Roma, 26 ago – Il Julius Evola filosofo ha da sempre attirato meno attenzione rispetto al teorico della tradizione e questo è avvenuto sia da parte degli interpreti “amici” che di quelli “nemici”. I primi hanno trascurato l’Evola filosofo per lo più per pigrizia e per un generale disinteresse rispetto alla disciplina filosofica, i secondi, dopo aver ricevuto il monopolio della materia, hanno avuto campo libero per riappropriarsi di alcuni pensatori antidemocratici e per far affondare nell’oblio quelli irriducibili a qualsiasi recupero. È, appunto, il caso di Evola. Anche in questo caso, tuttavia, qualcosa negli ultimi anni è cambiato, grazie a esegeti provenienti dall’accademia come lo scomparso Franco Volpi e come Massimo Donà, ma anche ad autori più vicini al mondo culturale cui apparteneva Evola stesso, come Giovanni Damiano e Giovanni Sessa (con il pionieristico e quasi isolato precedente di Roberto Melchionda).

Proprio Sessa ha da poco dato alle stampe un importante volume per i tipi di Oaks, Julius Evola e l’utopia della tradizione. Si tratta di una raccolta di studi, in parte rivisti in modo sostanziale rispetto alla loro prima pubblicazione, che fanno il punto sul pensiero evoliano tramite una serie di confronti con i più importanti “compagni di viaggio” del pensatore tradizionalista. Il primo dei quali è, opportunamente, Giovanni Gentile. Il rapporto tra questi due grandi filosofi italiani è stato spesso banalizzato, nel dopoguerra, sia per le schermaglie fra i seguaci più dogmatici di entrambi i pensatori, sia per riduzionismi “divulgativi” come il celebre articolo evoliano “Gentile non è il nostro filosofo”, che peraltro ripetevano, da destra, gli stessi luoghi comuni di chi, da sinistra, faceva del filosofo attualista un “fascista per caso”, senza alcun legame tra la sua filosofia e l’ideologia del Regime. Sessa ci ricorda invece come il pensiero filosofico evoliano muova ovviamente le mosse proprio dal “fondale” attualista e idealista in generale, al fine di attraversarlo, ovviamente, ma prendendone assolutamente sul serio i problemi teorici che tale scuola filosofica pone.

La “lotta” di Evola con Gentile


Come Gentile, Evola parte dal rifiuto di ogni datità, di ogni presupposto fattuale, ma all’attualismo rimprovera di aver posto tale superamento della distinzione tra soggetto e oggetto nell’Io trascendentale, lasciandola invece inalterata rispetto all’io empirico. È uno snodo teorico di grande importanza, perché è da lì che prende le mosse la tematica sia “magica” che esistenziale centrale nel pensiero evoliano immediatamente successivo. Ma lo stesso Evola teorico politico è difficilmente inquadrabile se non si parte da quella mossa teoretica fondamentale. Non a caso, in tal senso, resta imprescindibile un articolo cerniera come “Idee su uno Stato come potenza”, pubblicato su una testata “ufficiale” come Critica fascista nel 1926 e che costituisce esattamente l’anello mancante tra l’Evola filosofo idealista e l’Evola teorico politico.

Sessa, con padronanza assoluta non solo del pensiero evoliano, ma anche della filosofia moderna in generale, traccia il percorso di questo itinerario, mostrandoci la “lotta” di Evola con Gentile, Michelstaedter, Emo, Scaligero, Nietzsche e con i grandi della Rivoluzione conservatrice tedesca. Una parabola filosofica di cruciale importanza nel centro del cuore celato del Novecento.

Adriano Scianca

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