giove giunone solstizio d'estate Roma, 20 giu – Nel periodo dell’anno più vicino ai raccolti, il Solstizio d’Estate (21 Giugno), ricorrenza vicino alla celebrazione cavalleresca di San Giovanni Battista (il 24), non può che evidenziare il suo carattere catartico da un punto di vista esoterico, superando le differenti forme in cui la Tradizione si manifesta, celebrandone, esplicitandone l’essenza più viva e luminosa. I due solstizi sono determinazione astrale dei punti estremi del cielo, il tropico d’inverno, sotto il segno del Capricorno, e il tropico d’estate, sotto quello del Cancro, come espressione delle due vie, delle due porte del cielo, quella degli Dei – devayana – in Inverno, quella dei Padri – pitriyana – in Estate rappresentati, per esempio, sotto il tripode di Delfi e sotto gli zoccoli dei corsieri del carro solare, dal delfino e dal polipo, che rappresentano rispettivamente l’ascensione solare e l’ascensione lunare (Renè Guènon, Il simbolismo dello zodiaco nei Pitagorici, in Simboli della Scienza Sacra).  Tale sviluppo, pertanto, si qualifica in rapporto al cammino del sole nel cielo ed in esso è sempre il Cancro a essere la ‘ porta degli uomini’ e il Capricorno la ‘porta degli dèi’.

Nella ripartizione delle feste della Roma Imperiale, il Dio Giano di cui una faccia guardava il passato, l’altra l’avvenire, mentre la faccia invisibile contemplava “l’eterno presente”, conferiva la comprensione di una doppia parte, spirituale e cosmologica della circolarità annuale. La Luna presiede alle nascite ed il suo domicilio è proprio nel segno del Cancro. Nella cosmologia tradizionale essa rappresenta la memoria delle cose passate o perdute, e si diceva che ciò che è perduto sulla terra si ritrova sulla Luna. Si osservi, inoltre, che il Cancro simboleggia il “fondo delle acque”, che è rappresentato su una lama del Tarocco, dove si vede un gambero sul fondo di un fiume, un cane nero ed un cane che abbaia alla luna, dalla quale cade una pioggia di germi. Il Solstizio d’Estate rappresenta la porta zodiacale della discesa: “Ianua Inferni”, proprio come il Solstizio d’Inverno, apre il viatico alla conoscenza dei Numi Supremi, “Ianua Coeli”: “Il Cancro è favorevole alla discesa e il Capricorno alla salita” (Porfirio, L’Antro delle Ninfe). La Via dei Padri è la denudazione della propria personalità ed il ritrovamento della propria radice ancestrale e del proprio centro. Nell’Eneide è la discesa dell’eroe troiano che ritrova la Memoria e la Stirpe nella figura del padre Anchise, l’inizio in cui il Sole manifesto celebra la propria vittoria sulla Natura ed inizia il processo di occultamento, in un rapporto di estremo equilibrio con la sfera lunare e femminile.

Non casuale, infatti, risulta essere, nell’ambito della religiosità calendariale romana la tutela che Giunone, in qualità di Sposa Celeste pone sul mese di Iunius, realizzando quella ierogamia sacrale tra il Maschile ed il Femminile che si celebra e si completa con Giove quale Padre degli Dei. Nell’ambito della sapienza arcaica romana l’anima dell’orante si trasfigura e si rivolge verso lo spirito, come la Luna si rivolge verso l’Astro Solare, iniziaticamente copulando androginicamente l’aura sottile col Genius. Nelle Idi dello stesso mese, che si dedicano ad Apollo, Minerva ed alle Muse, si riconosce la Verità, Aletheia, quale realizzazione solstiziale del manifesto, della Luce Uranica che trionfa e celebra le nozze chimiche con la Madre: “Racchiusa nei grembi cerulei, aeriforme, Era di tutto sovrana, beata compagna di Zeus, che offrì ai mortali brezze gradevoli che nutrono la vita, madre delle piogge, nutrici dei venti, origine di tutto. Senza di te nulla conobbe affatto la natura della vita, perché, mescolata all’aria santa, tutto partecipi, infatti tu sola domini e su tutto regni, agitata sull’onda con sibili d’aria. Ma, Dea beata, dai molti nomi, di tutto sovrana, vieni benevola rallegrandoti nel bel volto” (Inno orfico ad Era).

