Ian Curtis in un fotogramma del film "Control"

Roma, 18 mag – “Ci dispiace informarla che Ian Curtis si è tolto la vita la scorsa notte. Stiamo tentando di metterci in contatto con Rob Gretton. Se lo sente, potrebbe chiedergli di chiamarci, per favore?”

Ho risposto: “Va bene”, e poi mi sono sentito stordito. Lo sono rimasto per giorni, a dire il vero, come se mi si fosse pietrificato il cervello.

Con questo estratto dal libro di Joy Division, tutta la storia (Peter Hook, Tsunami Edizioni) scopriamo come il bassista del gruppo venne a sapere del suicidio di Ian Curtis all’indomani dell’annunciato tour in America. Era il 18 maggio 1980.

Esistono dei casi in cui la storia di un gruppo a volte sovrasta o diventa parte integrante del suo già incommensurabile valore artistico e musicale. L’eco di Ian Curtis, a 35 anni precisi dall’anniversario della sua prematura morte, si fa sentire sempre di più.

Che si tratti di un vero interesse musicale o una superficiale fascinazione estetica di un certo mondo “hipster” (per quanto questo termine stia perdendo sempre più significato) poco importa. Le loro magliette sono ancora oggi tra le più vendute, i documentari sulla loro storia vengono spesso trasmessi su Sky arte, il regista Anton Corbjin -che collaborò col gruppo in occasione del videoclip di “Atmosphere” – ha dedicato al gruppo il film indipendente Control, il singolo “Love Will Tear Us Apart” è tra i più suonati nei rock club di tutto il mondo. Tutti, anche quelli che non sono fan del genere, hanno avuto a che fare con i Joy Division almeno una volta nella vita.

Nati e cresciuti nelle periferie di Manchester (Salford), i Joy Division nacquero come un giovanissimo trio dal nome Stiff Kittens che si ispirava a tutta la prima ondata di Punk Inglese. Musicalmente grezzi erano ancora lontani dallo stereotipo post punk-decadente che li avrebbe caratterizzati anni dopo con l’entrata di Ian Curtis, conosciuto ad un concerto dei Sex Pistols all’Electric Circus proprio mentre la band era sprovvista di un cantante. Dopo aver cambiato in un primo momento il proprio nome in Warsaw, fecero uscire nel 1978 il loro primo EP in 7 pollici autoprodotto, “An Ideal for living” sotto il nome di Joy Division. Questo gli creò non pochi problemi discograficamente parlando: il titolo affiancato alla copertina dell’album che raffigurava un ragazzo della Hitlerjugend mentre suonava il tamburo unito al nome “Joy Division” (campi femminili per l’intrattenimento sessuale dei soldati tedeschi) faceva certamente nascere molti dubbi sulla provenienza ideologica del gruppo, che si è sempre dichiarato fuori dalla politica. Un altro precedente fu nel 1977 in occasione di un concerto all’Electric Circus quando Ian presentò la canzone “At a later date” urlando “You all forgot Rudolf Hess”, al quale sembra essere invece dedicato il brano “Warsaw” in cui viene ripetuto continuamente il numero di matricola di prigionia del “delfino di Hitler”. La stampa originale di questo disco oggi vale migliaia di euro e rappresenta in ogni caso una delle più grandi provocazioni punk che siano state mai prodotte da un gruppo di questo calibro.

I Joy Division (ancora Warsaw) in concerto nel 1977

Musicalmente parlando si tratta ancora di una band immatura: quando andarono a registrare l’EP il tecnico del suono non informò la giovane band che inserire quattro tracce in un vinile da 7 pollici -che ne può contenere massimo due- avrebbe comportato una resa sonora pessima causata dai solchi eccessivamente stretti incisi sul disco. Aver stampato mille copie di questo lavoro fu decisamente un pessimo biglietto da visita per molti ma non per Rob Gretton, che decise di investire sulla band diventandone il manager. Dopo aver riversato l’EP su un 12 pollici cambiandone la copertina, liberandosi così la fama del gruppo “Nazi Punk”, per i quattro di Manchester la strada fu tutta in discesa. Debutti in televisioni e nelle radio, fama sempre più popolare nell’ambito underground fino ad arrivare agli occhi del grande pubblico facendo da spalla ai Cure.

