottiero».

Queste milizie stipulavano
un accordo di «condotta»
con il signore locale:
di qui il termine «condottiero»

L’introduzione delle compagnie di ventura al posto dei soldati regolari era una conseguenza chiara del nuovo incremento economico che aveva interessato l’Italia dal Duecento in poi. Nei secoli XIV e XV, inoltre, le lunghe guerre causavano grave disordine e insicurezza nella vita delle città. I potenti nobili e signori, di conseguenza, preferivano assoldare mercenari già pratici dell’ars bellica, piuttosto che obbligare alla leva i cittadini (maschi di solito fra i 18 e i 65 anni). Dal XV secolo in poi, le corti italiane si dotarono quindi di compagnie di ventura formate per lo più da soldati italiani: è il caso di Milano, Venezia, Firenze e Napoli. Per moderare ancor di più la presenza di stranieri nelle compagnie di ventura venne istituita nel 1376 la Societas Italicorum Sancti Georgii per mano di Alberico da Barbiano. Grazie all’insegnamento di quest’ultimo si formarono i maggiori condottieri che la nostra penisola abbia mai conosciuto. I condottieri che dimostravano, appunto, una «buona condotta» con il signore locale ottenevano anche compensi territoriali, una propria reggia e una propria corte fintanto che loro stessi si dotavano di una propria compagnia di mercenari, come nel caso di Francesco Sforza, divenuto duca di Milano.

Bartolomeo Colleoni

Uno dei più grandi condottieri italiani fu senz’altro Bartolomeo Colleoni. Nacque a Solza (BG) approssimativamente nel 1395 da Paolo Colleoni e Riccadonna Saiguini de’ Vavassori di Medolago, entrambi di origine longobarda. La famiglia Colleoni viene trovata citata nelle cronache dell’XI secolo come formata da gens nova contro l’oppressivo dominio feudale nel bergamasco. Il fondatore della famiglia fu Colleone, un negotiator molto famoso a Solza e, poco tempo dopo, console di Bergamo. Bartolomeo imparò a destreggiare le armi fin da giovanissimo nel 1419 e, nel 1424, militò sotto Muzio Attendolo Sforza. L’abilità dimostrata dal giovane soldato convinse la Repubblica di Venezia ad assoldarlo nel 1431 nella guerra contro Filippo Maria Visconti. Qui Colleoni si distinse in battaglia dimostrando grande fedeltà alla Serenissima.

Dal 1432 al 1437 troviamo Bartolomeo al fianco del Gattamelata, altro importantissimo condottiero italiano di cui diremo a breve, nelle campagne d’Italia centrale e meridionale contro Giovanna II d’Angiò, regina di Napoli. Colleoni, però, venne richiamato dal Mezzogiorno per combattere ancora una volta a difesa del Doge. Milano aveva riaperto le ostilità contro Venezia e serviva la milizia del bergamasco per difendere la città lagunare. Il conflitto si risolse nella pace di Cremona del 1441, dopo la quale però Colleoni, con la condotta scaduta e il mancato rinnovo del patto da parte dei Veneziani, trovò un posto niente meno che a Milano. Non poteva certo immaginare, Colleoni, che l’offerta dei Milanesi non fosse altro che una trappola. Bartolomeo venne infatti incarcerato. Riuscito a scappare, cercò riparo presso il Doge pentendosi del suo atteggiamento e deciso più che mai a combattere di nuovo contro i lombardi. Il senato veneziano non volle, però, consentirgli di comandare l’esercito della Serenissima e Colleoni venne cacciato anche dalla repubblica lagunare.

Colleoni non fu solo
un valorosissimo soldato
ma anche un magnate
filantropo vicino alle classi
meno abbienti
della società bergamasca