Alla sposa e madre Giunone è associata l’erba sacra dell’Artemisia Vulgaris, una delle cosiddette erbe di San Giovanni, scoperta da Diana (Pseudo Apuleio, “De virtutibus herbarum”), che nell’antica Roma veniva usata per realizzare corone intrecciate che favorissero i rapporti coniugali, per difendersi dalla sfortuna e dall’invidia, per il lavacro degli strumenti rituali. Essa, inoltre, è l’erba officinale che protegge i viaggi, come quello esoterico che si intraprende nel Solstizio d’Estate per giungere al Solstizio d’Inverno, è la pianta la che nell’antichità induceva alla sublimazione degli stati di coscienza tramite la divinazione ed i sogni profetici. E’ in tale riferimento che quest’anno la celebrazione solstiziale ricade nella canonica data del 21 di Giugno ed il Novilunio, la rinnovazione dello stato sottile, ricada nella notte di San Giovanni, il 24, quasi a voler rimarcare quell’equilibrio ierogamico a cui abbiamo accennato, perché l’anima purificata è il primo alito igneo, essendo Iuno associata alla luce, al fuoco ed alla fiamma di Vesta, Ella è la prima manifestazione del Principio, è il primo verbo, quale soffio e musica (le Muse alle Idi).

Tale analogia ci conduce a considerare il centro nodale per la celebrazione del rito, il fuoco, eguale nella sostanza a quello che conosciamo nel Solstizio d’Inverno eppure diverso nel ruolo e nel significato. La fiamma che arde sulle vette, sotto la tutela di Cautes, il dadoforo mithriaco con la fiamma rivolta verso il cielo, esprime la vastità del cosmo, ma soprattutto quanto sia preziosa la comunità che all’igneo potere si affida, tramite l’ascesi interiore; la fiamma che si impone nella sua magnificenza, quasi prepotente dai roghi accesi in giugno, sotto la tutela di Cautopetes, il dadoforo mithriaco con la fiamma rivolta verso la terra, è la riaffermazione dello Spirito che sfida la morte, un fuoco ardente che discendendo nell’antro vince purificandosi.

Le nozze sacre sono e dovranno essere una festa per la comunità di popolo e non una vuota celebrazione archeologica o di falso elitismo, esaltando la dimensione simbolico – ritualistica del Pubblico, come era propria alla tradizione giuridico – religiosa romana. Qualcuno potrà sollevare la solita e stantia polemica sulla mancata celebrazione del Solstizio presso i Romani, non accorgendosi quanto nella cultura arcaica fosse connaturata la dimensione sapienziale connessa alla Solarità. Oltre all’enoteismo teurgico di un Giuliano Imperatore, oltre alla connessione dei Misteri di Mithra con l’Urbe, quale facitore e protettore dell’Impero – inteso in senso altamente palingenetico e non solamente geografico -, è sufficiente riprendere i Saturnalia di Macrobio, nei quali il Pontifex Solis Pretestato enunciò la derivazione monistica dei Numi, ad solem referunt”, secondo la quale, come già espresso dal citato Giuliano e poi nel ‘900 anche da Julius Evola, le diverse divinità altro non sono che stati di coscienza determinati, da realizzare interiormente, e ovviamente strettamente riconnessi alla teologia solare, quale espressione del Nume Primo, senza volto e senza nome, che nasconde la profondità ermetica ed iniziatica della conoscenza romana del Sacro, sempre espressa nei Saturnalia di Macrobio tramite Pretestato, tramite cui le nozze solstiziali dei Numi maggiori designano la vera natura della Tradizione Patria: “adfirmantes hunc esse unum arcane deorum naturae conscium”.

di Luca Valentini

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