Nel 1979 fecero uscire Unknown Pleasures, prodotto da Martin Hannett.

“L’uscita di Unknown Pleasures è stata accolta con grande entusiasmo da parte della critica, l’NME lo ha descritto come un capolavoro del rock inglese e il Melody Maker come uno dei migliori debutti dell’anno. Sebbene le vendite iniziale non siano state entusiasmanti come le recensioni, la voce aveva iniziato a spargersi e la Factory avrebbe presto venduto 15.000 copie, ricavando nel giro di sei mesi un profitto tra le 40.000 e le 50.000 sterline”

Rplot

Questo album delineò non solo le basi per il futuro successo della band ma anche il sound che oggi tutti conosciamo. Fondamentale fu il lavoro in studio. La registrazione ed il mix dell’album furono curati totalmente da Martin Hannet, nonostante qualche scetticismo da parte della metà elementi della band che aveva in parte ancora l’idea di registrare un disco dal suono punk classico. Volendo ricreare l’atmosfera di un gruppo che suona dal vivo senza sacrificare la nitidezza degli strumenti, fece registrare ogni singolo componente separatamente -cosa che all’epoca non era così scontata come può sembrare oggi – così da curare nei minimi dettagli tutti gli elementi per lavorare meglio sui dettagli.

Il risultato fu una resa sonora del tutto unica, un vero e proprio marchio di fabbrica in cui la batteria ed il basso rappresentavano un tutt’uno sonoro fatto di timbri cupi grezzi senza mai risultare pesanti ed ossessivi, la chitarra distorta tagliente e dalle linee semplici ma mai soffocate, il tutto reso ancora più speciale dalla voce baritonale di Curtis che aveva trovato il tappeto sonoro perfetto su cui esprimersi al meglio. Unknown pleasures contiene alcuni dei brani più celebri dei Joy Division come She’s Lost Control, Shadowplay e Disorder.

Parallelamente al successo, però, le condizioni di salute e mentali di Ian non erano delle migliori. Un’esistenza in eterno bilico tra la sua vita familiare con la moglie Debbie, sposata quando era giovanissimo e con la quale ebbe un figlio, e quella da frontman sempre impegnato tra concerti, prove, registrazioni ed una relazione segreta -sembra mai consumata- con la giornalista francese Annik, conosciuta durante il tour europeo. In bilico anche tra la figura del leader punk “sex drugs and rock’n roll” ed il suo personaggio decadente, come se si trattasse di un Baudelaire dei nostri tempi, che finito il concerto andava a leggere in solitudine Dostoevskii nel camerino bevendo del vino. L’epilessia che lo colse per la prima volta il 27 Dicembre 1978 sulla strada di ritorno da un concerto a Londra lo accompagnerà per tutta la vita e questo suo “grande male” diventò suo malgrado un suo tratto distintivo insieme ai suoi movimenti alienanti che caratterizzavano le sue performance live. L’obbligo a ricorrere continuamente a psicofarmaci e una vita che di certo non si adattava a una persona con i suoi problemi di salute e con il suo bipolarismo totale fornivano un ulteriore elemento di successo e mistero. Ma il treno era già partito, i Joy Division erano un gruppo di punta e non si potevano né volevano fermare.

Dopo un primo tentativo di suicidio dovuto ad un’eccessiva ingestione di fenorbital e le condizioni di Curtis che andavano peggiorando, la band registrò Closer, secondo album in studio che sembrava quasi anticipare quello che sarebbe successo di lì a poco. Il sound sempre più lontano e spettrale ed i testi sempre più negativi (now that i’ve realized, how it’s all gone wrong), la copertina raffigurante una statua del cimitero monumentale di Staglieno (Genova). Un album forse di più facile ascolto ma quasi profetico, registrato poco prima della partenza del gruppo verso il tour americano, che li avrebbe definitivamente coronati come fenomeno musicale mondiale.

Qualcosa, però, andò storto.

Statua del cimetero monumentale di Staglieno (Genova), usata per la copertina di Closer.