Dove trovò riparo? Di nuovo a Milano sotto Francesco Sforza anche se, con la Pace di Lodi, tornò definitivamente al servizio di Venezia. La Serenissima gli concesse l’autorità suprema dell’esercito ma, al contempo, lo pose in aurea cattività al castello di Malpaga per controllarne ogni singolo movimento. Colleoni tornò all’attacco solo nel 1467 quando, con un manipolo di esiliati da Pietro I de Medici, cercò di conquistare un appezzamento nell’Italia centrale per fondare una sua propria signoria. Colleoni, dopo aver perso centinaia di uomini, venne sconfitto dal nemico fiorentino e si ritirò definitivamente a vita privata. Colleoni non fu solo un valorosissimo soldato, ma anche un magnate filantropo vicino alle classi meno abbienti della società bergamasca. In particolare, la sua fondazione (tuttora esistente) «Luogo Pio della Pietà Istituto Bartolomeo Colleoni» è una delle più importanti in Europa e assegna doti alle donne e alle fanciulle più povere della città per permettere a queste di potersi maritare. Come citato nel suo testamento, Colleoni chiese la realizzazione di una statua equestre da porre in piazza San Marco a Venezia. Il famoso monumento, ideato da Andrea del Verrocchio, fu però collocato dalla Serenissima in una posizione più modesta: davanti alla sede della «scuola grande» di San Marco, in campo dei Santi Giovanni e Paolo.

Il Gattamelata

Il capitano di ventura Erasmo da Narni, detto «il Gattamelata», nacque nella città umbra nel 1370 e si formò militarmente sotto l’egida di Braccio da Montone e, in seguito, sotto Niccolò Piccinino e Niccolò della Stella. Il padre di Erasmo era un umile fornaio e la precaria situazione economica della famiglia condizionò il giovane al punto tale da portarlo a scegliere la carriera militare di basso rango. Erasmo combatté al fianco del signore di Assisi, Cecchino Broglia. Poco sappiamo di questa sua militanza se non che si distinse in battaglia, dal momento che il ricco sovrano regalò al giovane soldato la sua armatura in segno di riconoscenza.

Sotto il già citato Braccio da Montone, Erasmo combatté tutte le battaglie per la conquista di Perugia e dei territori limitrofi diventando un fedelissimo di Braccio. Erasmo, in quegli anni, strinse una sincera amicizia con Brandolino Conte Brandolini, con il quale combatté sotto Firenze e, nel 1427, venne arruolato dal Papa per difendere lo Stato Pontificio. Nel 1434 tuttavia, sempre con il consenso di Eugenio IV, passò alle dipendenze di Venezia, alla quale rimase fedele per sempre con una coerenza – come narrano le cronache dell’epoca – non comune tra i condottieri. Nel 1437 venne nominato capitano generale della Serenissima: suo compito principale era muovere le armate lagunari contro Piccinino, il capitano delle milizie milanesi. Il Gattamelata tenne a lungo in scacco l’esercito lombardo finché non lo sconfisse definitivamente nel 1439. Pochi mesi dopo, troviamo Erasmo alla conquista di Verona, espugnata nello stesso anno. Infermo, nel 1440 Erasmo da Narni si ritirò a vita privata a Padova dove morì nel 1443 a metà gennaio.

Il Gattamelata si distinse
oltre che per valore
anche per una non comune
fedeltà alla città di Venezia

Non si hanno certezze sull’origine del suo soprannome «Gattamelata»: alcuni lo fanno coincidere con il cognome della madre, Donna Gattelli; altri, invece, lo assimilano al suo comportamento simile a quello di un gatto per la «dolcezza de’ suoi modi congiunta a grande furberia». In suo onore, Venezia gli concesse il titolo nobiliare, mentre il figlio di Erasmo, Gian Antonio, si preoccupò personalmente che a Padova venisse eretta la maestosa statua equestre dedicata al padre. L’opera di Donatello è, tuttora, un punto di riferimento nonché simbolo della città patavina.

Giovanni Dalle Bande Nere

Giovanni, battezzato Ludovico, de’ Medici nacque il 6 aprile 1498, figlio di Giovanni de’ Medici «il Popolano» e di Caterina Sforza, figlia del duca di Milano, padrona di Imola e Forlì. Fin da piccolo, tenuto lontano dalle congiure reali, venne educato alla cultura letteraria dalla madre. Tuttavia, il giovane Giovanni dava segno, fin dall’età puerile, di un certo carisma orgoglioso, acceso ma anche ribelle. Narrano le cronache di allora: «Fiero di natura, poco apprezzando le lettere, volse infine da’ primi anni l’animo solo al cavalcare, al notare e ad esercitarsi della persona in tutti quei modi che al soldato convengono».

