sovranità nazionaleRoma, 2 lug – Si fa presto a dire “capitalismo”, e come tale “anticapitalista”. Nella nostra storia di Italiani e di Europei in effetti abbiamo sperimentato almeno due diverse tipologie di capitalismo, la prima (fino al ’29 e poi a partire gradualmente negli ultimi 30 anni) di stampo liberista-cosmopolita-concorrenziale, la seconda che viceversa potremmo definire keynesiana-nazionale-programmatica.
Certamente, si tratta pur sempre di capitalismo, ergo i puristi accuseranno subito di “riformismo”, ma se entriamo nello specifico scopriamo che le differenze fra i due modelli sono sostanziali:
il primo modello prevede l’indipendenza della banca centrale dal governo, il secondo la repressione finanziaria per sostenere gli investimenti pubblici in disavanzo; il primo prevede la presenza di cartelli finanziari, industriali e mediatici privati, il secondo le partecipazioni pubbliche; il primo prevede la libera circolazione dei capitali, il secondo non può esistere senza severi vincoli al riguardo; il primo prevede un cambio rigido per favorire appunto la circolazione dei capitali, il secondo un cambio (tendenzialmente) flessibile per assorbire velocemente i differenziali di competitività tramite svalutazione; il primo infine prevede la flessibilità salariale completa, il secondo la stabilità più o meno estesa del rapporto di lavoro subordinato ed altre forme di tutela sociale.
Queste due differenti forme di capitalismo hanno alla base due precise filosofie del tutto antitetiche, e proprio per questo danno origine a due sistemi così diversi. il processo di integrazione europea, nei fatti, è uno strumento per addivenire gradualmente ed in modo relativamente indolore allo smantellamento delle vecchie e farraginose socialdemocrazie europee, in particolare quella italiana, per favorire gli interessi in particolare dei detentori di asset finanziari (banche e redditieri).
Quello che si fatica però a capire è che, se è vero che il modello keynesiano-nazionale-programmatico aveva delle oggettive pecche, è pur vero che è stato il sistema che più di tutti ha contribuito al benessere ed allo sviluppo delle popolazioni, ed il motivo in realtà era molto semplice: era un capitalismo di stampo espansivo, che mirava quindi alla massimizzazione dei fatturati delle imprese pubbliche e private. Questo comporta necessariamente un’estesa “classe media” che gode di una relativa emancipazione sociale, di un welfare che redistribuisca per via fiscale la ricchezza prodotta in particolare con la sanità e l’istruzione, di un graduale miglioramento delle condizioni di vita del vecchio “proletariato industriale” di marxiana memoria.
Ed il modello liberista-cosmopolita-concorrenziale? E’ sotto gli occhi di tutti la sua natura essenzialmente finanziaria, la sua produzione di denaro per mezzo di altro denaro. La “classe media”, dal punto di vista neoliberista, assorbe troppe risorse, le quali potrebbero meglio essere impegnate nella creazione di valore finanziario, speculativo, borsistico.
Non serve a nulla, oramai, avere milioni e milioni di lavoratori esecutivi, e meno che meno questa classe di medi parassiti che infatti viene additata mediaticamente come l’origine di tutti i mali con la sua evasione, la sua corruzione, magari il suo razzismo.
Se al potere i grandi numeri non servono più, cosa potrà mai succedere? Lo stiamo vedendo in Grecia, Stato che ha un debito abbastanza piccolo (324 miliardi) e però viene massacrata dalla Troika e dalla Germania come se da esso dipendessero le sorti dell’Ue. Ed in un certo senso è così: il debito pubblico serve come “garanzia” della speculazione sui derivati. Il totale dei prodotti derivati in euro è stimato essere pari a 150 trilioni, solo quelli derivanti dal debito pubblico greco sono forse 2 trilioni.
Se la Grecia uscisse dall’euro sarebbe una catastrofe per i mercati finanziari, con l’accendersi di infinite diatribe legali che manderebbero gambe all’aria le banche soprattutto tedesche e francesi (quelle italiane sono poco esposte, anche se hanno altri problemi ovviamente). Pensiamo poi cosa succederebbe se l’uscita dall’euro della Grecia poi provocasse una sorta di effetto contagio delle altre nazioni eurodeboli: un cataclisma finanziario al cui confronto il crollo di Leman Brothers è paragonabile ad un concerto degli Smiths rispetto ad uno dei Manowar.
Non è un caso che siano tornate di moda, diciamo a partire dagli anni ‘70, le vecchie teorie malthusiane sui “limiti dello sviluppo”, riverniciate in salsa politicamente corretta come “ambientalismo”, “decrescita”, “rientro dolce”. Tutto superfluo. Su 7 miliardi e passa di umani, probabilmente ne bastano 500 milioni, un miliardo al massimo come ampiamente teorizzato dal Club di Roma. Oramai il profitto, come motivazione prevalente dell’agire dei vari potentati, è stato ampiamente superato dalla sostanziale capacità di creare denaro semplicemente usando altro denaro.
È in atto una sorta di esperimento su vasta scala per la costruzione di un Brave New World oligarchico del tutto incompatibile con la vita umana così come la conosciamo, in cui gli oligarchi si differenzieranno anche fisicamente (grazie ai “progressi” nelle biotecnologie e nelle nanoscienze) dalla massa atomizzata, livellata ed amorfa che sopravviverà quel minimo indispensabile per sostenerne la vita.
Il senso di qualunque battaglia per la sovranità, in fondo, è anche questa: la vita e lo sviluppo contro il genocidio e la decadenza.
Per me si va nella città dolente, per me si va nell’eterno dolore, per me si va tra la perduta gente. Giustizia mosse il mio alto fattore… fecemi la divina potestate la somma sapienza e il primo amore… dinanzi a me non fuor cose create se non etterne… e io etterno duro… lasciate ogni speranza voi ch’entrate.
Matteo Rovatti

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