La sera prima della partenza Curtis fece ritorno a Macclesfield per parlare con la moglie Deborah, dopo aver vissuto temporaneamente nelle scorse settimane dai genitori, per parlarle e convincerla a non mandare avanti le pratiche per il divorzio che erano già state avviate. Dopo aver litigato la moglie se ne andò, rincasando il giorno dopo a mezzogiorno trovando il corpo del marito senza vita, impiccatosi alla rastrelliera della cucina mentre il giradischi faceva suonare “The Idiot” di Iggy Pop. Aveva a malapena 23 anni.

“Io mi sentivo colpevole. Colpevole perché, come tutti, gli davo retta quando diceva di stare bene; ero talmente preso da me stesso e dalla band che non mi sono mai fermato ad ascoltare i suoi testi, o lui, e a pensare: ha veramente bisogno di aiuto” (Peter Hook)

Curtis soffriva di una forma di depressione molto acuta  e decise di porle fine nel più estremo dei modi, proprio all’apice del successo della band che rappresentava. La sua figura artistica, i suoi testi, la sua musica, la sua voce profonda e tutta l’atmosfera che ruotava attorno a lui rappresentano in qualche modo un’opera d’arte decadente senza precedenti.

Poco tempo dopo il sui suicidio uscì il singolo di Love will tear us apart  (27 giugno 1989) e venne pubblicato Closer (16 Luglio 1980), che si piazzò sesto nelle classifiche inglesi. Un anno dopo (8 ottobre 1981) sarebbe uscito “Still” in formato doppio LP, ultimo album del gruppo che racchiude brani di difficile reperibilità ed altri mai formalmente pubblicati. L’eco dei Joy Division quindi si fece sentire ancora per un po’ ma la loro esperienza musicale finì definitivamente quel 18 Maggio del 1980 a Macclesfield.

Il resto della band continuò a suonare sotto il nome di New Order, secondo l’accordo preso in precedenza per il quale il nome dei Joy Division sarebbe potuto essere usato solo con la formazione completa ed originale. Certamente quando stipularono questo accordo nessuno avrebbe mai pensate di dover cambiare nome a causa di un epilogo così tragico.

I brani dei Joy Division non furono mai suonati per molti anni dai New Order se non in occasioni speciali. L’unico concerto in cui venne eseguita una scaletta con moltissimi brani della band fu solo molti anni dopo il suicidio di Curtis nel 28 Gennaio del 2006 in un concerto di beneficenza presso la Manchester Arena poco prima lo scioglimento dei New Order stessi.

Una delle più famose foto di Curtis.
Una delle più famose foto di Curtis.

Valutare l’eredità artistica musicale ed umana di Curtis non è di certo semplice. Il sound dei Joy Division ispirò moltissimi gruppi Post Punk e New Wave ma anche Gothic Rock e Dark rimanendo però sempre unico e con nessun altro gruppo in grado di riproporlo fedelmente, proprio perché legato tantissimo alla figura di un cantante così controverso che ne renderebbe impossibile l’imitazione anche alla più fedele cover band.

Purtroppo molti si soffermano più sulla superficiale ostentazione estetica di un gruppo che al giorno d’oggi fa molto “radical chic”. Tantissime persone hanno una maglietta di Unkwnown Pleasures pur non conoscendone neanche una canzone solo perché in certi ambienti i Joy Division sono diventati quasi uno status symbol. Questo a volte potrebbe portare ad avere qualche pregiudizio su un gruppo che in realtà radical chic non è mai stato -tutt’altro.

In occasione del trentacinquesimo anniversario dalla scomparsa di Curtis abbiamo voluto fare un po’ di luce sulla storia di un gruppo così tanto discusso, consapevoli che è impossibile esprimerne tutte le sfaccettature biografiche in un solo articolo (per quello ci sono moltissimi testi più o meno ufficiali) ed anche perché, in fondo, “parlare di musica è un po’ come ballare di architettura”.

“Don’t walk away in silente” cantava Ian in Atmosphere; e lui, pur volendo andarsene in silenzio tra le mura di casa, ha lasciato una scossa nel panorama musicale mondiale ben più forte di quanto si sarebbe mai aspettato.

Alessandro Bizzarri

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