A soli 11 anni, il piccolo rimase orfano di entrambi i genitori; la morte da allora sarà fedele compagna del giovane de’ Medici. Non a caso, la sua compagnia di ventura prenderà il nome di «Bande Nere» proprio perché le sue insegne di guerra erano state tinte di nero in segno di lutto per la morte dello zio di Giovanni, papa Leone X. Le Bande Nere divennero famose durante la battaglia di Urbino del 1517 tra le milizie della città marchigiana, appoggiate dalle truppe veneziane, e l’esercito del papa. Questa battaglia altro non fu che un campo di allenamento per Giovanni, che consacrerà il suo mito tra il 1521 ed il 1527.

Secondo Guicciardini
nelle Bande Nere
si arruolavano «i migliori
fanti italiani che allora
prendessero soldo»

Particolare caratteristica dell’esercito del «Gran Diavolo», come verrà definito dai Lanzichenecchi tedeschi, era una particolare commistione di brutalità e di velocità di azione che rendeva i suoi attacchi tanto agili quanto mortali e inaspettati, come uno «sciame d’api contro un orso». La tecnica bellica del condottiero veniva sempre modificata in modo tale da cogliere il nemico sempre di sorpresa. Un’invenzione attribuita a Giovanni dalle Bande Nere è quella dei «dragoni», gli archibugieri a cavallo in grado di sparare direttamente da in groppa all’animale o di piombare sul nemico come i mostri della mitologia, facendo fuoco e uccidendo chiunque trovassero sulla loro strada.

Le Bande Nere erano composte quasi esclusivamente da toscani, romagnoli e qualche lombardo; non solo soldati novelli, ma anche veterani di guerra pronti a mettersi al soldo dei più importanti signori della guerra. Ciò viene sottolineato da Guicciardini, celebre storico e letterato italiano del Cinquecento, quando scrive che nelle Bande Nere si arruolavano «i migliori fanti italiani che allora prendessero soldo». Le Bande Nere non erano composte da moltissimi soldati, al massimo da 4mila – cosa che, per le compagnie di ventura di allora, era un numero abbastanza esiguo. Pochi, è vero, ma letali.

Per Niccolò Machiavelli
Giovanni de’ Medici
era l’unico che avrebbe
potuto difendere
la sovranità
degli Stati italiani
contro l’ingerenza teutonica

La consacrazione da «eroe» a «leggenda» avvenne, per Giovanni de’ Medici, il 25 novembre 1526. A Governolo si combatté la battaglia decisiva per la vittoria di Carlo V sulla Lega di Cognac (formata dalla Repubblica di Venezia, Stato Pontificio e Regno di Francia). I Lanzichenecchi avanzarono inesorabilmente occupando Castiglione delle Stiviere e Rivalta. Le Bande Nere non si diedero per vinte e, al grido di «a noi, a noi, a noi, squadre e bandiere, viva Giovanni delle Bande Nere», combatterono contro i temibili soldati teutonici. La battaglia fu aspra e, alla fine, ebbero la meglio le truppe mercenarie di Carlo V. Un colpo di falconetto impattò contro Giovanni. L’unico uomo che, a detta di Machiavelli, avrebbe potuto difendere la sovranità degli Stati italiani contro l’ingerenza teutonica, morì di cancrena dopo l’amputazione della gamba ferita, cinque giorni dopo la battaglia.

«Sei un uomo da combattimento, fai tutto il denaro possibile, non hanno bisogno di legami civili, vogliono rischiare la loro vita, prendendo tutto quello che si può, rischiare non è previsto, senti gli stivali sul terreno, i problemi nascono tutto attorno»: così cantano, circa mezzo millennio dopo, gli AC/DC nella loro canzone Dogs of war. Questi «cani da guerra» sono coloro che hanno creato la leggenda del condottiero che tutti, fin da piccoli, abbiamo ammirato: il cavaliere vestito di una solida armatura ferrea, con l’alabarda e lo scudo, sempre pronto a dare la vita, soldato alla perpetua ricerca di onore e gloria. L’ambizione più grande per questi condottieri, infatti, era quella di ottenere un riconoscimento e una fama immortale non solo tra i contemporanei, tra i cantastorie e i poeti girovaghi che quasi «sponsorizzavano» le gesta dei capitani, ma anche e soprattutto tra i posteri, entrando così nell’Olimpo dei guerrieri di ogni tempo.

Tommaso Lunardi

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